Il futuro di Rutelli

Francesco Rutelli preparava la strappo da mesi. Già  prima dell’estate si era più volte incontrato con Pier Ferdinando Casini, Lorenzo Cesa, Bruno Tabacci. Creando nei suoi interlocutori, a varie riprese, l’aspettativa di un’imminente uscita del Pd. Alla fine Rutelli ha scelto di guastare la festa di Pier Luigi Bersani,

di usare l’esito del congresso e delle primarie per denunciare lo spostamento a sinistra del Partito democratico (anche se nei colloqui privati di questi giorni talvolta ha dato la colpa a quell’anticipazione del libro di Bruno Vespa che ha reso impossibili ulteriori step). La vittoria di Bersani su Dario Franceschini, comunque, c’entra assai poco. Lo stesso Rutelli ha ammesso di aver previsto con largo anticipo il risultato delle primarie. Se Franceschini fosse stato davvero in corsa, Rutelli sarebbe con ogni probabilità andato via prima del congresso.

In  realtà  la vera cesura di Rutelli con il Pd e il suo elettorato si è consumata alle ultime comunali di Roma, quando una fascia decisiva di elettori di sinistra gli ha negato il consenso, aprendo così la strada alla vittoria di Gianni Alemanno. Rutelli ha capito che, se fosse rimasto nel Pd, avrebbe avuto sempre ruoli marginali, che la conquista di una centralità  in quel complesso, e tuttora non amalgamato, partito sarebbe stata a lui preclusa. Insomma il cerchio per lui si chiudeva dopo che le fondamenta del Pd erano state costruite, non già  su un’intesa tra Ds e Margherita, bensì tra Ds, popolari e area Prodi (con Rutelli marginalizzato fin dal convegno di Chianciano dell’ottobre 2006 in cui gli ex-Ppi si ripresero l’autonomia e, di fatto, sciolsero la Margherita).

Ora Rutelli viaggia verso il Partito di centro (“Partito della Nazione”?), che dovrebbe nascere sul finire del 2010, attorno all’ossatura dell’Udc. Naturalmente Rutelli si augura di portare valore aggiunto, in termini di classe dirigente, di interesse politico, di consenso elettorale. Se lo augurano anche gli altri firmatari del “Manifesto del cambiamento e del buon governo” (Tabacci, Dellai, Cacciari). Dal Pd in realtà  Rutelli porta via, almeno per ora, meno del previsto. I rutelliani, salvo rare eccezioni come Linda Lanzillotta, Donato Mosella e forse Gianni Vernetti, restano per ora sulla riva del fiume. Con Casini aveva parlato, qualche tempo fa, del progetto di un nuovo gruppo parlamentare alla Camera, composto di dissidenti Pd e qualche transfuga del centrodestra (Guzzanti, Tanoni, Melchiorre). Ma il numero di 20 sembra irraggiungibile, pure con il prestito di Tabacci, Pezzotta e Adornato (che nell’Udc sono una sorta di indipendenti, essendo arrivati tramite la Rosa bianca e Liberal). E’ più probabile che l’ex leader della Margherita ripieghi in un sottogruppo del Gruppo Misto. Lo stesso Casini peraltro osserva con qualche sospetto i movimenti dei Rutelli, dei Tabacci, dei Lorenzo Dellai. Per ora sono generali con poche truppe. Stanno facendo buona pubblicità al Centro, dimostrando una capacità espansiva che la vulgata bipolarista tende a negare a priori. Ma i generali hanno anche ambizioni di leadership e vogliono pesare sulla linea politica: il che non  va troppo a genio ai vertici Udc.

Il primo motivo di frizione sono proprio le alleanze alle regionali (che Casini vuole gestire a modo suo, senza troppi condizionamenti, dosando le corse solitarie con le intese variabili). Ma il punto più controverso riguarda il dopo: è chiaro che Rutelli e Tabacci puntano ad un asse di governo Centro-Pd, magari con  il Centro in posizione dominante. Casini non esclude questo esito, ma non intende legarsi le mani fin d’ora: vuole ancora competere nel centrodestra per l’eredità  di Berlusconi. Tabacci invece, forse ancor più di Rutelli, non nasconde di voler costruire fin d’ora una proposta di governo (e di riforme costituzionali) alternativa, non solo a Berlusconi, ma all’intero centrodestra.