Che cosa sta facendo Gianfranco Fini?
Ora anche Silvio Berlusconi si domanda, con qualche apprensione, fin dove si spingerà la fronda del co-fondatore. Il Cavaliere è infuriato. E non fa nulla per nasconderlo. Del resto, Gianfranco Fini sembra davvero cambiato. Più ambizioso. Più costante. Per quindici anni è andato in giro esponendo il marchio del numero due. E anche quando decise, dalla sera alla mattina, di archiviare il patto di mutuo soccorso con Pier Ferdinando Casini e di firmare davanti al notaio l’atto fondativo del Pdl, nulla faceva supporre che avrebbe potuto marcare una simile autonomia.
Addirittura in tema di giustizia. Addirittura nella sfera inviolabile delle leggi ad personam. Fini ha cominciato a dire la sua, a pesare i comportamenti di Berlusconi, ad indicare che un centrodestra diverso è possibile, magari provando a somigliare a Sarkozy, o alla Merkel, o a Cameron.
Si può discutere se il trampolino di Fini sia stata la carica di presidente della Camera oppure l’approdo nel Pdl (che gli ha consentito di liberarsi della zavorra di An e di compiere quel passo che anche Aznar compì entrando nel Pp spagnolo). Forse la risposta più corretta è che gli sono servite entrambe le leve. Fatto sta che la fronda culturale su immigrazione, cittadinanza, laicità, unità nazionale, critica del leghismo e del populismo, primato della legge e delle istituzioni, dialogo con le opposizioni, allarme per le riforme incompiute è ormai diventata una fronda politica. Il libro del dissenso politico-strategico con Berlusconi à ormai squadernato.
Fini ripete che non è sua intenzione lasciare il Pdl. Che, anzi, il Pdl è il suo destino, la sua meta finale. C’è da credergli. Il Pdl è un partito di dimensioni che ricordano la Dc dei tempi migliori. Berlusconi, nel 2008, è riuscito finalmente a ricompattare attorno a sé quel blocco sociale che inseguiva dal ‘94. Non c’è insomma terreno migliore per giocare la partita della leadership futura. Peraltro il dopo Berlusconi è cominciato prima di quanto, un anno fa, si potesse immaginare. Così Fini, a partire dal congresso della nuova Fiera di Roma, ha deciso di seguire un suo percorso, di curare il suo profilo, con lo sguardo rivolto decisamente al «dopo».
Nel Pdl almeno altre due personalità , Gianni Letta e Giulio Tremonti, possono aspirare alla successione. Ma, per scelta o per natura, hanno deciso di non esporsi al vento. Tremonti segue un percorso carsico. Fini no. Ha optato per una corsa in testa al gruppo, con il rischio di essere minoranza (e confidando sui sondaggi che tengono alto il suo indice di gradimento).
Il problema per Berlusconi è che Fini, nel disegnare la sua parabola, non si limita ai discorsi. Sviluppa una sua politica di alleanze. Che lo ha portato ad un confronto ravvicinato con D’Alema sulle riforme, ad una ricucitura fino a pochi mesi fa impensabile con Casini, ad un dialogo con la sinistra disprezzata e umiliata nel tempo dell’egemonia berlusconiana. Dunque, non solo un’altra idea di Pdl, ma una tela politica che ha già fatto inciampare il Cavaliere (e che Fini continua a tessere auspicando convergenze con l’opposizione, ad esempio in tema di riforme costituzionali).
Da qui l’ipotesi di riserva. Scenario estremo: Berlusconi scarica Fini e corre alle elezioni anticipate. Oggi sembrano più improbabili di ieri perchè il Cavaliere è più indebolito. Ma, certo, se il premier dovesse giocare la carta della crisi, lo farebbe innanzitutto contro il presidente della Camera nel tentativo di spezzare il suo asse con Giorgio Napolitano. A quel punto, Fini si troverebbe di fronte al bivio: o rimettersi in riga (rinunciando ad ogni ambizione futura) o completare lo strappo.
Lo strappo sarebbe un secondo governo di legislatura, magari un governo del presidente con il sostegno esterno del Pd. La prospettiva di Fini, a quel punto, cambierebbe del tutto: non avrebbe alternative ad uno scontro frontale con Berlusconi e alla costituzione di una nuova forza politica, il famoso “Kadima” italiano, che sogna Francesco Rutelli e che Pier Ferdinando Casini tiene come extrema ratio.
Gli attacchi del Giornale a Fini preparano il terreno nel caso lo scontro diventasse inevitabile. Fini, per parte sua, fa il conto dei fedelissimi in Parlamento (ma la cifra di 50 deputati ex An, che sottoscrissero a suo tempo un documento di solidarietà al presidente della Camera, è forse ottimistica). In politica si deve seguire una linea forte per essere autorevoli. Ma bisogna anche tenere a vista la porta di sicurezza in caso di emergenza.


MY BEST COMPLIMENTS , FINI HAS COURAGE , RUTELLI HAS INSIGHT ; good luck , goodbye !
governo del presidente pd-fini-rutelli-casini? fatevi quattro conti, vedete se in questo parlamento ci sono i numeri, poi ne riparliamo. fini è solo chiacchiere e distintivo
Molti fini & pochi mezzi.