Regionali, la politica senza geografia
Non fosse stato per Ilvo Diamanti la notizia della cancellazione della geografia dai programmi scolastici nazionali sarebbe passata totalmente inosservata. Lasciamo però da parte le scuole, le maestre ed i bambini. La geografia è uno strumento molto utile per analizzare le trame profonde della nostra politica, soprattutto nell’imminenza delle elezioni più di tutte legate alle varie declinazioni spaziali dell’Italia, quelle regionali. Qui sta il problema. Nel comune sentire che le ha ormai trasformate nella versione italiana delle elezioni di mid term americane, c’è infatti una complessità geografica e geopolitica interna che rischia di non essere compresa a fondo, o peggio di essere rimossa. Vediamo dunque di analizzarla.
Ci sono alcune immagini geografiche che ad un primo sguardo si impongono con più evidenza. Il legame ombelicale di D’Alema con la Puglia, che Peppino Caldarola ha raccontato nei giorni scorsi con finezza sulle pagine del Riformista. La Lombardia di Formigoni, il cui comando “feudatario” è ormai fuori dai binari del tempo e incamminato su quelli dell’eternità. Poi ci sono i tre grandi blocchi geopolitici. E’ da questi blocchi che passano i possibili cambiamenti sul Pianeta Elezioni, ed è per questo che un’analisi spaziale andrebbe messa al centro della riflessione politica, più di quanto non facciano i commenti sui giornali e sulla blogosfera (il teatrino televisivo della politica è anti-spaziale per definizione). Due sono stabili, apparentemente quasi cristallizzati.
Il Nord delle due “B” di Bossi e Berlusconi, col primo che potrebbe suggellare il suo capolavoro strategico conquistando la guida del Veneto e del Piemonte. Anche se nella massima espansione della Lega potrebbero nascere dei conflitti, ad esempio tra l’attuale centralizzazione “varesotta” del comando e il Veneto nei secoli autonomista analizzato nel bel libro Dalla Liga alla Lega di Francesco Jori, pronto ad essere guidato da un apprendista leader come il trevigiano Zaia.
Poi è la volta del Centro, teatro dell’egemonia del Pd come “partito appenninico” secondo la celebre definizione di Tremonti, dove anche il conflitto interno al centrosinistra umbro sul nome del candidato da proporre alle regionali non sembra in grado di poter intaccare gli equilibri elettorali a favore del centrodestra. Una definizione dei propri limiti geopolitici che i dirigenti del Pd non hanno però mai tematizzato apertamente, perchè ben più complessa e difficile della facile retorica sul radicamento territoriale.
Il Sud invece merita un discorso a parte, visto che siamo in presenza del blocco geopolitico più instabile ed aperto a nuovi orizzonti, e destinato soprattutto a condizionare in profondità gli scenari futuri delle dinamiche elettorali. Perchè stiamo assistendo alla sommatoria di due debolezze. Da una parte c’è il fallimento del centrosinistra, simboleggiato dalla fine mesta dell’era Bassolino, colui che più di tutti aveva incarnato, da Sud e da sinistra, la guida della nuova stagione della politica locale, di un meridionalismo fondato appunto sull’inedito protagonismo dei governi cittadini e regionali, in termini di nuove competenze e aree d’intervento. Dall’altra c’è lo smottamento interno al Pdl, con i noti conflitti siciliani e in difficoltà nel selezionare delle classi dirigenti radicate sul territorio, palesata dal ricorso a “stampelle” televisive (e quindi antispaziali, come dicevamo), come nel caso della candidatura in una regione-chiave come la Puglia del conduttore del Tg1 Attilio Romita.
In altri termini, non esiste più una figurazione politica del Sud. La politica nazionale sembra essersi dimenticata di questo spazio, ma lo spazio presenta sempre il suo conto, che è quello descritto nei capitoli finali dell’ultimo libro di Giorgio Ruffolo, Un paese troppo lungo (non a caso un titolo che richiama ad una metafora spaziale), con le organizzazioni criminali che vincono la partita per il suo controllo, in termini concreti e non metaforici. Molto più concreti delle pratichette e delle moine del Pianeta Elezioni.
Infine, c’è un’altra versione di questa ribellione dello spazio sulla politica, che taglia trasversalmente il campo politico e che rimette al centro la nostra domanda sulle forme odierne dell’Italia. Ovvero, il rigetto dei progetti infrastrutturali, grandi e piccoli, che rischia in queste elezioni regionali di trovare un punto di deflagrazione nella querelle sulla localizzazione dei siti del nucleare, prossimo e sicuro teatro di contesa non solo tra i partiti rivali del sistema politico nazionale, ma anche tra le stesse articolazioni dello Stato. Localizzazione appunto. Spazio. Territorio. Piccoli paesi. Comunità. Insomma, rimettere mano alle carte e alle mappe può essere un esercizio salutare per la nostra politica. Per questo, lunga vita alla geografia.


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Come letto in un precedente commento, probabilmente finirà con un 7 a 6 (indifferentemente a vantaggio dell’uno o dell’altro polo). I dubbi riguardano ben 4 regioni del Sud e una del nord (Piemonte), mentre le altre otto sono già definite prima del voto ed equamente ripartite (a sinistra Toscana, Umbria, Emilia e Marche; al centro-destra Lombardia, Veneto, Lazio e Calabria). Il problema è che il Pd parte da 11 regioni e in ogni caso perderà (o 4 o 5); mentre il Pdl parte da 2 e comunque acquisterà.
Sono contento di essere letto da Giuliano. Preciso però che delle cinque regioni da lui indicate in bilico, due sono del nord (Piemonte, Liguria) e tre del sud (Campania, Puglia, Basilicata).