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Stampa libera da sovvenzioni statali

Se un partito decide di avviare un’attività editoriale attraverso la quale propagandare le proprie idee, ha ragione a rivendicare, in nome della libera espressione del pensiero, il diritto ad una tutela economica pubblica? E ha ragione a chiedere, in nome del pluralismo dell’informazione, il sostegno finanziario dello Stato una cooperativa privata di giornalisti che decida di editare un giornale da immettere nel libero mercato delle idee?

Un giornale di partito ha un pubblico di lettori per lo più confinato nella ristretta cerchia dei suoi stakeholders. Non ha un mercato esterno. Contribuisce ad animare il dibattito intra-party, a diffondere idee, a promuovere il pensiero. Ma questa attività – meritoria, opportuna, necessaria – può essere equiparata ad un servizio pubblico erogato alla collettività?

Per “collettività”, nel caso della stampa nazionale, si intendono i cittadini che sono elettori, potenziali lettori e infine anche contribuenti; che sono quelli sulle cui spalle grava l’onere del finanziamento pubblico all’editoria privata. Privata, già. Perché private sono le ragioni sociali dei partiti, private sono pure le cooperative create da giornalisti con l’obiettivo di piazzare sul mercato il prodotto-giornale. E privatissimi, infine, sono i gruppi editoriali quotati in borsa che, senza che se ne comprenda la ragione, si fanno anch’essi destinatari di contributi a vario titolo erogati dalla comunità dei contribuenti, ovvero i lettori che già pagano il prezzo del quotidiano e i non-lettori che il giornale non lo comprano ma, loro malgrado, lo finanziano.

Ora, bene o male che sia, in Italia del servizio informativo offerto dalla stampa (di partito ma non solo) sostenuta dal denaro pubblico i cittadini dimostrano di poterne fare volentieri a meno. I giornali non li comprano. E non perché siano analfabeti. Ma perché per formarsi un’opinione o per acquisire informazioni si rivolgono alla free press, guardano la tv o smanettano su internet. Utilizzano insomma quegli strumenti market-oriented finanziati attraverso la pubblicità o i canoni di abbonamento.

Un giornale è un’attività imprenditoriale come le altre. Produce informazione e produce chiavi interpretative. L’informazione e le relative chiavi interpretative sono beni primari, come il pane e il vino. Ma a nessun panificatore come a nessun oste verrebbe mai in mente di chiedere sovvenzioni pubbliche per garantire la sopravvivenza del proprio business, a prescindere dall’apprezzamento dei consumatori. Il panificatore e l’oste producono beni di primaria necessità ma ne consegnano al mercato il giudizio finale.

L’esistenza di una pluralità di giornali non equivale di per sé a pluralità di informazione. E men che meno la pluralità dell’informazione potrà essere garantita da un sistema che si regge non sul libero rapporto con il destinatario del bene-informazione (il lettore), ma sulla subordinazione al potere politico che, arbitrariamente e indipendentemente dai bisogni reali dei cittadini, ne tutela la sopravvivenza.

Un giornale non ha diritto ad essere finanziato con il denaro pubblico per il solo fatto di operare in un mercato il cui bacino d’utenza, l’opinione pubblica, è consustanziale al concetto medesimo di libertà. Un giornale ha diritto di essere libero di scrivere quello che gli pare e come gli pare. Ma ha il dovere di porre sul mercato le proprie idee e le relative chiavi di lettura, ovvero sottoporsi al giudizio di chi, consapevolmente e liberamente, decide se e quanto investire sull’opportunità di beneficiarne – sia esso il lettore o l’inserzionista pubblicitario.

Se in Italia la stampa cartacea è moribonda non può pretendere che la terapia sia il doping elargito coi soldi altrui. Non può pretendere di essere finanziata, attraverso le tasse, da chi non consuma stampa cartacea, e non può pretendere di imporre al contribuente l’onere di un prodotto che il contribuente, nel pieno della sua facoltà di cittadino, consumatore ed elettore, ha deciso di non utilizzare.  Non può pretendere neppure di giustificare il bisogno di sostegno pubblico con la distorsione sistemica dell’informazione italiana che privilegia la distrazione delle risorse pubblicitarie dalla stampa scritta verso il medium tv. Perché se il consumatore di informazione predilige la tv non è perché quella è più ricca, ma perché fornisce il tipo di informazione che l’utenza richiede.

Se un giornale lo leggono in pochi significa che interessa pochi. Il che non vuol dire che i pochi non siano un potenziale mercato. Al contrario, significa che quel mercato da potenziale può divenire reale. E se così non è, se quel mercato, per quanto di nicchia, non si riesce a renderlo profittevole, non vuol dire che non esistano margini di profittabilità. Vuol dire solo che il progetto editoriale è sbagliato. Che è fatto non per, ma nonostante il mercato.

E se i giornalisti, in conseguenza dei tagli all’editoria, perderanno stipendio e privilegi, beh, avranno tutta la nostra solidarietà. Ma per conquistare anche la nostra stima, dovranno dimostrare di essere all’altezza di quei campioni della libertà di informazione che sono i colleghi britannici. I quali nutrono la propria libertà affidando esclusivamente al mercato – ovvero al giudizio dei lettori – la misura del proprio valore.

18 commenti a “Stampa libera da sovvenzioni statali”

  1. Massimiliano scrive:

    C’è un ottimo esempio di giornalismo autofinanziato
    “Il fatto quotidiano” diretto da Padellaro.
    CMQ se almeno non ci fosse il monopolio mediatico di berlusconi potremmo avere più concorrenza, almeno, nel giornalismo televisivo.-
    Chi sa perchè nel 1996-2001 non è stato creato un mercato libero delle tv? vero?
    chi sa cosa si dissero D’Alema e Letta (c’era anche Violante e Berlusocni) quella sera del dicembre 1994, stando a quanto nel febbraio 2002 Violante stesso ha rivelato alal camera: “Onorevole Berlusconi lei ebbe la parola che le sue televisioni NON sarebbero state toccate”.
    Io non avevo dato questo mandato a D’Alema.

  2. [...] 11 febbraio 2010 di Kuliscioff per The Front Page [...]

  3. stefano scrive:

    tema delicato e controverso, ma chiusura molto antipatica e irreale. nel nostro paese se critichi o, peggio, indaghi non va bene, per usare un eufemismo, non come nel sistema informativo anglosassone menzionato nell’articolo dove massacrano il politico sfoderandolo come un cappotto vecchio, inoltre il proprietario della maggior concessionaria di pubblicità è di Berlusconi e lui è un poco insofferente alle critiche e affini, ricordiamoci il suo appello a non dare i soldi a chi semina pessimismo e altre uscite non ultima quella sui pollai
    quindi in teoria i giornali si dovrebbero reggere sulla pubblicità e sulle vendite, di sole vendite nessuno camperebbe, ma non siamo un paese normale, quindi che fare?! come affrontare il tema senza visioni punitive? e la gente che perderebbe il lavoro la ospita lei Mr Kuliscioff?

  4. stefano scrive:

    mrs?!

  5. Mario Giardini scrive:

    Da quando in quà chi non riesce a campare del proprio lavoro PRETENDE che sia lo stato, cioè TUTTI NOI a pagargli uno stipendio mensile che gli aggradi? DA SEMPRE. In Italia. Ora. Noi siamo la propaggine africana della UE. Ma non ce ne siamo ancora accorti.” e la gente che perderebbe il lavoro la ospita lei Mr Kuliscioff?”
    Questa è la domanda tipica, che trasuda di caritas verso il prossimo (finta)….in realtà, parliamo di bottega: a regà….io devo campà ….se nun ce la faccio, ce pensate voi? E perché dovremmo pensarci noi? ….cazzi tuoi figlio mio….
    Aspetto sereno il temporale. Rs.

  6. fboz scrive:

    mrs, immagino.
    cara K, mi sembra che il suo discorsino non si riferisca al nostro paese, dove le disorsioni del mercato sono la regola. mi sembra che lei guardi il dito, e non la realtà di un sistema in cui il controllo è ormai saldamente nelle mani un unico soggetto. allora guardiamo tutti il tg4, e facciamolo bastare, no?

  7. stefano scrive:

    mr Giardini
    nessun temporale, sono un illustratore e grafico che vive di collaborazioni con testate, quindi non devo niente a nessuno, ma se i giornali diminuiscono diminuisce anche il mio lavoro e quindi sopravvivenza
    qui dovrei parlare molto su quello che è il mio lavoro, il lavoro in italia, e non ne ho voglia, ho altro a cui pensare, come si dice a roma devo pararmi il culo in previsione di tempi non felici, spero mio caro giardini che lei non debba mai trovarsi in certe situazioni e che il suo lavoro, o attività, le vada sempre a gonfie vele, saluti

  8. Fabrizio Gritti scrive:

    Il tema è interessante ma secondo me non si affronta il nocciolo della questione: il principale mezzo informato italiano è la televisione.

    Credo che per questo paese sia molto piu importante e urgente sbrogliare la matassa televisiva piuttosto che chiudere i finanziamenti all’editoria.

  9. Mario Giardini scrive:

    qui dovrei parlare molto su quello che è il mio lavoro, il lavoro in italia, e non ne ho voglia, ho altro a cui pensare, come si dice a roma devo pararmi il culo in previsione di tempi non felici, spero mio caro giardini che lei non debba mai trovarsi in certe situazioni e che il suo lavoro, o attività, le vada sempre a gonfie vele, saluti….Caro Stefano, io scrivo da Rio….mi sono trovato in “certe situazioni” e ho risolto um problema complesso rispondendo a una domanda semplice: ‘ndo trovo lavoro? risposta: non qui a Roma, anche se mi piacerebbe assai molto…ergo…eccomi qui in attesa del carnevale…
    saluti

  10. stefano scrive:

    appunto se ne andato, forse non tutti possono o vogliono o tutte e due le cose, non si può parlare basandosi sulle proprie esperienze e punti di vista, buon carnevale

  11. estremo55 scrive:

    Basta proovvidenze care e inutili , che non hanno migliorato ma aggravato la situazione di mercato e istituzionale.Vale anche per il futuro ? e anche per i giornali del Partito di de Debendetti , che adesso vuole i soldi di una tassa generalizzata su internet e le società di telecomunicazioni. Così come lo vogliono Mediaset ed altri Così come vogliono una tassa sui contenuti quelli che hanno fatto i tubi. E insieme vogliono una royalty gli aderenti alla FIEG , anche da Google che fa loro pubblicità gratis , come gratis consente ai loro giornalisti di cercare notizie e quant’altro…Chissà ?

  12. Mario Giardini scrive:

    A Ste’ si direbbe a Roma…sei de coccio? tu dici…”appunto se ne andato, forse non tutti possono o vogliono o tutte e due le cose, non si può parlare basandosi sulle proprie esperienze e punti di vista”…magnifico: dovrei parlare “sulle esperienze degli altri”….ma per piacere…io dicevo una cosa semplice: vuoi che ti passi il lavoro sognato sotto casa? aspetta…ma se non passa…non rompere i coglioni al prossimo per avere uno stipendio che ti aggrada…buon carnevale, caro….con la neve a Roma…

  13. Mario Giardini scrive:

    un giorno o l’altro scrivero un libro intitolato: “Il gene dello statale”….sottotitolo: “Nel tracciamento del genoma dell’italiano medio identificato un gene sconosciuto…al resto del mondo…prove iniziali lo identificano appartenente alla specie …bamboccioni…”….

  14. stefano scrive:

    mario, ho detto che collaboro, non che sono un dipendente, quindi il lavoro me lo vado a cercare, a roma e altrove, e quando si parla di chiudere di qui e di la, di tagliare eccetera bisogna pensare che ci sono persone, famiglie che ne soffrono, non è buonismo vuoto è la realtà o per te non conta? per me conta, abbiamo ingrassato un sistema che ha usato e che usiamo, TUTTI, per aggiustare sta stortura bisogna lavorare tutti senza protezionismo e senza massacri, o no?!
    per i giornali certamente chi ne soffrirà di più sarà la sinistra, a destra c’è il paron che tra soldi e concessionarie di pubblicità qualcosa farà e questo non mi sembra giusto, già non siamo un popolo unito, già non siamo un popolo se poi ci si mette a far sti giochetti io personalmente non la vedo tanto bene
    se vuoi parlare bene, se vuoi condire i tuoi concetti con frasette che fanno incazzare e basta lasca perdere ok?!

  15. [...] O quando queste cose che elaborano continuamente iniziano a metterle in pratica loro, nel loro piccolo, in modo da dare l’esempio? La faccio io una provocazione. Che ne so, come mai non ho letto da nessuna parte che abbiano chiesto, proposto, indetto le primarie per decidere le candidature nel Lazio (dove gestiscono il partito in modo maggioritario), così da farlo diventare un laboratorio? Ok noi rivendichiamo la candidatura in Lazio e vi mostriamo cosa siamo capaci di fare. Esperimento primarie (quelle che tanto hanno invidiato, come abbiamo abbondantemente letto, quando a farle era il Pd) e cu è chiu beddu si marita (diremmo noi in sicilia). Anche “dimostrativo”. Altro che riconfigurazione e sale nel dibattito. Idem in Sicilia. Non si condivide la politica del Pdl nella regione? Ok, normale, consentibilissimo. Anzi giusto in teoria. Andate a chiedere cosa pensa “il territorio”, inventatevi un sistema, venite a spiegarlo, colmate le lacune. Misuratevi con i problemi, proponete soluzioni diverse. Mostrate che c’è ancora chi – e potrebbe essere in maggioranza – crede che la politica sia confronto con il territorio. Calare dall’alto gli assessori, fare accordi sottobanco con l’opposizione e rivendicare “spazi” (equivalenti a posti) è la stessa cosa che si critica negli altri. Identica, anzi peggiore, in questo caso, perché la si camuffa di “nuovo”. Si è ancora qui ad attenderla la “nuova politica” e il “nuovo” modo di rapportarsi con essa. “Anzi di una politica che recuperi la sua naturale voglia di affrontare le questioni aperte”. Un piccolo segnale tangibile, non si pretende troppo, anche piccolo piccolo. Che nel Pdl si ritorni a parlare e a fare politica dipende in realtà da tutti noi, non solo dai laboratori. Leggere come bisognerebbe farla dalla raffica di dichiarazioni rilasciate alla stampa da Granata, Campi, Bdv e company e dagli editoriali del Secolo d’Italia è lontano milioni di km da quel partito “partecipato”, “plurale” e non “liquido” che a parole si rivendica voler costruire. Se no come dice Fini: «Tra la copia e l’originale, si acquista l’originale e non ci si può lamentare». Il Secolo, che tra l’altro (e a proposito di esempi e coerenza) è quel giornale nel Pdl che vende 3000 copie e riceve milioni dallo Stato e che ha recentemente “riaperto” quella grande “battaglia” liberale, libertaria e bipartisan a favore dell’editoria sussidiata. Ironia della sorte dobbiamo andare a leggere da chi si firma Kuliscioff una riflessione sulla Stampa libera da sovvenzioni statali. [...]

  16. Mario Giardini scrive:

    mario, ho detto che collaboro, non che sono un dipendente, quindi il lavoro me lo vado a cercare, a roma e altrove, e quando si parla di chiudere di qui e di la, di tagliare eccetera bisogna pensare che ci sono persone, famiglie che ne soffrono, non è buonismo vuoto è la realtà o per te non conta? (SI,CONTA.) per me conta, abbiamo ingrassato un sistema che ha usato e che usiamo, TUTTI, per aggiustare sta stortura bisogna lavorare tutti senza protezionismo e senza massacri, o no?!
    No. Francamente, fatto salvo il SI’ CONTA, che spiego dopo, non capisco nulla della frase che se segue. Ma il punto non è questo. Il punto è che negli ultimi sessant’anni è prevalsa una cultura di cui tutti gli italiani ora sono succubi consapevoli e inconsapevoli. Quella cultura che ha trastormato un’infinità di doveri in diritti. Da noi esiste il “diritto” (!) al lavoro. Sono stato giovane quando il lavoro era visto per ciò che realmente è: un dovere. Fare da sé, non ricorrere a mamma e papà, indebitarsi per attraversare oceani (mio padre l’ha fatto) muniti di quinta elementare per andare a cercarselo, il lavoro, in Australia o Argentina era cosa comune fra, appunto, milioni di individui senza parte e, quasi sempre, senza arte, salvo quella del contadino. Adesso, invece, milioni di indiviui considerano il lavoro, e non qualsiasi lavoro, ma proprio quello che loro cercano e che li soddisferebbero, un diritto. E’ diventato un “diritto” la casa. E’ diventato un diritto lo studio. Mio padre, contadino e operaio, un giorno mi confessò che l’orgoglio maggiore della sua vita era quello di aver fatto di me un ingegnere.Ora il “diritto” allo studio ha consentito a centinaia di migliaia di analfabeti di arrivare all’università, a milioni di arrivare alla maturità, per prendersi un diploma o una laurea che non vale un fico secco, perché siccome lo studio è un “diritto” allora anche il diploma o la laurea è un “diritto”. Quindi, ecco che la scuola si è messa a sfornare soggetti che non sanno nulla di nulla, ma pretendono tutto e subito, e sanno strillare benissimo a sostegno dei propri “diritti”. E se hai una laurea, anche se fasulla: come fai ad accontentarti di un lavoro qualsiasi? Allora la catena logica sarebbe questa: ho diritto allo studio. Ho diritto alla laurea. Ho diritto ad un lavoro corrispondente. E lo voglio qui, sotto casa, perché il lavoro è un mio diritto. Ai miei tempi, la laurea era un punto di partenza, non di arrivo. Era il risultato di un culo grande così (33 esami di ingegneria, vecchio ordinamento, in 5 anni, pena il fuori corso e quindi la perdita della borsa di studio – 500 000 lire all’anno cioè 260 euro circa, 40 mila al mese, 25 euro…che si notavano, nella famiglia dell’operaio che ne guadagnava 90 000 al mese). E adesso? Adesso viviamo in un’Italia dove milioni di individui, praticamente l’intera popolazione, ha solo diritti e nessun dovere. Dove milioni di individui reclamano i diritti allo studio, alla casa, alla pensione, al lavoro…e se ne strafregano se un km di alta velocità da noi costa 60 milioni di euro al Km contro una media di 12 nell’UE; che reclamano l’assistenza medica gratuita per tutti, e se ne fottono se la regione Lazio in 4 anni accumula 6 miliardi di euro (la bazzeccola di 12 000 – do-di-ci-mi-la miliardi di vecchie e gloriose lire) di deficit accumulato da una giunta regionale il cui capo andava a trans e pagava per ogni incontro 4 o 5 000 euro (in contanti). Un paese dove per avere un giudizio finale dalla magistratura occorre aspettare 20 anni….e si spende, pro capite, per la magistratura, più della Germania, o della Francia, o dell’Olanda.
    Spieghiamo il si conta. In tutte le società organizzate c’è sempre una fetta di popolazione bisognosa di aiuto da parte della maggioranza che sta meglio. Ora, si dà il caso che da noi, per la distorsione culturale di cui parlavo prima, che ha convertito millenari doveri in diritti a carico dello stato, cioè della collettività, cioè anche di me, milioni di individui se non la totalità della popolazione attiva, accampano il “diritto” ad avere un aiuto. Perché senno, usando le tue parole, “sono persone, famiglie che ne soffrono, non è buonismo vuoto”. Il mio sì, conta, significa questo: sono disposto ad aiutare quella parte marginale della società che per obbiettive ragioni non ce la fa. Ma se questa parte da marginale diventa preponderante, se cioé il “non farcela” da patologia marginale cioè da eccezione diventa la regola, allora rispondo: a regà, cazzi vostri. Come sono stati cazzi miei crescere da emigrante in un paese dove tutti mi odiavano, prendersi una laurea contro tutto e tutti, farsi una professionalità di alto livello, imparare 5 lingue, andare in giro per 45 paesi, e darsi tanto da fare da non avere il tempo materiale per lamentarsi del proprio destino infame.

  17. simonetta scrive:

    Egregio sig. Giardini, niente di male se lei è un uomo di destra … ognuno ha la sua visione del mondo e del prossimo…ma addebitare al diritto alla salute per tutti i cittadini e alla gestione Marazzo l’enorme debito della sanità laziale è indice di malafede. Evidentemente lei non ha avuto nella sua vita il tempo materiale per lamentarsi, ma oggi ne avrebbe sicuramente per informarsi.

  18. simonetta scrive:

    Per stare al post invece rilevo solo questo:
    I finanziamenti pubblici arrivano indistintamente a tutti i giornali attraverso i rimborsi delle spese postali, elettriche e telefoniche, e per l’acquisto della carta.
    Questi finanziamenti “indiretti” sono di importo MOLTO maggiore rispetto al finanziamento “parlamentare” per i giornali a minore diffusione perchè locali o di partito.
    Le cifre del 2006, ad esempio, per quanto riguarda i finanziamenti “indiretti”, erano:
    - Repubblica-Espresso 12 milioni di euro
    - RCS e Corriere della Sera 25 milioni di euro
    - Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria 18 milioni di euro
    - Mondadori, gruppo editoriale di proprietà della famiglia Berlusconi ed editore di svariate testate, 30 milioni di euro.

    Vogliamo cominciare da qui a sfoltire finanziamenti e risparmiare denaro dei contribuenti? E magari mettendo un tetto più stringente alla raccolta pubblicitaria delle TV?

  19. Mario Giardini scrive:

    Cara signora Simonetta, signorina, o altro.
    Nel 2006 la giunta M’arrazzo denunciò di avere ricevuto da quell’altro esimio campione della spesa pubblica, Herr Storace, un disavanzo di 10 Miliardi di euro. Ci fu un negoziato fra la regione Lazio e il Governo Prodi. Si stabilì che la cifra vera era intorno ai 5,5 Miliardi di euro. In cambio dell’aiuto del governo, la giunta M’arrazzo si impegnò a pareggiare il bilancio sanitario regionale entro il 2008. Con tagli (mai fatti) e maggiori spese (quelle deliberatissime: l’ IRAP e l’addizionale IRPEF laziali sono prime in classifica a livello nazionale). Lo so perché io le pago entrambe.
    In tutti questi anni il governo ha versato alla giunta M’arrazzo circa 5 Miliardi di Euro. Per esempio: Entrate aggiuntive (capitolo 121 506 ENTRATE AGGIUNTIVE DESTINATE ALLA COPERTURA DEI DISAVANZI SANITARI) anno 2007: 1 200 Milioni di Euro. Nel frattempo gli interessi complessivi sul debito hanno cubato circa 1 Miliardo di E. Quindi lo stato NON ha ripianato completamente il deficit Storace. Mancano all’appello circa 1000 milioni di euro. Ma lo ha ripianato all’85%.
    Epperò. Le perdite di bilancio della giunta M’arrazzo, per la sanità, ci sono, eccome. Eccole: esecizio 2006 : 2 miliardi di euro; 2007: 1,6 miliardi; 2008: 1,7 miliardi; 2009: è ancora una stima, ma attendibile: circa 1,7
    Le faccio la somma, perché dubito che lei sia capace di cotanta algebra: 2+1,6+1,7+1,7=circa 7 miliardi di disavanzo. Tolto il miliardo che il governo non ha versato, la giunta M’arrazzo ha accumulato di suo ALTRI 6 MILIARDI (sottraggo gli interessi sul debito ereditato).
    Esattamente i 6 miliardi di cui parlavo io. Questo deficit rappresenta oltre il 60% del deficit della sanità a livello nazionale.
    Se lei Simonetta, signora, signorina o altro, va sul sito della regione Lazio, e se ne è capace, trova tutti i numeri e può far di conto.
    Troverà, sempre se ne è capace, situazioni comiche, se non tragiche. Bilancio di previsione sanità 2007: disavanzo previsto 1431 Mil di euro. Riduzioni spese (in omaggio all’accordo M’arrazzo – Prodi) 788. Disavanzo previsto: 633 milioni (sono SOLO 1200 miliardi di lire, rs). Disavanzo a consuntivo: 1,6 miliardi. Superiori al preventivo di circa il 20%. E i risparmi? Nisba. Nun ce stanno.
    Se poi lei abita a Roma o nel Lazio saprà di certo qual è il livello delle prestazioni. Risibile.
    Tutti questi dati sono disponibili. Naturalmente, i nostri politici i numeri sanno darli. Ci vuole una fatica della madonna per capirli e metterli insieme in maniera corretta, ma si può riuscire. Confido in lei.
    Sorvolo sull’accusa di malafede. E su quella di essere disinformato. Mi vien da ridere. Ma una sola cosa vorrei sottolineare: se lei nel 2010 classifica le persone anzichè gli argomenti, e li trova validi a seconda che siano (da lei) dipinti di nero o rosso….beh, lei è irrecuperabile…Persimo Deng Siao Ping dovette, alla fine della sua vita, ammettere che poco importa che il gatto sia nero o rosso: quel che importa è che prenda i topi.

  20. umberto scrive:

    ma siete convinti che l’altra stampa sia libera, alla De Gregorio??

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