Bersani è molto più forte di chi lo sfotte
Proviamo a ragionare su un’ipotesi, per quanto rivoluzionaria e ardita: e se Pierluigi Bersani avesse in testa una strategia e lavorasse per attuarla nelle condizioni date? Certo, è molto più di moda assecondare i rancorosi scuotimenti di capo e il compatimento ipocrita degli sconfitti del 25 ottobre. Fa molto più tendenza, anche perché assai più autorevolmente suggerita, l’immagine del poveretto in balìa degli eventi col falcone-D’Alema appollaiato sulla spalla. Ma l’ipotesi che Bersani non sia Forrest Gump e non si ritrovi segretario del Pd per caso potrebbe spiegare più cose di quanto ci si aspetti. Proviamo.
Dopo una vittoria netta sulla linea del partito solido, del ritorno della politica e vivaddio anche della manovra, puntando tutto sulla retorica della serietà e del “dare un senso a questa storia”, il segretario del Pd affronta la sua prima sfida nelle condizioni peggiori possibili. Le elezioni regionali infatti si giocano tutte su un terreno ingovernabile da Roma, fatto di dinamiche locali e del protagonismo dei cacicchi, figlio inevitabile di un meccanismo di elezione dei presidenti che più diretto non si può. Oltretutto, il Pd parte da un risultato, quello di cinque anni fa, impossibile da bissare, ottenuto nel momento di massima difficoltà di Silvio Berlusconi.
Che cosa fa allora Bersani? Bersani lascia fare. A costo di passare per il poveretto col falcone, lascia che i conflitti emergano, che i cacicchi lo accusino nelle interviste, che i padrini nazionali si espongano e mugugnino. Non si atteggia a deus ex machina, non convoca tavoli a Roma. Fa viaggiare il fido Migliavacca e il neoresponsabile Enti locali Zoggia. A presiedere la decisiva assemblea nella regione più ingarbugliata, la Puglia, manda due esponenti delle minoranze, Fioroni e Paola Concia.
A pensarci bene, le indicazioni del segretario nazionale sono solo due, sempre le stesse: che si decida in assemblea regionale, e che possibilmente si facciano le primarie. Anche se alcuni suoi decisivi sponsor congressuali – in Puglia D’Alema, in Campania Bassolino – preferirebbero altrimenti. Anche a costo di sacrificare l’amica Lorenzetti in Umbria e darla vinta al cavillare dei franceschiniani sulle primarie. Di far mettere in minoranza la “sua” Laura Puppato in Veneto. Di consentire una sfida a tre tutta interna alla sua mozione in Calabria. I giornali irridono, gli antipatizzanti scuotono la testa, Bersani incassa.
Decisamente, è matto. Oppure ha un’idea. Tanto per cominciare il segretario sa di avere in tasca un risultato non disastroso. Vincere nelle regioni rosse, cavarsela in Puglia grazie alla resistenza antiberlusconiana di Casini, dimostrare che l’alleanza con l’Udc fa vincere, là dove c’è. È abbastanza per uscire vivi, lui e il Pd, dalla sfida del 29 marzo.
A quel punto, Bersani avrà davanti tre anni pressoché senza elezioni. Grazie alla sua linea morbida, ci arriverà senza nemici giurati. Chi voleva le primarie ha avuto le primarie, chi voleva l’Udc ha avuto l’Udc, chi voleva Vendola ha avuto Vendola. Chi era pronto ad accusarlo di essere legato a doppio filo a Bassolino in nome di inconfessabili patti congressuali deve ritrattare. Nel frattempo, se da un lato Area democratica si infrange da sola sulla “linea del Piave” dell’Umbria, e proprio dopo aver vinto la battaglia di principio sulle primarie, dall’altro le proporzioni della vittoria di Nichi Vendola indurranno alla prudenza certi oltranzismi pro-Udc del mondo dalemiano. Non è uno scenario da “taglio delle ali”, forse, ma di certo consolida la linea Bersani come miglior punto di sintesi possibile nel Pd di oggi. E lo mette nelle condizioni migliori, certo tra quelle possibili, per “dare un senso a questa storia” dal 29 marzo in poi.


E’ proprio degli uomini tentare di ritrovare un ordine nel caos
non ci saranno è vero l’elezioni per tre anni ma, i problemi del paese quelli si…e un partito ottiene il consenso se dimostra di avere iniziativa politica.
Va bene così, i mal di pancia in Campania sono infantili, i candidati alternativi, giustizialisti e a sinistra del pd, ci mettevano la faccina, SE VOLEVANO.
Quello che odio della politica italiana è che si predilige il veleno e i pugnali, sarà rinascimentale, ma preferisco gli scontri in campo aperto, “per dignità non per odio”, era il titolo delle libro di memorie della Resistenza di un giornalista, poco conosciuto.
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si cerca, in ragionamenti più o meno sofisticati di spiegare o giustificare quello che invece più semplicemente si può definire in tre parole “non sà cosa fare”.
Mah… probabilmente altri al suo posto avrebbero fatto in maniera simile. Il problema, è vero, sono i “cacicchi” locali. Ma è soprattutto l’assenza di una chiara iniziativa politica, di un senso di appartenenza condiviso attorno ad un modello sociale… Insomma, appunto, NON SI SA COSA FARE in generale, e un po’ tutti.
Finalmente un “pezzo” che cerca di ragionare e di non tirare per la giacchetta il buon Bersani. Il suo basso profilo, i suoi toni mai esasperati ma decisi, il suo sano pragmatismo una cosa la stanno ottenendo: innervosire quanti nel Pd intendano affidarsi, in perfetto stile berluscon-dipietrista, solo all’invettiva e all’insulto. Intanto i problemi del Paese vanno a farsi benedire. Bersani si trova a guidare un partito che ancora non esiste, in quanto per molti capetti pieddini avere un partito leggero ha significato fino ad ora voler e poter fare quello che si voleva. Gestire il proprio orticello politico e non dover rendere conto di niente.
L’unica incognita in tutta questa situazione è data da Massimino, dal quale Bersani ha tutto l’interesse a emanciparsi, se non vuol perdere quel patrimonio di consensi e di stima che si è espresso alle primarie.
speriamo che la gertrude dati abbia ragione.
e che il buon bersani , passate le elezioni, non passi i 3 anni a mediare e a nascondersi come sta facendo ora.
perche’ se arriviamo alle politiche messi come siamo adesso , saranno dolori.
Se per nascondersi intendi che non va a fare comparsate in tv, a me personalmente sta bene…