Chi è senza peccato posi la prima pietra. La protezione incivile dell’uomo de panza

Non c’è più religione. Guido Bertolaso, il nostro boy scout preferito, esperto di catastrofi naturali e di ri-costruzione (ma non solo forse), il Piero Angela, o meglio il David Attenborough di alluvioni, terremoti e precipitazioni sparse anche a carattere temporalesco, sarebbe coinvolto in situazioni melmose ed appiccicose. Un esperto di fango infangato. Il colmo.

Oramai non si salva più nessuno. Eppure, con quel look, quella pacatezza, quei maglioni sempre nuovi e sportivi, una pubblicità progresso vivente, un poster boy per l’acqua Fiuggi o per l’olio Sasso, era l’unico su cui mai avrei nutrito sospetti. Certamente il volto bello aiuta. Induce, volens nolens, alla fiducia. Il nostro cervello, grazie ad una piccola mandorla di neuroni nel lobo temporale (la parte rossa dell’immagine) che si chiama, appunto, amigdala, è efficientissimo nel riconoscere il brutto ed il cattivo.

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Abbiamo sempre attribuito al bel volto  la veridicità. Cesare Lombroso, l’anticipatore del moderno profiling, aveva a riguardo le idee molto chiare.

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Il nostro viso la dice tutta su chi siamo, dove andiamo, come vi arriveremo, eccetera. I paralleli culturali con il mondo animale abbondano. Lo sguardo lupino, il volto scimmiesco, furbo come una volpe, testardo come un mulo, lento come un bradipo.

Ovviamente non basta la bellezza. E’ un insieme di dettagli critici, l’espressione degli occhi, il sorriso tranquillo, la calma misurata ma spontanea dei gesti. Un aspetto cucciolo e rassicurante.

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Come non fidarsi. Sfido chiunque a non sentirsi coinvolti emotivamente dallo scout istituzionale che, come Baden Powell, ci incita ad essere sempre preparati. E’ giusto. E’ samurai.

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Che peccato. Another one bites the dust (anzi, the mud). Ma forse, anzi quasi sicuramente, dicerie di untori maleintenzionati. La politica è d’altronde terreno paludoso, melmoso, argilloso. A Roma la chiamano fanga, quella che fatichi a scrollarti di dosso. E i samurai moderni, i cavalieri dello spirito nostrano (ahimé molto nostrano) dovrebbero saperlo. Essere preparati alla sconfitta è parte integrante della preparazione per la vittoria. Due facce della stessa medaglia. Forse una medaglia con una faccia sola. Un po’ come il simbolo del Tao.

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Il bianco e il nero nello stesso cerchio. Il bene ed il male assieme in ognuno di noi. Lo Ying e lo Yang. Ma non c’è mai solo bene o solo male. Il bene contiene il male e il male il bene, come i pallini di colore opposto vogliono significare nel simbolo abusato che tanti portano al collo. E la Protezione civile si occupa per definizione solo di male, di catastrofi. Ma spargendo il bene, senza catastrofismi. Si occupa di prevenzione. Anche di disastri causati dall’uomo. O da un gruppo di uomini. Si occupa di attenzione alle possibilità del male. Poco a che fare forse con la costruzione di piscine o centri congressi. Mah?

Possibile che siano invece tutti uomini di panza? Lo spero per loro, ma nell’accezione nipponica. Hara no aru hito. L’uomo con ventre. Dove il ventre rappresenta l’essenza spirituale della persona. E l’uomo senza ventre, hara no dekite inai hito, mancando di disciplina e autocontrollo non può essere una guida per gli altri. E la nobiltà della sconfitta non porta alla giustificazione. Porta alla vergogna.

E la vergogna porta alla morte. Magari non fisica, tramite il seppuku, conosciuto a sproposito come harakiri (che non è esattamente seppuku, almeno tecnicamente, ma anche filosoficamente), ma almeno morte politica, che per alcuni è però l’equivalente. Anche se i nostri samurai sembrano favolosamente immortali, o quantomeno reincarnati nelle generazioni successive, senza pace, identici alla generazione precedente, senza mai riuscire a raggiungere il proprio nirvana né, purtoppo, il nostro.

E non si può certo raccomandare un seppuku istituzionale, più che altro perchè forse non crollerebbe il governo, ma si svuoterebbero quasi sicuramente le Camere dopo un bagno di sangue degno di Tarantino. Craxi docebat infatti, quando, rivolgendosi ai suoi correligionari, e chiedendo  di scagliare la prima pietra a coloro i quali avessero la coscienza limpida, porgendo a bersaglio il viso consapevole della penuria di sassi e mazzafionde sotto i deschi dei deputati, si trovò davanti l’imperturbabilità della maschera parlamentare. Il silenzio è virtù. Anche per gli uomini di panza.

Ma forse, come diceva anni fa, in modo irriverente per il sacrifico supremo, il comico Pippo Franco: “Karakiri, mo’ me spanzo, così salto pure il pranzo… e morirò con le budella al vento, inneggiando al grande Giappone… Ma che me frega a me del grande Giappone. Io so’ de Testaccio”.

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Estote parati!

1 commento a “Chi è senza peccato posi la prima pietra. La protezione incivile dell’uomo de panza”

  1. Paolo Pantani scrive:

    Non si può comprendere quel particolarissimo codice di valori che è il bushido, la Via del Guerriero, il cui fine ultimo è il raggiungimento della perfezione.
    Ma la costante ricerca della perfezione che guidava i samurai si manifestò anche nella pratica delle arti, come per i Calvinisti Europei.
    Il calvinismo ha dato vita a quella “ascesi intramondana” (M. Weber) che, da un lato, ha accelerato il collasso delle strutture economiche feudali, e dall’altro, ha introdotto nei processi produttivi atteggiamenti e comportamenti che hanno favorito, senza determinarlo, lo sviluppo del capitalismo. Sia rimuovendo remore e ostacoli (come, per esempio, il rifiuto di produrre ricchezza perché considerata peccaminosa in sé), sia incoraggiando virtù sociali come la vita parsimoniosa, l’austerità dei costumi, la santificazione del lavoro manuale vissuto come vocazione, la diligenza e la perizia professionale, la creazione di ricchezza non da consumare ma da reinvestire. Tutto questo ha contribuito molto a modellare la moderna società occidentale e ad animare interiormente quella che è stata chiamata la “civiltà del lavoro”.
    Il credente calvinista può investire le sue energie morali e spirituali migliori nel mondo, non dovendole investire nella ricerca o costruzione della propria salvezza: questa è tutta e solo opera e dono di Dio, che fin dall’eternità “elegge” e destina gli eletti alla salvezza.

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