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Il compagno Bettino Craxi

Ho incontrato Bettino Craxi una volta sola, nell’ottobre 1999, nella sua casa di Hammamet. Non lo avevo mai conosciuto prima. Mi sarebbe piaciuto fare un libro insieme a lui, un libro di idee e non di recriminazioni che restituisse finalmente il compagno Craxi (e non soltanto la sua politica, che tutti oramai mostrano, col senno di poi, di apprezzare e commemorare) alla sinistra italiana. L’idea che un ‘comunista’ si interessasse a lui lo incuriosiva, e se non si fosse gravemente ammalato forse il libro lo avremmo fatto davvero. Questo è il racconto di quell’incontro così come lo scrissi per La Stampa in occasione del suo primo ricovero in ospedale:

Abbiamo chiacchierato per una buona mezza giornata, prima seduti nel patio al lungo tavolo ingombro di carte, libri, fotocopie, giornali; poi nel bel giardino interno circondato dalle palme. Sebbene sia molto diverso dall’immagine che ciascuno di noi ha nella memoria, Craxi mi è sembrato in buona forma. Non gli piace far la parte del malato. Ma la sua malattia conosce rapidi mutamenti, crisi improvvise. Gli ho chiesto del passaporto diplomatico promessogli da Arafat. “Non è un problema, il passaporto. Potrei averlo anche dalla Tunisia, se lo chiedessi. Ma per andare dove?” In Italia, gli ho detto. “Macché. Non posso mica tornare in Italia così”.

Non abbiamo parlato né dei suoi processi e delle sue condanne, né dei modi per consentirgli di tornare in patria. Però è chiaro che è l’Italia la sua ossessione. A torto o a ragione, Craxi è convinto di subire una grande ingiustizia: non perché non si consideri responsabile, ma perché avverte una sproporzione intollerabile fra le imputazioni e le condanne che ha ricevuto, e quelle che sono toccate agli altri.

Tuttavia, non mi è parso preda del rancore o del risentimento. Ha detto: “Sapessi quante cose potrei raccontare su questo o su quello… Li ho conosciuti tutti, io. Però non mi va di fare questa parte. Almeno finché sono vivi”. Mi ha chiesto notizie di Occhetto, che ricorda con affetto. “Ci siamo conosciuti a Milano, eravamo studenti e facevamo già politica. Abbiamo sempre avuto buoni rapporti”. Gli ho chiesto perché mai, ai tempi della “svolta” che porterà allo scioglimento del Pci, nel 1989, lui e Occhetto non si siano intesi. La storia d’Italia forse sarebbe cambiata, se la sinistra avesse smesso di farsi la guerra.

“Quando cadde il Muro di Berlino, feci un rapido calcolo – ha risposto Craxi –. Se scateno una campagna anticomunista, mi dissi, fra cinque anni avrò conquistato un milione di voti. Non ne vale la pena. Per questo lanciai invece l’unità socialista. Riservatamente, proposi al Pci un patto federativo. Occhetto non era contrario, anzi. Ma un giorno mi disse che la maggioranza del suo partito non l’avrebbe mai seguito, perché voleva l’accordo con la Dc. Capii che era così quando un giorno vidi Gava uscirsene con la proposta di un governo col Pci. Poi venne Mani pulite…”.

C’è una vena di rimpianto, nel tono con cui Craxi pronuncia queste parole: perché è evidente anche a lui che non fu soltanto colpa di Achille Occhetto se la sinistra si dilaniò anziché allearsi, ed è probabile che Craxi già allora capisse quanto ormai logora e frusta fosse l’alleanza di pentapartito.

Dei “comunisti” di oggi abbiamo invece parlato poco. “Non li conosco, non conosco D’Alema [allora a palazzo Chigi, Ndr]. Però lui mi sembra troppo solo e la sua maggioranza troppo litigiosa. Anch’io ero solo, ma finché ho vinto avevo il partito in pugno. Invece mi sembra che D’Alema non abbia il partito con sé, anzi”. Gli ho detto che i partiti non sono più quelli di una volta. Craxi è scoppiato a ridere e ha fatto una faccia contrita: “Mi stai dicendo che… non c’è neanche più il Pci? Allora siete messi davvero male, in Italia”. Poi mi ha parlato della sua amicizia con Pajetta, con Cossutta, con Chiaromonte: e mi è sembrato improvvisamente lontano, come sopravvissuto ad un naufragio, persino sperduto. Mi è sembrato anche, nettamente, un uomo di sinistra – un figlio della sinistra italiana, orgoglioso di esserlo.

Tra i vezzi di Craxi c’è quello di fingere di non conoscere nulla dell’Italia (“Che cosa vuoi che sappia, io me ne sto qui, lontano…”). Al contrario, è molto informato, e non soltanto dalia lettura dei giornali: conosce i retroscena, coglie i dettagli, sa interpretare gli avvenimenti, ne intuisce l’evoluzione. Mi è sembrato davvero un politico puro, come ce ne sono pochi ormai: la politica è la sua passione, il suo demone, il suo destino.

Gli ho chiesto allora del suo giardino, delle palme, dei datteri: chissà perché, mi è venuto in mente Berlusconi che a Porta a porta ha mostrato alle telecamere il suo parco con la competenza di un giardiniere diplomato. Craxi invece ha subito tralasciato le piante, di cui evidentemente gli importa assai meno che della politica, e mi ha indicato un portico sul fondo: “Vedi quel tavolo laggiù? Tanti anni fa, quando viveva a Tunisi, cenammo con Arafat”. Ridacchia, come per confessare una marachella: “Tempo dopo, riguardando le foto di quella cena, mi accorsi che c’era anche Abu Abbas a tavola con noi… e io non sapevo neanche chi fosse”.

Prima di salutarmi, Bettino Craxi mi ha regalato un libriccino stampato a proprie spese. S’intitola Garibaldi e l’indipendenza della Tunisia e si conclude così: “La voce di Garibaldi suona ancora oggi nella storia dell’indipendenza dei popoli come un grande esempio di coerenza, di generosità e di umanità”. Nel salone di casa, poggiato ad una parete già ingombra di quadri, c’è un grande diploma che conferisce a Craxi il titolo di “generale garibaldino ad honorem”. L’ho rimproverato per la trascuratezza. “Hai ragione – ha detto Craxi – debbo proprio appenderlo uno di questi giorni”. Chissà, forse quel diploma sta lì da anni: tutto, ad Hammamet, ha un sapore provvisorio. Come se Craxi volesse convincersi di essere appena arrivato, di essere sul punto di ripartire.

[13.10.1999]

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11 commenti a “Il compagno Bettino Craxi”

  1. [...] Tutto, ad Hammamet, ha un sapore provvisorio. Come se Craxi volesse convincersi di essere appena arrivato, di essere sul punto di ripartire. (qui) [...]

  2. Luigi Rintallo scrive:

    Il problema dei post-pci è sempre lo stesso di Occhetto nel 1992. Credono che l’accordo con la Chiesa e i cattolici sia indispensabile. Persistono anche oggi nell’equivoco e si ritrovano in un Pd ingovernabile, perché testardamente si lasciano irretire da questa sorta di guelfismo, che condanna il Paese alla mediocrità. Credere ancora all’irrinunciabilità di un rapporto coi cattolici per governare l’Italia è quanto di più sbagliato ci sia. La Chiesa ha una visione che colloca l’Italia ai margini della sua strategia.

  3. Biagio Marzo scrive:

    Ho conosciuto Bettino Craxi perché sono stato uno dei suoi dirigenti di Via del Corso, per anni responsabile nazionale dell’Organizzazione. Nel momento delle sue difficoltà politiche e umane, quando gli alrti scappavano, gli sono stato vicino. Non gli ho mai chiesto nulla quando aveva in mano il potere, e lui mi ha apprezzato per questo.
    Quello che ho letto – il rapporto tra Psi e Pci-Pds – è la santa verità, ringranzio per questo FR, biagio marzo

  4. John Doe scrive:

    È stato un grande uomo, e lo è stato anche negli errori.
    Per parlarne con un minimo di senso storico decente bisognerà aspettare la morte di un paio di generazioni, di cui una è ahimè la mia :-)
    Ma anche ora, quando una cosa è scritta bene e interessante, fa sempre piacere leggerla. Grazie

  5. matar scrive:

    Un grande uomo: perché??!!

  6. poa scrive:

    a matar risponde niente di meno che sir economist: “craxi è un latitante della giustizia, il politico caduto in assoluto più in disgrazia di tutta la storia italiana”.
    ps. i giornali inglesi politicamente corretti hanno questa particolarità: non soltanto saccheggiano gli omologhi italiani con spudorata pigrizia, ma ci mettono sempre di mezzo la storia e, non conoscendola, finiscono per dire con grande serietà corbellerie come questa sulla classifica dei più sfigati della storia (ma si può??)

  7. Silvia scrive:

    Concordo con Biagio Marzo: quello che è stato scritto sul rapprto PCI-Psi è vero. Occhetto aveva oppositori interni ad un accordo con il PSI, (in fondo anche il PCI era una “chiesa” l’altra chiesa) ma anche la svolta della Bolognina non trovò tutti d’accordo eppure la fece. Personalmente ritengo il “compromesso con la DC” un errore storico, le cose sarebbero andate diversamente se ci fosse stata l’alleanza con il PSI. Ma il discorso sarebbe lungo. Craxi ebbi modo di vederlo di persona una sola volta in occasione della sua visita in Cgil. Di lui mi colpì lo sguardo: penetrante e intelligente tanto che ancora oggi, a distanza di anni, lo ricordo benissimo.Comunque Fab un bell’articolo, lieve e profondo allo stesso tempo e soprattutto senza sbavature in alcuna direzione!!!!

  8. andrea lucangeli scrive:

    Complimenti a FB bell’articolo, ancora attuale a distanza di anni.- Una sola domanda: politicamente parlando meglio il “latitante” Craxi o lo “sfascista” Di Pietro? Non penso che la sinistra ci abbia guadagnato in questo cambio di classe politica……Craxi era pragmatico ma anche “visionario”, dov’è oggi la visione del fututo del nostro paese? Tutti in Procura della Repubblica a farsi interrogare dai PM di MD?

  9. Luca scrive:

    Davvero non capisco come non si tenga conto del fatto che Craxi, da rappresentante delle istituzioni, si è sottratto alla giustizia italiana per non rispondere dei reati commessi. Tutto ciò lo relega nella sfera dei peggiori latitanti

  10. Luigi Rintallo scrive:

    @ Luca – ancora con questa storia dell’essersi sottratto alla giustizia. Si è sottratto a dei magistrati che sono quello che sono. Gli stessi che sghignazzano con il presidente della Camera parlando di Spatuzza; gli stessi che arrestano Del Turco senza prove; gli stessi che fanno confessare il falso dopo la tortura del carcere preventivo; gli stessi che si mostrano spietati anche di fronte alle parole di Sergio Moroni; gli stessi del processo Tortora; gli stessi che hanno martirizzato in vita il collega Falcone; gli stessi di sempre e che hanno proprio stancato.

  11. John Doe scrive:

    Sante parole Luigi, ma lascia perdere che non c’è salvezza. Hai sentito Grasso (non famoso per essere un estremista e titolare del vertice dell’antimafia in italia) cosa ha detto della bomba in Calabria? Una roba tipo: è anche conseguenza degli attacchi ai magistrati. Come se i mafiosetti di quelle parti avessero bisogno di questo governo per fare affari e ammazzare gente.
    Roba da matti.

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