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L’acqua “pubblica” fa comodo soltanto ai sistemi di potere locali

“S’è vennut è scarpe!” Ricordate l’espressiva chiosa dello sventurato zio in Natale in casa Cupiello? Con giri di parole e confuse circonlocuzioni il nipote malandrino cerca di parlare d’altro, di aggirare il punto delle scarpe che non si trovano e allontanare il sospetto del furto. La vittima angariata non si fa abbindolare e con rassegnata ma decisa convinzione conclude che non c’è alcun dubbio: i giri di parole servono a coprire il fatto che il malandrino “si è venduto le scarpe”.

Mi verrebbe di chiosare così la sorprendente affermazione della liberista Bonino che liquida così la faccenda della ipotizzata privatizzazione dell’Acea: «Mancano le condizioni»! Ma come? Costei ha promosso referendum su tutto, per privatizzare tutto, compresi i rapporti di lavoro, e ora si ferma davanti… all’Acea. Non c’è dubbio: “s’è vennut è scarpe!” Come l’altra, la sua antagonista, che all’improvviso ha scoperto che un caposaldo della politica del suo governo – il ricorso all’energia nucleare – va bene dappertutto tranne che… nel Lazio.

Saranno pure donne ma in quanto a stile politico, coraggio e coerenza siamo lì: la differenza si vede poco. Ma tant’è! La “privatizzazione dell’acqua”, insieme al nucleare, è diventata a sorpresa il tema della campagna elettorale. E come sul nucleare la corsa è a chi la spara più grossa. E lì, si sa, nessuno batte il Vate del Tavoliere, Nichi Vendola, per il quale parlare di privatizzazione dell’acqua “equivale ad una bestemmia in Chiesa”.

E perché? Cos’è che distingue l’acqua dal servizio dell’energia elettrica o da quello del servizio telefonico privatizzati dai governi di centrosinistra? Perché solo per l’acqua (e per la Rai) non è immaginabile la “privatizzazione” o non ci sono mai “le condizioni” per avviarla? Sospetto una cosa: l’acqua è in Italia non un bene statale, come i demagoghi raccontano. E’ un servizio locale. Ed è soprattutto la risorsa su cui galleggia un ramificato notabilato, le vecchie municipalizzate, che solo in alcuni casi (e tutti nel Nord) è riuscito a fare il salto di qualità della modernizazzione.

E’ illecito sospettare che l’opposizione alla “bestemmia” della “privatizzazione” serva a coprire la difesa di una riserva di caccia e di potere del mediocre personale politico locale? E neanche a dire che qui ognuno fa la sua parte! Non è che la sinistra si opponga alla privatizazzione mentre la destra si batte per farla. No. Neanche per idea. Con la stessa veemenza la sola ipotesi di una “privatizazzione” dei servizi idrici è fiearmente contrastata in Puglia come a Palermo, a Sommacampagna come a Napoli. E’ una corsa  a chi promuove leggi locali che blocchino qualunque ipotesi di “privatizzazione”. Le virgolette non sono a caso. Per dirla tutta, infatti, il termine “privatizazzione” non sarebbe corretto.

Il provvedimento del ministro Ronchi che, diciamolo, attua una direttiva comunitaria sui servizi pubblici, recita solo che “il metodo ordinario di conferimento dei servizi pubblici locali è la gara” e prescrive l’affidamento in gestione del servizio a una “società mista”. Non si parla, tassativamente, di privatizzazione.  Anzi si precisa che un eventuale “partner privato” nella gestione dei servizi locali va “individuato mediante procedura ad evidenza pubblica” e con una quota di partecipazione “non inferiore al 40%”. Inutile dire che le tariffe del servizio resteranno, in ogni caso, pubblicamente regolate. E non sono alla mercè di chi gestisce le società di gestione del servizio. Altro che selvaggia “privatizazione”.

Il sospetto è che quello che si combatte non è tanto il terrore di un controllo privato dell’acqua. Quello che si teme è l’introduzione di criteri di trasparenza di mercato (nelle gare, nelle nomine ecc.) in comparti, sinora, gestiti con ferrea logica “privatistica”. Guardate: oggi il mercato dei servizi idrici è una babele. Altro che controllo pubblico: le tariffe sono diverse a secondo dei territori. A Milano, l’acqua si paga meno che in Sicilia. Ad Agrigento si pagano le tariffe più alte d’Italia.

Il servizio pubblico dell’acqua è un colabrodo indegno di una paese civile: il 30,1% dell’acqua immessa in rete non arriva ai rubinetti (in Germania le perdite sono il 6%). L’acqua che si perde basterebbe a compensare l’abolizione dell’Ici per la prima casa. Per non parlare delle perdite gestionali degli enti che gestiscono il servizio e che si aggirano tra il 10 e il 15%. Un autentico fallimento. Servirebbero investimenti per le reti, per aggiustare i tubi, per diminuire le perdite (d’acqua e di soldi). Investire nelle reti moltiplicherebbe la quantità di acqua a disposizione e ridurrebbe le perdite gestionali. Ma dove sono, nella disastrata finanza pubblica locale, le risorse per gli investimenti? Silenzio totale da parte dei fieri avversari della “privatizazzione”. E’ tutto spaventosamente irritante.

7 commenti a “L’acqua “pubblica” fa comodo soltanto ai sistemi di potere locali”

  1. Massimo Pallottino scrive:

    Molta demagogia, in questo articolo. Se ne potrebbe parlare a lungo, ma due semplici domande.
    - veramente non c’è nessuna differenza tra acqua, energia e la RAI?
    - veramente succede che ‘di principio’ la gestione privata garantisca tutte le cose bellissime di cui si parla alla fine dell’articolo? Ho un amico che abita ad Aprilia che avrebbe a che ridire. Bello l’esempio di Milano (dove l’acqua è pubblica), mi chiedo in base a cosa l’acqua privata in certe altre regioni della penisola darebbe vita ad un fantastico mondo di vera concorrenza trasparente ed efficiente…?!?

    Associare tutti i guasti del mondo alla gestione pubblica e tutte le cose belle alla gestione privata non è corretto e neanche minimamente rispondente alla realtà. Visto che si cita la Germania, citiamo anche un po’ la Francia, patria delle più grandi aziende privatizzatrici di acqua (o servizi di distribuzione che dirsi voglia) ci stanno ripensando a fondo, perché hanno capito che il controllo delle risorse idriche ha a che vedere con la sovranità nazionale… piccoli dettagli!

    Bene, non voglio pensare che l’estensore dell’articolo si sia ‘vennuto ‘e scarpe’ a Caltagirone (forse prossimo proprietario dell’acqua che bevo ogni giorno), e spero che si possa veramente portare questo tema al centro del dibattito pubblico, mi parrebbe assai più meritevole delle abitudini sessuali di primi ministri, governatori, sindaci ed altri…!

  2. giovanni scrive:

    caro Massimo, ovviamente siamo sempre nell’ambito del bue che chiama cornuto l’asino. E’ demagogia fare un discorso che va al di là delle più banali evidenze e non trasformare, chessò, in una semplice riduzione delle ore di geografia nei licei come un attacco alla libertà culturale di un paese? Retico forse va un po’ troppo oltre nel ragionamento, ma dice cose assai sensate. Le tariffe sono decise non da Caltagirone (chissà, forse De Benedetti sarebbe più signorile nella gestione della tua acqua?) ma da una legge, la legge Galli, che stabilisce per le tariffe paletti ben precisi. un caro saluto a tutti i demagoghi piccoli e grandi che circondano.

  3. Fabrizio Gritti scrive:

    A me piace molto il taglio di questo articolo perchè supera certe degmatiche e grossolane differenze tra gestione interamente pubblica e gestione interamente privata che nel linguaggio politico dell’italiano medio sono rispettivamente di sinistra e di destra.
    Bisogna dare una rinfrescata a questi luoghi comuni !!

  4. Massimo Pallottino scrive:

    Caro Giovanni, dei paletti della legge Galli parliamone una volta ad Aprilia. E, giusto per la cronaca, quella delle tariffe è solo una delle questioni in gioco.

    La mia speranza è che De Benedetti e Caltagirone si mettano d’accordo ed entrino insieme nel business dei cetrioli sottaceto, lasciando perdere quello dell’acqua.
    Facezie a parte, io penso che Retico dica cose non solo poco sensate, ma anche poco comprovabili. Dire che alla privatizzazione dell’acqua si oppongono i potentati locali, fa un torto ai potentati locali, che in molti casi (ancora Aprilia ma certo non solo) sono perfettamente in grado di recuperare il centro della scena con ancor meno vincoli di quelli che avevano prima. E la storia non dice che l’ingresso di ‘qualcuno grosso da fuori’ aiuti ne la trasparenza ne l’efficienza (aiuta, se ci sono i margini, i profitti che finiscono appunto nelle ‘grosse tasche di fuori’, invece che in quelle, altrettanto capaci, dei potentati locali). Lasciamo perdere i luoghi comuni ed andiamo a vedere che cosa succede nella realtà….

  5. [...] Approfondimento fonte: L’acqua “pubblica” fa comodo soltanto ai sistemi di potere locali [...]

  6. Guido scrive:

    Certo che la gestione privatistica non è il tocccasana di tutti i problemi, ma può costringere le pubbliche amministrazioni ad introdurre maggiore trasparenze in un settore molto torbido, che, sospetto anche io, fa loro comodo così. Su Aprilia ho sentito qualcosa tempo addietro e mi pare di ricordare che prima, come in altri posti, l’acqua, in pratica, era gratis. Ora, secondo me, l’acqua ha da essere gratis, per chi se la va prendere alla fontan del municipio, ma dove c’è di mezzo un costoso sistema di distribuzione, come la corrente elettrica, va pagata, il giusto, ma va pagata.

  7. [...] io mi ritrovo sempre più spesso in quello che si scrive qui: La campagna elettorale di Fini, qui e qui. Stranezze di questo [...]

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