Anche il Pdl è infeudato
Non solo i partiti sono deboli nelle istituzioni e nella società. La lunga e tormentata stagione della formazione delle candidature alle regionali ha rivelato la debolezza dei “nuovi” partiti anche rispetto ai potentati locali, ai feudatari che amministrano i territori e ne selezionano le classi dirigenti.
Gli affanni di Bersani sono finiti ampiamente sotto i riflettori: la resistenza vincente di Vendola in Puglia al progetto di allargamento del centrosinistra che aveva il torto di indicare come punto di sintesi un diverso candidato-governatore; l’ostinato boicottaggio di Loiero in Calabria di ogni ipotesi di alleanza del Pd, con l’Udc o con l’Italia dei Valori; le convulsioni dell’Umbria, dove la governatice uscente ha cercato fino all’ultimo il nulla osta per il terzo mandato e poi si è presa la rivincita alle primarie portando al successo (di misura) la sua candidata, Catiuscia Marini.
I problemi di Bersani sono stati enfatizzati dalla circostanza che a resistere erano i governatori uscenti. Laddove la strategia delle alleanze e gli interessi del partito sono entrati in conflitto con le ambizioni del governatore, il partito ha dimostrato di essere il soggetto più debole. Naturalmente molto pesa il “presidenzialismo” estremo e senza contrappesi delle Regioni. Ma al di là degli aspetti istituzionali resta la scarsa forza del centro nazionale, benché il congresso del Pd sia così recente (e con tanto di investitura di tre milioni di elettori).
Se il Pd ha i suoi guai, però, anche Berlusconi si è trovato di fronte a ostacoli e problemi che probabilmente neppure lui immaginava. Sostituire Galan in Veneto già era stato più complicato del previsto. E la resistenza di Galan, che pure proviene da Publitalia, aveva alzato oltre misura per il Pdl il costo elettorale del cambio di candidato in favore della Lega. Alla fine però Berlusconi ha imposto la sua strategia, che lo porta a stringere sempre più il patto di ferro con Bossi. Che sia una linea lungimirante o meno è un’altra questione. Resta il fatto che la volontà del Capo ha avuto la meglio. Si è detto: in virtù del carattere “patrimoniale” del partito di Berlusconi.
Eppure quando si è passati dal Veneto alla Puglia, anche Berlusconi è stato imbrigliato a tal punto da dover subire la scelta di Palese (e la rottura con Poli Bortone e l’Udc). Fosse stato per lui avrebbe scelto la Poli Bortone. Ma Fitto e Mantovano non erano d’accordo. E i feudatari del Pdl, almeno nel Sud, laddove non riescono ad impore le loro soluzioni, dispongono quantomeno della forza negativa di impedire il successo. L’infeudamento del Pdl nel Sud non è certo inferiore a quello del Pd. Anche se ha caratteristiche diverse. I vassalli hanno forse un minore rilievo nazionale (del resto, i governatori uscenti sono tutti di centrosinistra), ma nel tempo sono diventati plenipotenziari del partito nei rispettivi territori. Il radicamento del Pd è passato da lì.
Il caso di Cosentino in Campania è un esempio: si è visto sfuggire la candidatura a governatore, ma è tornato subito al comando delle trattative e sta tenendo in tensione i rapporti con l’Udc in vista della distribuzione del potere reale dopo il voto. Peraltro anche al Nord e al Centro il Pdl ha i suoi cacicchi, da Scajola a Formigoni, da Verdini a Matteoli. Non c’è ancora un congresso in cui far valere le tessere, ma si accumulano potere e fedeli. Se Fini sta formando la sua corrente con i metodi più classici, marcando i punti di differenza politico-culturale, i berluscones di An (Gasparri e La Russa) stanno facendo network per competere all’interno con gli ex-Forza Italia. Qualcuno ha detto che in questo modo, quando comincerà davvero il dopo Berlusconi, gli ex An filo-berlusconiani rischiano di avere la corrente più grande. La guerra delle preferenze alle elezioni regionali sarà un banco di prova.

