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L’orecchino di Maradona e l’inferno di Rosarno

La palma della curiosità va al tedesco Handelsblatt, forse l’unico che si sia voluto interessare alla misteriosa acquirente dell’orecchino di Maradona. In terra SVP il duello è stato tutto meridionale tra il rappresentante di un industriale beneventano, malato di calcio, ed una misteriosa elegante dama di ferro con accento del sud (ma quale?). Commenti francesi dello stile “SPQI, sono pazzi questi italiani”, e più pratici commenti anglosassoni su quanto ancora deve pagare el pibe de oro al fisco italiano.

Tuttavia la stampa britannica e indiana diventano subito assai più calienti quando di mezzo c’è la passione, questa volta per la coppia blasé-patinata Emanuele Filiberto-Kate Moss. La modella ha scelto il no comment, mentre il principe ha lasciato cadere con stile dettagli su canzoni composte, attrazioni fulminanti e fascino della mannequin. Sarà il fulgore della corona, ma ai nostri amici d’Oltremanica non passa nemmeno per la testa di osservare un’abile campagna mediatica impostata dal Savoia smart: con quale obiettivo? Ancora non si sa, ma volendo fare i visionari, sarebbe interessante vedere un Savoia capo di governo, andando oltre quanto i confinanti austriaci stanno facendo con gli Habsburg (il verde Ulrich Habsburg-Lothringen vuol diventare presidente abrogando una legge del 1920) e gli Schwarzenberg (ex ministro ceco degli Esteri).

Tutt’altra passione viene fuori invece dai media egiziani, marocchini, africani, francesi e spagnoli sulle conseguenze di Rosarno. Il ministro Franco Frattini, come tutti i ministri degli Esteri, minimizza per mestiere, ma è la prima volta che l’Egitto tocca con forza la questione del razzismo contro i neri, superando la divisione tra arabi e neri e ponendosi come prima potenza morale africana (silenzio profondo dal Sud Africa).

Ad essere di memoria più lunga, quella che difetta ai Calderoli Maroni Bossi and company pidiellina, bisognerebbe ricordarsi che il ministro degli Esteri Ahmed Aboul Gheit è stato anche una delle eminenze grigie della furibonda campagna intergovernativa svoltasi nella Conferenza Islamica contro le vignette antislamiche danesi, cui poi seguì la calderolata della maglietta con vignetta in tv. E sempre sua è stata la regia estera delle rivelazioni col contagocce dell’imam soggetto a rapimento di stato, Abu Omar, nonostante fosse ospite delle opache galere egiziane. Ooops, inseguendo la Libia (rientrando astutamente da dove gli angloamericani ci avevano cacciato nel 2003), abbiamo forse perso l’Egitto?

E forse ci stiamo giocando buona parte dell’opinione pubblica africana. La parola apartheid è già venuta fuori nel contesto di Rosarno e le tracotanti dichiarazioni “il lavoro agli italiani” acquistano un’altra valenza. Le congratulazioni di Maroni per il brillante ristabilimento dell’ordine pubblico possono ricordare nei ricercatori africani che da noi vivono gli elogi al generale Bava Beccaris che nel 1909 cannoneggiò gli operai di Milano. Per questi studiosi è assolutamente chiaro che gli africani sono gli ultimi tra gl’immigrati nel Belpaese.

El Mundo poi ricorda con asprezza il ruolo avanguardista dell’Italia nel Rinascimento, nel fascismo e ora anche nel razzismo, malattia strisciante europea, più visibile dove lo stato è più che minimalista, assente, privatizzato e/o corrotto. L’Europa tace, scordandosi che entro il 2050 avremo bisogno di altri 70 milioni di migranti. Il tutto mentre cade “una pioggerella mediatica fatta di antiprogressismo, scorrettezza politica e comunitarismo occidentale mascherato da universalismo ”.

Di fronte al rischio europeo della perdita dell’anima e poi di tutto, stato sociale incluso, i nostri misurati passi nei confronti del debolissimo governo somalo islamico moderato in funzione antislamista impallidiscono e si perdono nel mare dei segnali di una politica troppo virtuale per cambiare la vita e la morte reali.

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