Le due donne di Tonino
Una vita stretta tra due donne, questo è il destino di Antonio Di Pietro, che più che dal Giornale di Feltri, dovrebbe guardarsi dal genere femmile di cui si circonda, in particolare dalla moglie e dalla tesoriera del suo partito, due vere femmine che grazie ad una tacita alleanza lo tengono di fatto in pugno, per il collo, per il portafogli e per la vita.
Era un magistrato alle prime armi e il loro primo incontro è sempre stato velato dal mistero. Ci si potrebbe scrivere un romanzo, uno di quelli misteriosi, alla Lady Chatterly. Il rapporto tra il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, e la sua tesoriera, Silvana Mura, è quello che gli psicologi definirebbero “viscerale”, di simbiosi, di odio-amore. Inseparabili e insopportabili. Chi li conosce e li vede assieme non ne riuscirebbe a dare una definizione precisa: si odiano a tal punto che non sono capaci di parlarsi se non urlando o ringhiando, ma si intuisce precisamente che le loro vite sono legate da qualcosa di nascosto e indissolubile. Sembrano due animali costretti a condividere la stessa gabbia.
Le versioni sul loro primo incontro sono diverse e confuse. C’è chi dice che durante una rapina in una gioielleria, arrivato il magistrato Di Pietro sul luogo del delitto, la testimone Mura sia stata la pedina principale per far catturare il furfante, e che da quel momento sia scattata una candida ed eterna amicizia. C’è chi dice invece, i più maligni, che durante un interrogatorio del magistrato Di Pietro all’imputata Mura per l’inchiesta del giro di droga tra le modelle milanesi (tra cui la Mura stessa), tra di loro sia scoccata la scintilla e il tavolo inquisitorio sia stato scena di un amore carnale tanto istintivo quanto travolgente.
Silvana Mura e Antonio Di Pietro, qualsiasi sia la circostanza che li abbia fatti incontrare, da quel momento sono diventati inseparabili, legati dal doppio filo di responsabilità economiche, familiari e politiche, di segreti, di firme, di prestanome. E qui entra in scena l’altra donna di Di Pietro: Susanna Mazzoleni, la moglie.
Era l’inizio degli anni ’80, quando l’ex Pm si era appena trasferito a Bergamo. Aveva sposato la bella Susanna, figlia di un importante avvocato. Antonio, detto Tonino, era già stato sposato e aveva già avuto un figlio, ma con Susanna è un’altra storia: lei appartiene all’alta borghesia, conosce le persone giuste, frequenta la Milano bene, quella da bere, quella dei salotti socialisti e democristiani che tanto andavano di moda allora.
Ad un contadino molisano ambizioso tutto questo faceva gola: lui che si era trasferito in Germania per fare l’operaio e mantenere la famiglia, e che poi improvvisamente si era spostato in Lombardia per lavorare da civile all’aeronautica. In quel tempo aveva anche deciso di rimettersi a studiare e di prendere la laurea in giurisprudenza. Tutto filava liscio, più che liscio: nuova moglie, nuova città, nuovi figli, nuova laurea, nuovo lavoro, un nuovo Tonino.
Da queste due donne inizia però anche il declino: potere e soldi lentamente logorano Di Pietro: ma è proprio ciò che la moglie vuole, lei che ha lavorato per farlo arrivare dov’è e che oggi, in un’intervista a Repubblica, si disegna come una casalinga che attende il marito a casa con la pizza fragrante nel forno. Nulla di tutto ciò: i coniugi Di Pietro sono da anni ai ferri corti, e c’è anche chi ha visto un occhio nero di lui dopo alcune foto in compagnia di un’altra apparse su Novella 2000. Susanna è forse l’unica persona che riesce a tenerlo a bada: ha uno sguardo glaciale e le basta pronunciare il suo nome in maniera secca e decisa per mettere a cuccia il marito. Lei, dalla sua residenza nel centro di Bergamo, manda diktat alla provinciale Curno, dove riesede Tonino.
L’unica cosa che conta sono i figli, come in una piccola Berlusconi story alla bergamasca. Il primo figlio del primo matrimonio è bello e sistemato: poderi a Montenero di Bisaccia e un posto da consigliere provinciale a Campobasso. Ora la first lady pensa al patrimonio per i figli avuti durante le seconde nozze (Anna e Antonio jr). Ed ecco quindi che entra in campo Silvana. L’obiettivo è quello di fare un po’ di soldi, comprare immobili e dare a Susanna quello che vuole, in cambio di un grazioso silenzio sui conti che della vita di Tonino non tornano e che oggi sono l’obiettivo di Feltri e compagni.
Insieme i tre (con l’aiuto dell’ex compagno della Mura, che si offre come prestanome) fondano un’associazione, che si chiama Italia dei Valori, proprietaria del simbolo con il quale il movimento si presenterà a tutte le tornate elettorali. La migliore amica divenuta tesoriera sistema tutto per bene: Susanna è intestataria di tutto ciò che riguarda l’associazione “Italia dei Valori”; Silvana firma tutto ciò che riguarda il partito “Italia dei Valori”; Tonino è il presidente per statuto, decide da solo sull’impiego del simbolo e di conseguenza riceve il finanziamento pubblico. Come si dice in ambienti Idv: “Chiudi il cerghio e usa la tesda”.


Chi, come me, è stato nell’esecutivo dell’Italia dei (cd) Valori, come responsabile regionale della Toscana, conosce, come voi per altro, molti retroscena appena lumeggiati nel vostro articolo. Il problema è che la gente non li conosce. Se li conoscesse, eviterebbe di votare o anche di pensare a Don Tonino