Giulio Tremonti e il dopo-Berlusconi
Renato Brunetta non avrebbe mai attaccato Giulio Tremonti con tanta durezza se non fosse stato certo che anche Silvio Berlusconi ormai guarda il suo Superministro con sospetto e diffidenza. Ma il distacco dal Cavaliere non è una sanzione che Tremonti ha subìto. E’ invece una scelta compiuta in piena coscienza, che ha avuto la più esplicita rappresentazione nella settimana del braccio di ferro sul taglio dell’Irap. La settimana, vale la pena ricordare, nella quale Tremonti ha chiesto per sé, senza ottenerla, la carica di vicepremier.
Insomma, per quanto siano diversi i percorsi e le modalità, anche Tremonti, come Gianfranco Fini, ha deciso di segnalare una propria “autonomia” politica, con tutto ciò che ne consegue in termini di competitività interna al Pdl e di sfida per la leadership futura.
Brunetta si è fatto trascinare dalla vis polemica. Tanto da costringere Berlusconi a difendere Tremonti, pena una disgregazione del tessuto connettivo del governo. Ma il Cavaliere è sempre lo stesso di una decina di giorni fa, quando disse (e il riferimento era a Tremonti) che solo Gianni Letta è indispensabile all’impresa. Il problema di Berlusconi è che non riesce ancora a trovare una exit strategy dopo l’estate delle veline, dopo la fine della prima fase della crisi economica, dopo la bocciatura del lodo Alfano. E questo alimenta le congetture sul dopo-Berlusconi già cominciato.
E’ convinzione comune che la benzina nel motore di Tremonti sia l’intesa con la Lega. Tremonti sembra il solo nel Pdl capace di ereditare l’alleanza con Umberto Bossi: e questo è moltissimo visti i numeri leghisti. Ma il Superministro, proprio perché la conosce bene, sa che la logica della Lega è contrattualistica. Per avere un governatore del Nord è capace di cambiare schieramento politico: figuriamoci se sul rapporto personale con Bossi si può davvero costruire la scalata al Pdl.
L’amicizia con il Senatùr resta un punto a favore. Ma Tremonti da tempo coltiva anche altre amicizie, non proprio concilianti con i sentimenti leghisti. Parla quotidianamente con i vertici di Confindustria e delle maggiori associazioni di categoria, con imprenditori e banchieri. Ha una sua catena di collegamenti nel mondo dell’informazione, e cura attraverso di questa la sua immagine. Con l’Aspen – che organizza settimanalmente seminari ristretti al meglio della classe dirigente politica, imprenditoriale, finanziaria – coltiva una sua filofosia del “fare squadra” in Italia. Ma soprattutto, facendosi paladino del rigore dei conti pubblici in un governo che conta sempre meno in Europa e che ora è per giunta attraversato da confuse spinte alla spesa, Tremonti sta diventando per l’Ue il solo uomo del governo Berlusconi capace di guidare la macchina malmessa.
Forse è troppo attribuire fin d’ora a Tremonti una strategia definita nei dettagli. Nel 2005 le accuse ora rilanciate da Brunetta erano sulla bocca di Fini e Casini e furono la ragione del suo dimissionamento dal governo Berlusconi ter. Oggi il Superministro sarà pure più debole perché più distante dal Cavaliere, ma avverte che Berlusconi è a sua volta molto più debole del passato. Il futuro prossimo è incerto.
Tuttavia il Tremonti che vanta credito in Europa potrebbe tornare utile non solo per una battaglia politica di successione nel Pdl, ma anche per un governo di salute pubblica in questa legislatura. Del resto fu proprio Tremonti, prima delle elezioni del 2008, a parlare in solitudine della necessità di un governo di unità nazionale.


Il grande Brunetta ha finalmente avuto il coraggio di criticare il moloch Tremonti, che non essendo propriamente un economista ma solo un tributarista, ha inventato un nuovo modo di fare economia che in spregio ai fondamentali dell’economia capitalista e di quella di scuola laburista, apprendendo non si sa come da misteriose alchimie medioevali vorrebbe portare rigore nelle disastrate casse del nostro bilancio pubblico…..Insomma finalmente qualcuno che si ricorda che l’economia è una cosa seria e non un esercizio intellettuale vetusto e (per convinzioni personali) anti capitalista. Chissà a sinistra invece di criticarlo sempre qualcuno appoggerà la protesta del buon Brunetta
E se a non aver chiara una exit strategy fosse proprio Tremonti? Nel senso che la via di “rigore, rigore” non è che porti lontano. Specie se il rigore poi non è selettivo e non è accompagnato da provvedimenti dinamici, come ad esempio la cedolare secca degli affitti, utile a innestare movimenti nel corpo sociale (emersione affitti in nero, conflitto d’interessi locatore/locatario ecc.). Sarà pure “in” riunirsi con gli amici al bar di Aspen, ma se manca vivacità di pensiero si finisce per ripetere sempre le stesse battute.