La lettera di Napolitano ad Anna Craxi
Pubblichiamo il testo integrale della lettera che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha inviato alla signora Anna Craxi:
“Cara Signora,
ricorre domani il decimo anniversario della morte di Bettino Craxi, e io desidero innanzitutto esprimere a lei, ai suoi figli, ai suoi famigliari, la mia vicinanza personale in un momento che è per voi di particolare tristezza, nel ricordo di vicende conclusesi tragicamente.
Non dimentico il rapporto che fin dagli anni ’70 ebbi con lui per il ruolo che allora svolgevo nella vita politica e parlamentare. Si trattò di un rapporto franco e leale, nel dissenso e nel consenso che segnavano le nostre discussioni e le nostre relazioni anche sul piano istituzionale. E non dimentico quel che Bettino Craxi, giunto alla guida del Partito Socialista Italiano, rappresentò come protagonista del confronto nella sinistra italiana ed europea.
Ma non è su ciò che oggi posso e intendo tornare.
Per la funzione che esercito al vertice dello Stato, mi pongo, cara Signora, dal solo punto di vista dell’interesse delle istituzioni repubblicane, che suggerisce di cogliere anche l’occasione di una ricorrenza carica – oltre che di dolorose memorie personali – di diversi e controversi significati storici, per favorire una più serena e condivisa considerazione del difficile cammino della democrazia italiana nel primo cinquantennio repubblicano.
E’ stato parte di quel cammino l’esplodere della crisi del sistema dei partiti che aveva retto fino ai primi anni ’90 lo svolgimento della dialettica politica e di governo nel quadro della Costituzione. E ne è stato parte il susseguirsi, in un drammatico biennio, di indagini giudiziarie e di processi, che condussero, tra l’altro, all’incriminazione e ad una duplice condanna definitiva in sede penale dell’on. Bettino Craxi, già Presidente del Consiglio dal 1983 al 1987. Fino all’epilogo, il cui ricordo è ancora motivo di turbamento, della malattia e della morte in solitudine, lontano dall’Italia, dell’ex Presidente del Consiglio, dopo che egli decise di lasciare il paese mentre erano ancora in pieno svolgimento i procedimenti giudiziari nei suoi confronti. Si è trattato – credo di dover dire – di aspetti tragici della storia politica e istituzionale della nostra Repubblica, che impongono ricostruzioni non sommarie e unilaterali di almeno un quindicennio di vita pubblica italiana.
Non può dunque venir sacrificata al solo discorso sulle responsabilità dell’on. Craxi sanzionate per via giudiziaria la considerazione complessiva della sua figura di leader politico, e di uomo di governo impegnato nella guida dell’Esecutivo e nella rappresentanza dell’Italia sul terreno delle relazioni internazionali. Il nostro Stato democratico non può consentirsi distorsioni e rimozioni del genere.
Considero perciò positivo il fatto che da diversi anni attraverso importanti dibattiti, convegni di studio e pubblicazioni, si siano affrontate, tracciando il bilancio dell’opera di Craxi, non solo le tematiche di carattere più strettamente politico, relative alle strategie della sinistra, alle dinamiche dei rapporti tra i partiti maggiori e alle prospettive di governo, ma anche le tematiche relative agli indirizzi dell’attività di Craxi Presidente del Consiglio. Di tale attività mi limito a considerare solo un aspetto, per mettere in evidenza come sia da acquisire al patrimonio della collocazione e funzione internazionale dell’Italia la conduzione della politica estera ed europea del governo Craxi: perché ne venne un apporto incontestabile ai fini di una visione e di un’azione che possano risultare largamente condivise nel Parlamento e nel paese proiettandosi nel mondo d’oggi, pur tanto mutato rispetto a quello di alcuni decenni fa.
Le scelte di governo compiute negli anni 1983-87 videro un rinnovato, deciso ancoraggio dell’Italia al campo occidentale e atlantico, anche di fronte alle sfide del blocco sovietico sul terreno della corsa agli armamenti ; e videro nello stesso tempo un atteggiamento “più assertivo” del ruolo dell’Italia nel rapporto di alleanza – mai messo peraltro in discussione – con gli Stati Uniti. In tale quadro si ebbe in particolare un autonomo dispiegamento della politica estera italiana nel Mediterraneo, con un coerente, equilibrato impegno per la pace in Medio Oriente. Il governo Craxi e il personale intervento del Presidente del Consiglio si caratterizzarono inoltre per scelte coraggiose volte a sollecitare e portare avanti il processo d’integrazione europea, come apparve evidente nel semestre di presidenza italiana (1985) del Consiglio Europeo.
Né si può dimenticare l’intesa, condivisa da un arco assai ampio di forze politiche, sul nuovo Concordato: la cui importanza è stata pienamente confermata dalla successiva evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa.
Numerosi risultano in sostanza gli elementi di condivisione e di continuità che da allora sono rimasti all’attivo di politiche essenziali per il profilo e il ruolo dell’Italia.
In un bilancio non acritico ma sereno di quei quattro anni di guida del governo, deve naturalmente trovar posto il discorso sulle riforme istituzionali che aveva rappresentato, già prima dell’assunzione della Presidenza del Consiglio, l’elemento forse più innovativo della riflessione e della strategia politica dell’on. Craxi. Nel quadriennio della sua esperienza governativa, quel discorso tuttavia non si tradusse in risultati effettivi di avvio di una revisione della Costituzione repubblicana. La consapevolezza della necessità di una revisione apparve condivisa attraverso i lavori di una impegnativa Commissione bicamerale di studio (presieduta dall’on. Bozzi) : ma alle conclusioni, peraltro discordi, di quella Commissione nel gennaio 1985 non seguì alcuna iniziativa concreta, di sufficiente respiro, in sede parlamentare. Si preparò piuttosto il terreno per provvedimenti che avrebbero visto la luce più tardi, come la legge ordinatrice della Presidenza del Consiglio e, su un diverso piano, significative misure di riforma dei regolamenti parlamentari.
Tra i problemi che nell’Italia repubblicana si sono trascinati irrisolti, c’è certamente quello del finanziamento della politica. Si era tentato di darvi soluzione con una legge approvata nel 1974, a più di venticinque anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Ma quella legge mostrò ben presto i suoi limiti, in particolare per la debolezza dei controlli che essa aveva introdotto. Attorno al sistema dei partiti, che aveva svolto un ruolo fondamentale nella costruzione di un nuovo tessuto democratico nell’Italia liberatasi dal fascismo, avevano finito per diffondersi “degenerazioni, corruttele, abusi, illegalità”, che con quelle parole, senza infingimenti, trovarono la loro più esplicita descrizione nel discorso pronunciato il 3 luglio 1992 proprio dall’on. Craxi alla Camera, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Amato.
Ma era ormai in pieno sviluppo la vasta indagine già da mesi avviata dalla Procura di Milano e da altre. E dall’insieme dei partiti e dei loro leader non era venuto tempestivamente un comune pieno riconoscimento delle storture da correggere, né una conseguente svolta rinnovatrice sul piano delle norme, delle regole e del costume. In quel vuoto politico trovò, sempre di più, spazio, sostegno mediatico e consenso l’azione giudiziaria, con un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia.
L’on. Craxi, dimessosi da segretario del PSI, fu investito da molteplici contestazioni di reato. Senza mettere in questione l’esito dei procedimenti che lo riguardarono, è un fatto che il peso della responsabilità per i fenomeni degenerativi ammessi e denunciati in termini generali e politici dal leader socialista era caduto con durezza senza eguali sulla sua persona.
Né si può peraltro dimenticare che la Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo – nell’esaminare il ricorso contro una delle sentenze definitive di condanna dell’on. Craxi – ritenne, con decisione del 2002, che, pur nel rispetto delle norme italiane allora vigenti, fosse stato violato il “diritto ad un processo equo” per uno degli aspetti indicati dalla Convenzione europea.
Alle regole del giusto processo, l’Italia si adeguò, sul piano costituzionale, con la riforma dell’art. 11 nel 1999. E quei principi rappresentano oggi un riferimento vincolante per la legislazione nazionale e per l’amministrazione della giustizia in Italia.
Si deve invece parlare di una persistente carenza di risposte sul tema del finanziamento della politica e della lotta contro la corruzione nella vita pubblica. Quel tema non poteva risolversi solo per effetto del cambiamento (determinatosi nel 1993-94) delle leggi elettorali e del sistema politico, e oggi, in un contesto politico-istituzionale caratterizzato dalla logica della democrazia dell’alternanza, si è ancora in attesa di riforme che soddisfino le esigenze a cui ci richiama la riflessione sulle vicende sfociate in un tragico esito per l’on. Bettino Craxi.
E’ questo, cara Signora, il contributo che ho ritenuto di dover dare al ricordo della figura e dell’opera di suo marito, per l’impronta non cancellabile che ha lasciato, in un complesso intreccio di luci e ombre, nella vita del nostro Stato democratico.
Con i più sinceri e cordiali saluti”.
Roma, 18 gennaio 2010


“un conseguente brusco spostamento degli equilibri nel rapporto tra politica e giustizia.” (fine della citazione): il problema dell’Italia negli ultimi 15 anni è tutto condensato in queste due righe di Napolitano.- La casta dei Magistrati non vuole in alcun modo mollare il potere che arbitrariamente si è preso negli anni di Tangentopoli.- Questi “angeli vendicatori” (eletti da nessuno) continuano imperterriti a condizionare pesantemente la vita pubblica e politica italiana, commentando e cassando Leggi (invece di applicarle), facendo un “fuoco di dbarramento” preventivo verso nuove Leggi proposte dal Parlamento, andando in TV a fare comizi mascherati da interviste (l’ultimo è di oggi di Ingroia a Raitre….).- E’ ora di finirla, questi sono solo impiegati dello Stato (cioè pagati da noi) che hanno vinto un concorso, non sono i nuovi Messia mandati in Italia a mondare le nostre colpe….-
Forse era meglio se, come faceva Saragat, avesse mandato un breve, semplice e dignitoso telegramma.
Spero vivamente che nessuno qui auspichi dei giudici «eletti dal popolo», per lo stesso motivo per cui non è auspicabile un chirurgo eletto dal popolo. Per quanto riguarda il «fuoco di sbarramento preventivo verso nuove Leggi proposte dal Parlamento», il Csm fa né più né meno di quanto dispone la legge (emanata dal Parlamento. Si, proprio quelli eletti dal Popolo) che ha istituito il Csm (Legge n. 195 del 24 marzo 1958), in quanto il Csm «dà pareri al Ministro sui disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto comunque attinente alle predette materie». Per quanto riguarda la cosiddetta casta di «angeli vendicatori» consiglierei un’agile lettura basata sui dati del CEPEJ, la commissione europea sull’efficienza della giustizia:
http://temi.repubblica.it/micromega-online/travaglio-bugiardi-al-talk-show/?printpage=
“dà pareri”, non pone veti. Smettiamola di giocare, per favore.
Infatti quello del Csm è un “parere” che non vincola il ministro della giustizia. Moltissime leggi (anche incostituzionali) negli anni passati sono state approvate dal Parlamento e sono tuttora in vigore, nonostante il PARERE contrario del Csm.
Il problema è che non si deve fare “cagnara” politica e rientrare nei ranghi istituzionali.
Rientrare nei ranghi? Ti riferisci forse a quel signore che ha detto che i giudici “sono una metastasi” e che “sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, dato che se fai quel mestiere lì “devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche”? Anche la magistratura è un’istituzione costituzionale che va rispettata: la si può criticare, ma non la si può delegittimare sostenendo la sua parzialità!
In secondo luogo, i giudici non stanno facendo “cagnara” stanno protestando per la desertificazione delle procure, effetto prevedibilissimo della legge Mastella che impedisce ai magistrati di prima nomina di svolgere funzioni monocratiche (cioè ruoli di pm e gip). L’altro giorno hanno soltanto chiesto ad Alfano di abrogare o sospendere quella norma, niente di più.
Tra l’altro, pensa che anche quando stava per passare quella legge, il Csm si era pronunciato a sfavore perché – guarda un po’ la coincidenza! – secondo loro avrebbe causato la paralisi del sistema giudiziario e la desertificazione delle procure.
non servirà a far calare la febbre da sindrome della guerra civile.
ma mi auguro che la testimonianza storica lasci il segno.
sapevo che napolitano era come dave brubeck:
http://amalteo.splinder.com/post/8015071
L’odio politico di alcuni non ha limiti, ieri mi sono sentito dire che Giorgio Napolitano era un “migliorista” e quindi contiguo a Craxi e al PSI, e che i “miglioristi” infatti sarebbero stati gli unici del ex PCI coinvolti in mani pulite, ma vi rendete conto a che punto siamo arrivati, alla frutta.
il Sig.Roberto Castelli – prima di diventare Guardasigilli nella legislatura 2001/2006 – era un normalissimo Ingegnere con la passione della politica diventato Senatore della Lega.- Il Castelli era “sconosciuto” alla Magistatura (militante) e nel corso della sua lunga ed operosa vita mai aveva avuto a che fare con i Giudici: ebbene, divenuto Ministro di Grazia e Giustizia, nel corso di 5 anni gli sono “magicamente” piovuti addosso 62 procedimenti giudiziari…..- Forse in ciò non si può ravvisare un certo tipo di “avvertimenti” stile mafioso che la ANM ha voluto dare al povero Castelli? E poi cosa è capitato al successore Mastella? Chi tocca la Magistratura….muore….
Rientrare nei ranghi istituzionali significa semplicemente rispettare la Costituzione, sia quando si fanno i processi sia riconducendo il Csm alle sue funzioni. Che i magistrati lavorino male lo dicono per primi i magistrati seri (Falcone, Cordova); che vi sia un deficit culturale, morale e soprattutto professionale è un dato di fatto. Il Csm tende a tenerlo nascosto anziché a intervenire secondo le prerogative assegnategli dalla carta. Non è nella carta la “censura” nei confronti della presidenza del Consiglio (chiunque, temporaneamente, rivesta la carica), né tanto meno la partecipazione tutta politica ai conflitti che investono il Parlamento. Non è stare nei ranghi, il comportamento della procura di Pescara che annuncia chissà che ai giornali e poi si ritrova con un pugno di mosche in mano, oppure quello dei pm che “suggeriscono” le dichiarazioni accusatorie da fare a chi non ha nulla da denunciare. Bersani non vuole parlare di leggi ad personam. In astratto, ha ragione. Ma dovrebbe a questo punto impegnarsi a trattare i processi che riguardano i politici per quello che sono: per lo più strumentali chiacchiere, utili a nutrire carriere di personaggi che non saranno lombrosianamente disturbati, ma i cui comportamenti non sono certamente limpidi.
Quanto alla giustizia, nella seconda repubblica ci sono state decine di riforme, ma il risultato è stato sempre peggiorativo…mhm, traetene voi le conclusioni: o siamo nelle mani di incapaci che, per quanto ci provino, non riescono mai ad imboccare una riforma seria, ma peggiorano la costantemente la situazione, oppure la classe politica, in questi anni ha voluto sfasciare la giustizia per garantirsi l’impunità. Ripeto: gli attacchi “politici” di cui parlate della magistratura nei confronti delle leggi in materia di giustizia sono soltanto dei pareri, non dei divieti insuperabili. Tutte quelle leggi sono state sempre approvate (spesso anche con decreti legge) senza tenere in minima considerazione l’opinione della magistratura: mi sapete dire dove sta questo veto politico? Per quanto riguarda l’oziosità della casta dei magistrati (così “nota”, a quanto pare) i dati che vi ho sottoposto sul link del mio precedente intervento sembrano non avervi detto niente: vi consiglio di rileggerli, dato che ne risulta che i nostri magistrati lavorano più dei loro colleghi europei e, a dispetto della famosa casta che si blinda e si protegge, subiscono molti più procedimenti disciplinari.
62 procedimenti?! Io ne ricordo due (ma potrei sbagliarmi) – quello per comportamento antisindacale e quello per abuso d’ufficio: reati che, evidentemente, non possono essere commessi se non si ricopre un “pubblico ufficio”: difficilmente un ingegnere privato potrà essere condannato per quel motivo, non credi? Per quanto riguarda Mastella, non è colpa dei pm se ogni volta che intercettano un indagato salta sempre fuori lui nelle conversazioni. Se poi lui evitasse di avere rapporti con mafiosi (come il boss di Villabate, Campanella) e se non parlasse sempre al telefono con indagati, ne trarrebbe un indiscusso giovamento.
@ madcap: confermo, 62 procedimenti a vario titolo (civili, penali, amministrativi) che hanno riguardato l’Ing.Castelli non solo come Ministro della Repubblica ma anche come privato cittadino libero professionista.- Il fatto strano è che tutti questi procedimenti “si sono mossi” DOPO il 2001 (cioè dopo che Castelli è diventato Guardasigilli)…..prima non pareva (evidentemente) esserci così grande necessità di perseguire (o perseguitare?) il povero Castelli….
Sui quei 62 procedimenti non so niente, ma mi sto informando (se hai qualche link da suggerirmi te ne sarei grato). Un mio amico (ma non ho riscontri a riguardo) mi ha fatto sapere che la maggior parte dei procedimenti a carico di Castelli sono state cause civili di risarcimento per diffamazione, ingiurie, razzismo, ecc. Quindi sarebbero “reati” minori sui quali la magistratura è stata “costretta” ad indagare per le denunce portate avanti da altri privati cittadini contro Castelli (Ma, ripeto, io non ho trovato niente fin qui, e neanche il mio amico mi ha saputo dare qualche riferimento, quindi non mi pronuncio). Comunque, visto che ci sono, vorrei dire che anche Alfano ha subito degli accertamenti, ma non per voci di corridoio e di illazioni: la procura di Palermo ha acquisito un video della festa di nozze della figlia del capomafia di Palma di Montechiaro (il boss Croce Napoli) in cui si vede l’attuale ministro della giustizia (prima di diventare guardiasigilli, ovviamente) baciare il capomafia…si, non è un reato andare al matrimonio della figlia di un boss, però in Sicilia se hai ricevuto un invito del genere di solito significa che te lo sei meritato (dubito che Rita Borsellino si sia mai trovata “per sbaglio” al matrimonio di qualche boss). Ricordo che qualche anno fa, Giuliano Ferrara in un’intervista aveva detto che per far politica ad alti vertici occorre essere altamente ricattabili: solo così il capo partito avrà la certezza che l’esponente, il ministro, il deputato sia agli ordini. Se “il guinzaglio è troppo lungo” (aveva usato questa espressione, se non sbaglio) il politico diventa incontrollabile per il partito. Chissà, sarà questa la ragione dell’odio (di sinistra) nei confronti della Serracchiani e, qualche anno fa, nei confronti di Cofferati.