Le elezioni si minacciano ma non si fanno
Pochi credono che Silvio Berlusconi userà davvero l’arma totale delle elezioni anticipate. La minaccia è rivolta esplicitamente contro il presidente della Camera, reo di ostacolare le leggi sulla giustizia care al premier e di fare di questa differenza la pietra angolare di una leadership competitiva nel centrodestra: ma è realistico provocare una crisi di governo, disponendo di una maggioranza numericamente così forte in Parlamento, e di correre alle elezioni con lo scopo di espellere Gianfranco Fini dal Pdl?
Naturalmente tutti sanno che Berlusconi è uomo capace di grandi azzardi. Tanto più quanto si trova braccato nell’angolo. E questo è il caso: non solo la sua immagine è appannata, ma, dopo il lodo Alfano, è evidente il suo impasse strategico. Alcuni dei suoi hanno confidato che il Cavaliere ha già commissionato sondaggi per quantificare il valore elettorale del distacco di Fini dal Pdl. L’ipotesi di una concomitanza tra elezioni politiche ed elezioni regionali a marzo sarebbe per Berlusconi la meno costosa in caso di rottura definitiva con Fini perché molti ex An resterebbero “intrappolati” nell’apparato periferico del Pdl. Tuttavia anche queste valutazioni non riescono a ribaltare i pronostici: le elezioni anticipate continuano a suonare come una minaccia, valida sì nello scontro politico interno al centrodestra, ma inefficace all’esterno.
Del resto per arrivare ad elezioni anticipate Berlusconi dovrebbe innanzitutto salire lo scalone del Quirinale e rassegnare le dimissioni, dichiarando urbi et orbi l’impossibilità di attuare il programma di governo (magari all’indomani di un grave incidente parlamentare). E di fronte a questo esplicito fallimento il pallino passerebbe nelle mani di Giorgio Napolitano, che per settimane sposterebbe su di sè i riflettori e la comunicazione politica del Paese. Napolitano sarebbe obbligato a tentare la formazione di un nuovo governo.
A fronte di una ferma determinazione di Berlusconi i numeri probabilmente non ci sarebbero (non ci sarebbero stati neppure al tempo della nascita del governo Dini senza l’astensione determinante di Forza Italia e An). Ma la partita sarebbe pesantissima per il Pdl, con il rischio di defezioni, scontri aperti, strategie divergenti non solo di Fini ma anche di Tremonti, di Bossi, di Pisanu, di Gianni Letta. L’approdo alle urne passerebbe anche da uno scontro istituzionale con il Capo dello Stato. E questo legittimerebbe il “piano B” di Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini: un’alleanza centro-centrosinistra in nome della fedeltà alla Costituzione e dell’unità nazionale.
Berlusconi è in affanno. Ma la risposta più probabile che darà ai suoi problemi stavolta non sarà quella di sfidare il mondo intero, bensì di arroccarsi nella sua maggioranza, pagando alla Lega un prezzo che si preannuncia alto e cercando nel contempo di contenere Fini, e di piegarlo per quanto possibile.


Napolitano come Scalfaro? E’ da vedere. C’è un passaggio diverso rispetto al dicembre 1994: all’epoca nessuno voleva le elezioni anticipate. Oggi non è così. Lo stesso Pd potrebbe non essere del tutto contrario, perché potrebbe per una volta sperare di battere un centro-destra diviso. L’Italia dei valori ha tutto da guadagnare da elezioni anticipate, porterebbe all’incasso l’incremento registrato negli ultimi mesi ed eviterebbe il rischio di veder ridotta la sua influenza di qui al consolidamento di una segreteria Bersani. Bossi da parte sua troverebbe la scusa per giustificare le mancate conquiste di fronte a un elettorato scontento. Insomma tra il dare e l’avere di ognuno, c’è da discutere e riflettere. Non è così scontato che alle elezioni non si andrà.