Venezia, l’irrinunciabile business dell’acqua alta
L’acqua alta non piace troppo nemmeno ai turisti giapponesi che pure a Venezia si lasciano incantare anche dal poco esotico sapore di un hamburger speziato chiamato “porta d’oriente”. Quest’anno le piogge e la neve del periodo natalizio non hanno certamente dato una mano alla città lagunare, ma nemmeno bastano a giustificare i “record di acqua alta” misurati dal centro maree cittadino a partire dall’autunno scorso.
La Magistratura alle Acque, organo esterno del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, con gli anni è arrivata a definire l’insieme delle concause che danno origine alla marea, sviluppando un vocabolario complesso, che ha il sapore rassicurante dell’”oggettività scientifica”. Si è allora parlato di eustatismo, per descrivere il progressivo innalzamento dei mari, di subsidenza per spiegare che il suolo lagunare tende a sprofondare.
In una città abituata a convivere col fenomeno delle maree l’accusa del più famoso barista cittadino, Arrigo Cipriani, contro l’Amministrazione comunale, il Consorzio Venezia Nuova e il Magistrato alle Acque, fa pensare a qualche errore di valutazione, tanto più intollerabile dopo che anni di promesse attraverso svariati progetti hanno generato l’aspettativa che il problema sarebbe rimasto vivo solo nei ricordi.
Quando negli anni 60 venne avviato lo scavo di quello che oggi è conosciuto come “il Canale dei Petroli”, per collegare la bocca di porto di Malamocco con il polo petrol-chimico di Marghera, largo 200 metri e profondo oltre 15, l’innalzamento del livello di marea fu calcolato in decine di centimetri. Ora il Canale dei Petroli è nuovamente al centro dell’attenzione, legato all’annosa vicenda del progetto del Modulo Sperimentale Elettromeccanico (MOSE). Questo braccio di mare che entra in laguna permettendo l’accesso all’area di Marghera –evitando la città- non è contemplato nel novero delle paratoie del MOSE (come osservato dallo studio tecnico commissionato dal Comune di Venezia nel 2009 relativo all’efficacia del progetto). Semplificando ulteriormente la questione, si sostiene che le dimensioni di quel varco sarebbero sufficienti a rendere zoppicante l’efficacia del MOSE.
Il novero degli interessi in gioco è tale da far escludere che si possa instaurare un limpido dialogo per una revisione congiunta dello stato di avanzamento dei lavori e pervenire ad una condivisa sintesi di punti di forza e deficienze. Il consorzio Venezia Nuova, attivo dal 1987, ha rilanciato l’esangue mondo della cantieristica ed edilizia lagunare, ha messo il Comune di Venezia e la Provincia nelle condizioni di godere di un canale diretto e privilegiato con il governo; al contempo ha messo in mano all’associazionismo ambientalista e a difesa del territorio un jolly inaspettato, capace di riaprire il gioco al tavolo del “destino di Venezia”.
In questo il clima la stessa giunta Cacciari tace il discorso nelle sedi istituzionali, lanciando solo alcuni segnali criptati nel meno riottoso entroterra veneto: la domanda che sta alla base è – ancora una volta, ma più attuale che mai alla vigilia di un’elezione regionale scontata nel risultato elettorale e poco prevedibile nei suoi sviluppi futuri – quale debba essere il futuro della città di San Marco. In questo dilemma si sono arrovellati i veneziani fino all’accettazione del MOSE, una scelta che permetteva di continuare a pensare Venezia così come la viviamo oggi.
Ma è nel contesto che devono essere lette le differenze: la vigilia di una tornata elettorale che si preannuncia banco di prova dei nuovi equilibri politici nazionali, l’autocandidatura a città olimpica per il 2020 e il silenzio ufficiale sulle accuse al MOSE (spezzato da alcune inchieste interne e studi di sostenibilità auto-commissionati) fanno pensare se non ad un progetto per “Venezia Futura”, quanto meno ad un’analisi silenziosa per immaginare scenari che potranno essere sfilati dai cassetti da coloro che da qui al 2014 (e poi al 2020) saranno chiamati a governare la complicata laguna veneta.


Da Veneto (e da Vicentino) mi vergogno profondamente della fogna che è il Consorzio Venezia Nuova, un comitato affaristico-politico-elettoralistico “dispensa-poltrone” voluto negli anni ’80 da DC / PSI e nato sotto una pessima stella.- Noi Veneti dell’entroterra consideriamo il problema acqua-alta di Venezia come uno annoso scandalo insopportabile che porta disdoro a tutta la Regione (un pò come i rifiuti di Napoli per l’intera Campania…).- Un problema eminentemente tecnico (ingegneria dei fluidi) è stato portato sul piano politico (leggi voti, poltrone e tangenti) tanto da farlo diventare “irrisolvibile”…- Gli americani ci hanno impiegato 9 anni per mandare l’uomo sulla Luna, noi Veneti è da trent’anni che parliamo di acqua-alta a Venezia…: ripeto, una cosa vergognosa!
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