D’Alema/Com’è vecchia l’unica sinistra che pensa
Dostojevskij amava dire che “chi va oltre il limite passa sempre il confine”. Ne discende, ovviamente, anche il contrario: chi non riesce a superare il limite resta sempre al di qua del confine. La metafora mi è venuta in mente leggendo un testo passato un po’ inosservato: il recente discorso di D’Alema alla London School of Economics sulle ragioni della crisi della sinistra europea.
Sentite a me: è un testo esemplare… dei limiti e dei vincoli che aggrovigliano e paralizzano il pensiero della sinistra. Alla fine della lettura, lo confesso, la risposta all’interrogativo di D’Alema – “perché perdiamo?” – mi è apparsa più chiara e comprensibile: perché la sinistra continua a pensarla come lui. Cioè, diciamo meglio, la sinistra che si sforza di pensare.
Eh sì. Perché, perlomeno, Massimo D’Alema quell’interrogativo – “perché perdiamo?” - se lo pone. E si sforza di trovare una risposta interpretando quello che succede nel mondo. E di farlo fuori dagli schemi del pensiero fru fru e del bla bla alla panna montata, frivolo e saponoso, della lunga (e speriamo conclusa) dittatura letteraria buonista e veltroniana. Con D’Alema torna il pensiero tosto. Ma, ahimè, con esso anche la palese e spiacevole evidenza dei limiti e del “confine” che non riesce a passare. E, dunque, della sua ineffettività e inefficacia.
Mi perdonerà D’Alema: più che un pensiero sul declino (della sinistra) il suo, pur robusto, argomentare mi fa sentire la sinistra percezione di un pensiero… al declino. Il discorso di D’Alema agli inglesi ruota intorno a due assunti chiave. Il primo: “La grande crisi finanziaria, economica e sociale chiude il ciclo di una globalizzazione ultraliberale” ma, paradossalmente, “la sinistra (europea) arretra” e perde. Vivaddio. D’Alema chiama le cose con il loro nome. Parla di sconfitta senza infingimenti e slalom sugli specchi.
Certo. Il mondo che egli descrive ha qualche tinta esagerata e forzata. Per sottolineare la particolarità della condizione disarmante della sinistra europea egli esaspera, ottimisticamente, una presunta dirompente avanzata della sinistra nel resto del mondo (Usa, Giappone, India, Brasile, Africa del Sud). Andiamoci piano. Sarà pure vero, come D’Alema afferma, che “la grande crisi finanziaria, economica e sociale chiude il ciclo di una globalizzazione senza regole dominata dall’ideologia ultraliberale” e ridà fiato alle forze progressiste nel mondo. Ma non è affatto vero che questo significa il “ritorno” puro e semplice, come lo chiama D’Alema, delle “nostre (sue) idee” e della “socialdemocrazia” (che egli vede all’orizzonte persino in… Cina). Anzi.
La nuova fase di Obama, ad esempio, e il riaggiustamento profondo su tutti i punti dell’originario programma liberal mostrano che le cose stanno in modo un po’ più complesso. E che neanche nel resto del mondo, dove la sinistra torna a vincere, è così pacifico, scontato e lineare che con essa tornino la tradizionale “socialdemocrazia” e le “nostre (sue) idee”. E che la rivoluzione “ultraliberale” di fine secolo, come la chiama D’Alema, si riveli solo una parentesi.
Ma stiamo al gioco. E vediamo perché, secondo D’Alema, solo in Europa la sinistra non vince. Qui soccorre il secondo assunto del suo ragionamento. La sinistra ha perso in Europa perché, dice D’Alema, si è divisa sulla risposta alla “sfida” ultraliberale. E qui il leader del Pd sembra, apparentemente, distribuire le colpe in modo equanime tra la sinistra e la destra della sinistra (scusate il bisticcio). Ma solo apparentemente!
Il vero bersaglio polemico di D’Alema, infatti, non sono i nostalgici di “sinistra” colpevoli dell’illusione di poter “difendere l’assetto sociale frutto del secolo socialdemocratico e del Welfare state“. Il bersaglio vero è il Labour di Blair. A lui, crediamo, è rivolta la filippica contro i “partiti e leader che hanno cavalcato con entusiasmo il capitalismo globale; che hanno innovato (ha detto proprio così, ndr) il nostro lessico”, non parlando “più di employment” ma “preferendo l’espressione employability”; che “ hanno sostituito la parola tutela con la parola opportunità”; che “hanno lasciato da parte la parola welfare parlando di education”.
Insomma D’Alema liquida con una restaurazione, persino semantica, quello che la perdente sinistra europea dovrebbe studiare e rinverdire come l’unica esperienza riformista che negli anni 90 è risultata vincente: il New Labour di Tony Blair. E per sostituirlo poi con che cosa? Ma è ovvio: con la “riscoperta del conflitto sociale e dell’idea dell’uguaglianza”. Insomma del vecchio, eterno, secolare, ritrito e banalmente vuoto refrain della sinistra quando non ha nulla da dire: il conflitto sociale!
Frase fatta. Profondità superficiale. Luogo comune. Che sostituisce lo sforzo di pensare obiettivi, motivi e ragioni che possano rimotivare l’elettorato di sinistra. Che rimuove la dura applicazione a immaginare riforme che ridiano un senso e una funzione alla sinistra disarmata e confusa di questi anni. Ci spiace ma quello di D’Alema è un pensiero che rifluisce. E’ una stanca restaurazione. E’ la confessione di un fallimento: quello del “centrosinistra del nuovo secolo”.
Checchè ne dica D’Alema, a questa ambizione solo il Blair delle origini era riuscito ad avvicinarsi. A dare un qualche contorno. A dare un lessico e contenuti di riforma. Quella di D’Alema è invece una riproposizione. E’ il passato che ritorna: è, direbbe Marx, “il morto che mangia il vivo”. Sostituire alla strordinaria e coraggiosa innovazione blairiana degli anni 90 le “parole donnola” – conflitto e uguaglianza - è una pretesa che non comunica alcun contenuto reale e concreto.
Verrebbe da dire: quello di D’Alema è un pensiero circolare. E’ la sinistra che ruota su se stessa. Spaventata dall’asprezza del compito che si era proposto e incapace, per difetto di cultura e di immaginazione, di pensare a qualcosa di realmente innovativo, la sinistra di D’Alema si rifugia nel “già visto”. E si consegna all’abbraccio mortale della sinistra radicale: la vera maledizione che succhia e svilisce, in tutta Europa, le residue possibilità di una funzione riformista e propulsiva dei progressisti.
Al termine del lungo e accidentato percorso dei postcomunisti fino al Pd, essi riscoprono il… “conflitto”. Insomma: dal PCI al… pci. Direbbe ancora il vecchio Marx: “Ben scavato, vecchia talpa”. Ma di certo… sei proprio vecchia.


Molto d’accordo. Mi dicono poi che la crisi economica non sia stata innescata dal “liberismo selvaggio”, quanto piuttosto dai “mutui di Stato” liberi e selvaggi spinti da Clinton e dal sistema bancario. Oltre a ciò è poi da rilevare che in Europa (e non solo) gran parte della crisi è dovuta alla crescita dell’indebitamento da parte degli Stati. Forse quindi D’Alema sbaglia anche l’assunto di partenza.
Io penso sbagli la medicina, non certo la diagnosi.
caro retico, se la londinese prolusione d’alemiana è passata inosservata evidentemente è perché persino la stampa italiana ha ritenuto opportuno stendere un velo di pietosa commiserazione sull’accanimento riflussista del perdente che insiste nel ritenere che se ha perso è perché erano gli altri – gli elettori – che non avevano capito. oltretutto, il più sinistro dei sinistri anglosassoni è molto più a destra di quanto non sia quella immaginifica proiezione socialdemocratica immaginata dal nostro. sarà per l’anarco-cosmopolismo che mi deriva da pseudonima definizione ma a me quello che d’alema pensa e dice pare talmente irrilevante che – detta tra noi – frega davvero poco.
D’Alema non è rimasto indietro: è andato avanti come l’astronauta di 2001-Odissea nello spazio ed ha scoperto che la politica, come lo spazio-tempo è circolare.
)*
Aspettare per credere.
Puo’ darsi.
Ma d’Alema e’ una delle poche cape pensanti del PD, rispetto agli ultimi due segretari gioca in un’altro campionato, e la sua visione del gioco e’ da Champions.
Peccato che i giocatori non facciano mai quello che chiede….
Se D’Alema è “una capa pensante del PD” allora siamo fritti! Dopo 20 anni di cazzate (l’ultima, la Puglia, l’abbiamo già scordata?) ce lo troviamo ancora qui! Ma perchè non l’hanno fatto ministro degli esteri della UE? Ma per sempre, però!
Mi domando: è vecchio e consumato il conflitto sociale o semplicemente si sono rimodulate le “classi”?
Sarà perché mi ci ritrovo in mezzo, ma vi chiedo se vi siete resi conti che il lavoro non segue più le regole che avete in mente? C’è un conflitto generazionale trasversale alle vecchie classi, una massa sfocata di persone tra i 25 e i 45 anni, anche molto preparate, che vive al di fuori di livelli accettabili di reddito. Come ben raccontava un romanzetto di J.G. Ballard (Millennium People), è assai più proletaria la media borghesia intellettuale che gli operai, sicuramente è meno garantita, pagata, protetta. La sinistra perde perché se ne fotte, e assiste partecipe alla massimalizzazione delle rendite sul lavoro intellettuale, fatto fare praticamente a gratis a questa massa da una “classe” d’elite di vecchi tromboni garantiti attaccati disperatamente ai posti dirigenziali. Si coptano le badanti, sperando che il pannolone regga.
Ci sono le classi, sono solo diverse.
è che spesso sceglie anche giocatori bizzarri, non dico proprio di altre squadre ma magari di altri sport.
come questo blog dimostra
Beh, che D’Alema pensi è sicuro, i dubbi sorgono sulla bontà politica dei suoi pensieri
E sul fatto che “i giocatori” non fanno ciò che chiede io concordo. Temo solo che, essendo circa un decennio che (anche le seconde file) non ne azzeccano una, non lo facciano per cattiveria. È che proprio non ce la fanno, non capiscono qual’è l’interesse di coloro che devono rappresentare e, in definitiva, non capiscono neanche il proprio.
Ripeto, non credo che siano cattivi, è che non sentono neanche un decennio di legnate
quoto Mirella
D’Alema é obsoleto. Bisogna compiere i 6 passi canonici e liberarsene x sempre.
Il pensare molto non significa pensare bene.
Non avrei consentito il patto del 1994: non vi tocchiamo le televisioni, solo tre però.
Per giunta manco rispettato, si vede che c’è stata una contropartita molto generosa, “ad abundantiam”.
Adesso teniamoci la “diminutio”, le sgallettate e i giovani scombinati.
Già prima eravamo messi male, diceva Orson Welles che tenevamo la borghesia più ignorante d’ Europa, la classi non cambiano, ma possono pure peggiorare.
completamente d’accordo!! se oggi la mente più avanzata del pd fa analisi che ci riportano al labour di kinnock, non c’è speranza per la sinistra italiana!! la crisi è nata dagli stati uniti, e dal sistema bancario degli stati uniti. cosa c’entra il socialismo europeo in questo? quando vinceva era tutto ok, oggi dobbiamo tornare indietro? non è che forse un moderno socialismo liberale alla blair da meno sicurezze del vecchio populismo con cui la destra vince in europa? allora cerchiamo di inserire più sicurezze in quel modello, ma tornare allo stato “dalla culla alla bara” vuol dire non interpretare la società di oggi, diversa da quella novecentesca.
Il socialismo liberale è un ossimoro che vuol dire questo: non guardare il colore del gatto, ma bada che sia in grado di acchiappare i topi (Mr Deng). Ora, per più di 70 anni il socialismo / comunismo ha tentato un’impresa impossibile: sostituire lo stato all’individuo laddove è solamente la individualità e l’interesse privato egoistico a fare la differenza: la produzione di ricchezza.
Quindi per più di 70 anni, invece di inventare una filosofia politica accettabile di redistribuzione della ricchezza prodotta con metodi capitalistici (vedi Scandinavia), si è preferito la (imperfetta) uguaglianza nella povertà.
Prigionieri di questo passato, D’Alema & C. sono la quintessenza di una generazione perdente per definizione.
certo che se il nostro dubbio è tra d’alema e blair, forse i più disperati di tutti siamo proprio noi.
ma poi questo new labour… macelleria sociale e liberismo spinto, la favolosa impresa in iraq, il carattere più “originale” di questo new labour sembra essere la subalternità assoluta agli interessi del capitale finanziario. quali straordinarie innovazioni ha prodotto, prima di ritirarsi e fare spazio all’old labour necessario a salvare un po’ di banche a colpi di fondi pubblici con la quasi certa prospettiva di riconsegnare il paese alla destra il giorno dopo?
secondo me la sinistra europea (tutta) ha perso (gli elettori) perche’ non ha capito la portata e le conseguenze della globalizzazione.
e continuare a parlare di lotta di classe contro socialismo liberale vuol dire continuare a non capire.
di quale lotta di classe si fantastica quando si va incontro allo spostamento delle produzioni industriali dall’ europa verso nuovi lidi ?
al massimo si puo’ parlare di lotta tra posizioni di rendita.
e il fatto che la sinistra italiana nonostante tutto abbia tenuto meglio delle altre europee e’ dovuto alle ingombranti dimensioni della rendita statale e parastatale nel nostro paese.
e senza idee nuove, e con analisi vecchie, dal tunnel non si esce.
Tanto per giocare con le parole: “straordinaria innovazione di Blair negli anni 90?”
Un bellimbusto, manipolatore della stampa, guerrafondaio sdraiato su Bush and Cheney?
Un vagheggino che non è riuscito nemmeno ad eliminare la caccia alla volpe?
Non ha difeso nè i lavoratori nè le volpi, solo i ricchi in giubba rossa n’ coppa ai cavalli.
Bel “riformista” della mutua.