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Legalize L.A.

Il brand American Apparel è  leader nella produzione di capi di abbigliamento di puro cotone americano, semplici, colorati, onesti, low cost e rigorosamente made in Downtown Los Angeles. Un impero di t-shirt che vale 300 milioni di dollari in borsa, 145 negozi in 11 Paesi, un milione di capi prodotti alla settimana. 6.000 gli impiegati, di origine quasi esclusivamente ispanica, molti dei quali lavorano in nero per stessa ammissione di  Dov Charney, il CEO di American Apparel.

Charney è un canadese che ha saputo incarnare al meglio il sogno americano, si è distinto più volte promuovendo policy interne alla sua azienda decisamente controcorrente: paghe di molto superiori al minimo sindacale e alla stessa media del settore; assicurazione medica per i dipendenti a 75 dollari l’anno; lezioni gratis di inglese; stretching collettivo alle 2 del pomeriggio. Tanto per intenderci, Charney è solito condurre personalmente i suoi operai ai cortei del primo maggio, con tanto di pullmann aziendali.

Legaliza L.A.

Un nuovo ideologo della sinistra o piuttosto un liberista astutamente mascherato?
Charney sostiene: “Non siamo un’opera di beneficenza. Vogliamo fare soldi, milioni, miliardi! Ma vogliamo che tutti li possano fare. Se non ci fossero varie razze ed etnie non vivrei mai a Los Angeles. Gli immigrati sono il futuro americano, sono quello che fa sì che LA sia così diversa dalle altre città. Il fatto di usare l’azienda come strumento di attivismo ci mette all’avanguardia nel settore per le politiche progressiste adottate. Non si tratta di tenere alto il “Made in Usa”. Si tratta di mantenere alti i valori americani. Perché crediamo nel sogno Americano. Siamo a favore dei diritti dei lavoratori, sia a Los Angeles che in ogni altro luogo del mondo. Produciamo negli Stati Uniti non perché siamo dei fanatici della bandiera a stelle e strisce. A mano a mano che il valore e la forza di American Apparel crescono, ci impegnamo a migliorare il nostro prodotto e la vita dei nostri operai. Il mio motto: innovazione e responsabilità sociale. Questo è il nuovo sogno americano».
Il “Charney pensiero” è diventato una campagna: “Legalize LA” con l’obiettivo di promuovere l’amnistia dei lavoratori clandestini, che a Los Angeles conta più di un milione di persone spesso costretti a lavorare in condizioni di sfruttamento particolarmente abbietto presso i cosiddetti ‘sweat shops’ (botteghe del sudore). Sono state realizzate magliette di tutti i colori e le taglie da indossare durante le manifestazioni dei lavoratori immigrati: accanto ai cartelli di protesta e di richiesta della riforma della legge sull’immigrazione hanno così sfilato maglie multicolore, ma con un unico slogan: “Legalize LA”. I soggetti: facce americane sedute in CDA, lavoratori multietnici, molti messicani alla catena di produzione.
Un claim capace di unire in un significato unico città e persone: legalizzare gli immigrati che contribuiscono alla vita economica californiana significa legalizzare la città, renderla un posto migliore.
Peccato che avendo Charney deciso di non limitare il senso politico del brand ad un fatto di responsabilità e qualità della filiera produttiva, gli effetti non abbiano tardato a manifestarsi. Il gioco è sfuggito di mano quando 1800 operai della AA sono stati licenziati in tronco per ordine dall’ICE (immigration and customs enforcement), il servizio federale di immigrazione che fa capo al mistero della difesa. Una punizione evidente per essersi troppo esposti politicamente nel dibattito sull’immigrazione e uno schiaffo alla comunità ispanica che si era dimostrata così strategica per la costruzione del consenso di Obama in California.
La storia continua e le magliette “Legalize LA” sono tuttora in vendita…

3 commenti a “Legalize L.A.”

  1. Riccardo Cepparulo scrive:

    Ben scritto e molto, molto interessante.

  2. maurizio giorgio scrive:

    puro cotone americano ? a mi sembrava poliestere cinese.

  3. Giulia Blasi scrive:

    Charney è anche uno che è stato trascinato in tribunale da ex dipendenti per molestie, si è masturbato davanti a una giornalista ed è noto per selezionare i commessi solo fra i giovani, magri e belli.

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