La meravigliosa storia italiana dei tagli all’editoria
La vera storia dei tagli all’editoria è questa: ci sono (c’erano) giornali e tv che hanno (avevano) diritto a un finanziamento diretto, ricevuto attraverso un meccanismo che si chiama “diritto soggettivo”, in base al quale le banche concedono una fideiussione che consente di vivere in attesa del finanziamento, che arriva due anni dopo sotto forma di rimborso. Il diritto soggettivo scatta (scattava) per i giornali di idee, legati a un movimento politico e agganciati a un gruppo parlamentare, o per i giornali che sono cooperative di giornalisti, senza un vero editore.
L’elenco di queste testate è sterminato, e alcune sono effettivamente improbabili. Da tempo il governo – i governi – cercano di rimettere ordine, con il consenso delle testate effettivamente dotate di una redazione, che producono qualcosa che può effettivamente essere considerato un giornale, e che sono le prime a ricevere danno da una situazione insostenibile. Ma non ne vengono mai a capo.
Naturalmente, nel migliore dei mondi possibili i giornali vivono grazie a un sano meccanismo di mercato, e si mantengono con gli introiti della pubblicità e il contributo dei lettori che li acquistano. Sfortunatamente, in Italia, il mercato della pubblicità è però completamente in mano ai proprietari delle televisioni, e questo mette in difficoltà tutti i giornali. Compresi i grandi, che infatti non vivrebbero senza cospicui finanziamenti indiretti (sotto forma di detrazioni sulle spese postali e sul costo della carta) il cui importo complessivo è, a spanne, almeno dieci volte quello che costano i finanziamenti diretti ai piccoli giornali.
Nel maxi emendamento alla finanziaria, quei finanziamenti vengono tolti. Si oppone il Pd, si oppongono leghisti ed ex An, tutti partiti o ex partiti con giornale a carico: quindi ci sarebbe una maggioranza, in commissione, per bocciare quella norma. Ma quando si trova la “quadra”, il maxiemendamento viene approvato in dieci minuti, senza prendere in considerazione alcuna modifica, probabilmente promettendo a chi nella maggioranza non condivide alcune sue parti che verrà posto rimedio in seguito. Subito cominciano a correre voci su promesse di Tremonti, interventi di Letta, sfuriate di Bonaiuti (che avrebbe la delega per riordinare il settore, e ci stava provando). La Federazione della stampa si mobilita secondo copione.
Più o meno apertamente, i giornali di partito si appellano a Fini, notoriamente legatissimo al direttore del Secolo Flavia Perina. La dinamicissima Perina fissa anzi un appuntamento cosiddetto segreto, per i direttori delle cinque testate politiche a rischio chiusura, con il presidente della Camera. Durante l’udienza, Fini non si limita a promettere aiuto, ma chiama Tremonti e lo mette in viva voce. Il ministro assicura ai direttori che non intende far loro danno e che ripristinerà i fondi al più presto, forse a gennaio in un decreto, ma non per tutti. Accenna vagamente a «testate storiche» che non possono chiudere, secondo altri parla di «effettiva presenza di giornalisti»: non è chiaro, ma chi deve capire capisce. I giornali politici sono salvi, anche il manifesto e l’Avvenire sono salvi, per gli altri si vedrà.
La storia dei tagli all’editoria è una meravigliosa storia italiana. Invece di mettere a punto la riforma che servirebbe, il governo affronta la non secondaria materia della libertà di stampa brandendo la clava. Prima toglie a tutti, giornali veri e finti, un diritto; poi si appresta a concedere graziosamente la sopravvivenza a qualcuno, a sua insindacabile discrezione, senza svelarne i criteri. I direttori plaudono, il sindacato abbozza, i grandi giornali registrano: “Questione risolta”. Morale: in Italia è meglio non trovarsi nei guai. Ma in caso di guai, è consigliabile avere un amico che conosce il presidente della Camera.


Considerato che regolare l’ editoria italiana attraverso il mercato è utopia.. si potrebbe fare una bella legge che finanzi almeno i giornali veri e non quelli finti.. ma anche questa sembra un’ utopia… così l’ anno prossimo si ripeteranno gli stessi problemi le stesse dinamiche le stesse soluzioni.
Se si facesse così con tutti i soldi pubblici che escono, scuola…sanità…forze armate….in pratica se si resettasse tutto, non sarebbe meglio? O qualcuno ha il coraggio di dire che situazioni come questa sono riformabili? Le puoi solo azzerare e ripartire da capo, se hai il coraggio e la forza di farlo. Questo a prescindere dal colore che governa oggi, o si pensa che non sia nel diritto di un governo selezionare la spesa pubblica in base anche all’ideologia (perchè no?) che lo ha fatto vincere?
ps: e comunque state tranquilli, è solo pour epater les bourgeois. Non hanno le palle per farlo davvero e non lo faranno, i soldi arriveranno a tutti e anche di più
Urge una reale e radicale riforma dell’Italia:
- PRESIDENZIALISMO
- MACROREGIONI FEDERATE: NORD, CENTRO, SUD, ROMA CAPITALE, SICILIA E SARDEGNA.
- SEPARAZIONE CARRIERE E SDOPPIAMENTO DEL CSM
- LEGGE PER LA DEMOCRAZIA: PRIMARIE PER SELEZIONE CANDIDATI, ANAGRAFE DEGLI ELETTI, OBBLIGO DI PROGRAMMI ELETTORALI DA PRESENTARE PRIMA DEL VOTO, ECC…
- UN SOLO CORPO DI POLIZIA (ACCORPAMENTO POLIZIA E CARABINIERI)
Non se ne può più di regioni a statuto speciale, di 20 regioni burocratiche costose e lontane dai cittadini, non se ne può più di comuni che non arrivano a 2000 abitanti e di un’infinità di istituzioni inutili, non efficaci o eccessivamente costosi (es. difensore civico, prefetture, ecc..).
Meno Stato = Stato più efficiente = Più risorse per riduzione debito pubblico, per le famiglie, per lo sviluppo (cioè infrastrutture e meno tasse)!