Raitre, il grande “papocchio” in casa Pd
Dopo settimane di stallo e di rinvii causati dalle barricate di parte del Pd, a Raitre dovrebbe essere scoccata l’ora dell’addio di Paolo Ruffini, al momento il direttore più longevo del servizio pubblico, seduto da sette anni sulla stessa poltrona. L’ora fatale dovrebbe suonare nella riunione del cda di mercoledì prossimo. Sarà la volta buona per Antonio Di Bella, a sua volta sostituito da Bianca Berlinguer al Tg3?
Vada come vada, sulla direzione di Raitre si è consumato un grande “papocchio” nel Pd, un partito che nel giro di un anno è passato tre volte di mano: da Veltroni al reggente Franceschini per finire a Bersani. E queste cose in Rai, dove c’è la “ciccia” vera, contano eccome. Il termine “papocchio” lo usa un’autorevole fonte democrat, che la questione Ruffini la divide in due fasi: pre e postcongressuale.
Nella prima, il patto con il direttore generale Mauro Masi, grand commis berlusconiano, prevedeva solo la promozione di Bianca Berlinguer alla guida del tg. Nella vulgata pubblicistica, l’operazione fu addebitata al ticket Bersani-D’Alema: ma anche Veltroni si mosse in questa direzione, dando vita di fatto a un’insolita unità d’intenti tra lui e Massimo nel nome di Berlinguer. Sull’altro fronte Masi accettò il rinvio della questione Ruffini a dopo il congresso e relative primarie, ponendo però un paletto ben preciso: “Va bene, aspettiamo l’autunno, ma tenete presente che io ho un mandato da rispettare: sostituire Ruffini. Di confermarlo non se ne parla proprio”.
Passato il 25 ottobre, continua la nostra fonte, tutto faceva presagire la staffetta Ruffini-Di Bella. Il direttore di Raitre, però, con la sponda dello sconfitto Franceschini e del consigliere Rai Nino Rizzo Nervo cambia idea. Fa sapere che non accetterà il cambio. Per lui era pronta la poltrona dei canali digitali. Inizia la resistenza barricadera della sinistra televisiva di Raitre, con tutti i conduttori in prima fila a difendere l’ex democristiano di sinistra Ruffini. Bersani rimane spiazzato. E con lui anche il franceschiniano Fassino, che con Di Bella ha un buon rapporto.
Il neosegretario del Pd a quel punto preferisce lo stallo. I rischi sono due: che Di Bella passi in cda solo con i voti della destra (anche se il veltroniano Van Straten è possibilista) e che si contrabbandi la nomina come merce di scambio nella trattativa con la maggioranza per D’Alema all’Ue. Il resto è cronaca di questi giorni. Il problema D’Alema non esiste più e Masi sarebbe pronto a portare formalmente il nome di Di Bella, nonostante il pronunciamento ufficiale di Rosy Bindi, presidente del partito: “Ruffini non si tocca”. Cosa succederà mercoledì?


Sembrano dilettanti allo sbraraglio.Ma i vecchi compagni che cosa gli hanno insegnato,o fose quando parlavano si estasiavano e non capivano nulla.
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Ce ne dovrebbe fregare qualche cosa? Ruffini, Di Bella? tirate a sorte che è uguale. Così come è sempre stato anche con “i vecchi compagni”.
e’ andata.
ma se qualcuno, nel pd , fara’ ancora il moralista sull’occupazione della rai peste lo colga !