Verso l’asse Bersani-Marini
Ci volevano i popolari per movimentare il Bersani day, l’insediamento del segretario-tranquillizzatore che parla al Pd come a un partito normale, e di Berlusconi come di un avversario quasi altrettanto normale. Ci voleva Franco Marini in maglioncino verde bosco alpino a reclamare «le chiavi di casa»,
a rivendicare che dirigenti che hanno preso il 35 per cento alle primarie e il 40 tra gli iscritti (significativa sottolineatura della non lievissima differenza) non possono essere trattati come dei «coglioni». Ci voleva Marini per indurre Dario Franceschini, fin lì molto dubbioso se prendere la parola o limitarsi a dichiarare la sua lealtà a Bersani parlando coi giornalisti, a salire sul palco per un discorso dignitoso e generoso, per una netta presa di distanza dal vecchio leader («noi non rivendichiamo posti»), che senza rinnegare punti fondamentali della campagna per le primarie, ne ha eliminato asprezze e personalizzazioni fino a culminare nella promessa che così come Bersani ha voluto definire la sua «la vittoria di tutti», anche eventuali sconfitte, se verranno, saranno considerate «di tutti» e non solo del leader.
L’area dei popolari, pur non essendo mai stata numericamente maggioritaria nel campo di centrosinistra, negli ultimi quindici anni ha sempre esercitato di fatto un ruolo egemone. Ha goduto a lungo della rendita di posizione garantita dal postulato che la coalizione potesse essere guidata solo dal centro, e attraverso l’alleanza, per quanto conflittuale, prima con Romano Prodi e poi con Francesco Rutelli, ha avuto sempre un posto nella stanza dei bottoni. Da ultimo, il ticket di Veltroni con Franceschini aveva garantito ancora una volta il ruolo guida, sebbene per interposto leader, degli ex Dc.
Bersani sa bene che dietro gli appelli a non disperdere il patrimonio culturalmente plurale del Pd, a «non tornare indietro» sulla strada intrapresa, a non tradire lo spirito originario del nuovo partito c’è oggi anche lo sconcerto di chi per la prima volta si sente davvero nelle mani dei «comunisti». Sa che realmente la sua sfida non potrà essere vinta se il suo Pd non sarà davvero plurale, fedele allo spirito originario dell’incontro tra i riformismi e immune da revanchismi identitari di sinistra.
La sfuriata di Marini, tuttavia, ha avuto probabilmente in Bersani un destinatario solo apparente. È difficile credere che Marini pensasse realmente di ottenere in modo così plateale una vicesegreteria per il suo delfino Beppe Fioroni, proposta che il segretario aveva già rifiutato in maniera inequivoca. L’impressione è che Marini abbia voluto riprendersi «le chiavi di casa» da Franceschini piuttosto che da Bersani. Proponendosi lui come l’interlocutore necessario per conquistare il cuore dei popolari, al di là del coinvolgimento dell’ex segretario destinato alla guida del gruppo alla camera. Per Bersani è una complicazione, ma potrebbe essere anche un’opportunità. Il segretario mostra di voler puntare molto sul ritorno della politica, dando aria al dibattito interno in cui questa dialettica può trovare respiro. Del resto il suo modello di “partito popolare” (con le lettere minuscole) può risvegliare antiche sintonie, precedenti alla «veltronizzazione» dell’area ex Ppi. Ed è soprattutto sul terreno delle riforme istituzionali che il suo approccio antipresidenzialista, attento alla complessità delle relazioni sociali e ai corpi intermedi, neoparlamentarista, può far breccia nei cuori ex Dc, memori della lezione di Leopoldo Elia e di altri padri del cattolicesimo democratico.


Quello di Marini è stato solo un preavviso: guardate la situazione è delicata, per ora non seguiamo Rutelli ma….. In queste ore il senso delle sue parole sta risuonando nelle riunioni ristrette e nelle assemblee regionali. In Piemonte, dopo la disfatta di Damiano, il riconfermato segretario regionale, Gianfranco Morgando, ha chiesto il rinnovo di tutte le cariche. Primo effetto l’uscita dal PD di Gianni Vernetti (già segretario regionale della Margherita) e di altri esponenti legati a Ruteli, ma soprattutto l’entrata in fibrillazione dei segretari provinciali, ex popolari, di Vercelli e di Novara. Senza una chiara difesa della pluralità interna e delle specificità territoriali (leggi: senza una chiara distribuzione degli incarichi in base alle percentuali raccolte a livello territoriale) la nostra permanenza, hanno detto esplicitamente, è in discussione.
E’ evidente che nessuno pensa di uscire dal Pd motivando le sue decisioni sulla base di un mancato rinnovo ad una segreteria. E’ certo però che la discussione “sull’agibilità interna”, come si dice in gergo, si confonderà presto con quella sulle alleanze nella prossima tornata amministrativa che, a sua volta, trascinerà il dibattito sull’opportunità della riconferma dell’attuale Presidente. I popolari non vogliono il rinnovo del mandato alla Bresso ma soprattutto non vogliono l’alleanza con rifondazione. Sarà questo il terreno di scontro e saranno questi i temi sui quali si deciderà la permanenza o meno di quell’area nelle file del Pd.