L’inciucio Letta-D’Alema(-Tremonti), pensando al dopo-Berlusconi
Adesso che neve e gelo hanno raffreddato gli ardori dell’inciucio natalizio, i falchi berlusconiani sono più rilassati e a microfoni spenti rivelano i dettagli del ritrovato amore tra le colombe del Cavaliere e la fazione dalemiana del Pd (che oggi ha incassato non certo con entusiasmo il bacio della morte spedito dal mascariato Dell’Utri in un’intervista al Riformista). Anzitutto precisano che più di un tentativo tra “Silvio” e “Massimo” si tratta di “un inciucio tra Gianni Letta e D’Alema”, che peraltro fa sponda con un’apertura arrivata anche da Giulio Tremonti. Insomma, una triangolazione con il marchio Aspen. Senza dimenticare che Letta, da sottosegretario della presidenza del Consiglio, ha la delega ai servizi segreti e che D’Alema è indicato come il candidato più accreditato del Pd a sostituire Rutelli alla guida del Copasir.
Secondo l’inner circle più combattivo del premier, quello che vorrebbe andare avanti da solo a colpi di maggioranza e che è guidato da Cicchitto e Verdini (entrambi ex massoni), l’asse Letta-D’Alema, con Tremonti a rimorchio, è figlio di una serie di voci e di indiscrezioni su presunti complotti ribaltonisti iniziati dopo il Noemigate. Di qui i sospetti di Ferrara sul Foglio sulle nuove manovre di D’Alema, e di qui lo strano appello del Capo dello Stato a non paventare complotti.
Anche perché l’aggressione di Tartaglia del 13 dicembre ha cambiato i piani in corso. A quel punto, il Pd di D’Alema e Bersani, per sganciarsi dalla linea dell’odio e dare sostanza alla contestata scelta di non andare in piazza il 5 dicembre scorso al No B. Day, ha svolto un “ragionamento alto, da professionisti della politica”. Per mettere al riparo il Pd da scivolose accuse né-néiste sul Cavaliere duomato a colpi di statuine, Bersani è andato in visita al San Raffaele e poi D’Alema sul Corriere ha reintrodotto la questione dell’inciucio sulle orme di Togliatti e dell’articolo 7 della Costituzione.
Restano da capire, però, le successive divisioni tra i due dopo le polemiche sulle dichiarazioni dalemiane. Il segretario ha usato le stesse parole di Scalfari su Repubblica di due settimane fa: nessun accordo sottobanco, confronto trasparente in Parlamento e no a ogni salvacondotto giudiziario al presidente del Consiglio. L’ex premier postcomunista, invece, insiste sulla linea del Corriere debortoliano: possibilista sul legittimo impedimento pur di arrivare a riforme condivise.
Il sospetto dei falchi del Pdl è che la divisione tra i due, Bersani e D’Alema, sia solo tattica in vista delle elezioni regionali. Del resto, la campagna elettorale inizierà a fine gennaio e i toni si alzeranno: non proprio il clima ideale per dialogo o confronto che sia.
In ogni caso, il quadro inizierà a chiarirsi con l’annunciata nomina di Letta a vicepremier, pietra miliare per i futuri scenari dopo le regionali, quando si conoscerà anche il peso dei centristi di Casini. Anche se una cosa è chiara da mesi: il tandem Letta-Tremonti lavora al post-berlusconismo in chiave antagonista alla cordata Casini, Rutelli, Montezemolo e Fini. E D’Alema, schierandosi con Letta, ha fatto capire con chi sta.


come gli capita da un po’…dalla parte sbagliata
Scenario post-berlusconiano: Gianni Letta presidente della Repubblica, Enrico Letta presidente del Consiglio, una dinastia italiana!
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Ma io dico una cosa, non potremmo tutti quanti noi uomini di buona volontà trovare qualcosa da fare a Baffino, chessò un puzzle, un Lego gigante, così la finisce di fare accordi che inevitabilmente falliscono miseramente e si rivoltano contro il centrosinistra? Perché non lascia fare a Bersani e si fa un po’ più in là ?
se cosi stanno le cose mi duole ammetterlo ma Dalema ha fondamentalmente ragione scegliendo un linea che salvaguardia il bipolarismo da nuove tentazione neo centriste, però non mi è chiaro il ruolo di Fini? La vedo lunga ad immaginarmelo fuori dalla sponda bipolare-presidenzialista…