Il Quadrilatero rosa
Quadrilatero bianco. Si chiamava così, nella prima Repubblica, il reticolo di associazioni cattoliche che costituiva il serbatoio di voti della Democrazia cristiana: l’Azione cattolica di Gedda, la Coldiretti di Bonomi, le Acli, la Cisl.
Si parlava di collateralismo, ma a sproposito: ciascun segmento del quadrilatero era dotato di una sua autonomia organizzativa ed economica e di leadership fortissime che condizionavano pesantemente le scelte del partito. Lobby potenti e ingombranti, che portavano consensi ma ti soffocavano. Tutt’altro che una cinghia di trasmissione.
Il Pd, la Balena rosa nella definizione di Marco Follini, ha interpretato, senza saperlo, lo stesso modello.
Il nuovo Quadrilatero è composto da forze impalpabili, perché non siamo più nell’era dei partiti di massa, ma nel secolo dell’opinione pubblica. E dunque non ci sono più i baschi verdi di Gedda o la Bonomiana. I quattro lati che circondano, e assediano, il Pd vanno cercati altrove.
Il primo è composto da quel magma di opinionisti, intellettuali, blogger, girotondini, popolo dei fax, popolo della rete, popolo di Grillo che hanno trovato nella debolezza progettuale delle leadership del centrosinistra il loro terreno fertile.
Il secondo lato è la Cgil. Il tormentato rapporto tra partito e sindacato è una costante della storia repubblicana, ma negli ultimi anni si sono rovesciati i termini, fino a trasformare il partito nel braccio operativo del sindacato.
Il terzo sono poteri forti come la magistratura o le banche. I grandi banchieri in fila per le primarie. L’Associazione nazionale magistrati che condiziona la politica giudiziaria del partito e chiude gli spazi di confronto con il centrodestra, data l’ossessione berlusconiana per il tema.
Il quarto lato, il più condizionante, sono i grandi gruppi editoriali. Il gruppo “Repubblica-Espresso”, passaggio obbligato per ogni leader del centrosinistra. Ma non solo: il giorno dello scioglimento dei Ds a Firenze nel 2007 fu Paolo Mieli sul “Corriere” a dettare con un editoriale tempi e modi di nascita del Pd e perfino il nome del segretario, contenuto nel titolo: “Un partito americano”.
Il Quadrilatero rossiccio ha segnato svolte politiche, ha determinato ascese e cadute dei leader, ha relegato i dirigenti in una condizione subalterna.
Ora con la segreteria Bersani si apre una fase nuova. Una fase di autonomia, come si usa dire. Una fase di primato della politica, come spera l’azionista di maggioranza, Massimo D’Alema.
Significherebbe un partito meno nevrotizzato, meno costretto a inseguire un girotondo o a cambiare direzione in base a un retroscena. Ma anche un partito che, a quel punto, ha il dovere di stabilire chi è, cosa vuole essere, chi vuole rappresentare.
Se il Pd non è più il partito degli anti-berlusconiani, della Cgil, dei magistrati, dei banchieri e dei giornali allora deve dire con chiarezza quali sono i punti di riferimento sociali cui dare voce.
Perché, altrimenti, il primato della politica rischia di capovolgersi in solitudine.
(continua)


Ripartire dall’analisi della rappresentatività non sarebbe male. In bocca al lupo per le future riflessioni.
Detto così, più che soggetti collaterali i 4 appaiono come zavorre che fanno annegare.
This is a good blog. Keep up all the work. I too love blogging and expressing my opinions. Thanks
ve bene, ve bene.
una critica pacata bisogna accettarla.
purtroppo non ho tempo per entrare nel merito, c’è anche una “società civile” dietro al PD.
Giorgia, mi manca solo la PW.
Liutprando, me sa che te sbaji, te manca pure er QI
A riciclato, ma va pijallo nel mommolo, rimbambito dei miei coglioni.