E’ esplosa la crisi bipartisan della “democrazia del Capo”
Nella formazione delle candidature alle regionali il Pd aveva mostrato tutta la sua fragilità e incompiutezza. Ma ciò che sta accadendo ora nel Pdl, tra la mancata presentazione della lista a Roma e l’incubo della cancellazione dell’intero centrodestra in Lombardia, appare persino più sconvolgente: pezzi di partito che gridano alla democrazia violata, altri che lamentano il dilettantismo dei gruppi dirigenti nazionali e locali, Berlusconi che dà la colpa del caos ad An (come se An esistesse ancora), Fini che non perde occasione di prendere le distanze dal partito che ancora non c’è.
Qualcuno ne ha tratto la conclusione che i due grandi partiti sono giganti con i piedi d’argilla. Anzi, che queste regionali (competizione al tempo stesso ultra-presidenziale e ultra-proporzionale) hanno svelato tutta la loro strutturale inconsistenza. Ma la lettura, pur contenendo dosi di verità, appare parziale e un po’ reticente.
La legislatura era cominciata nel segno di un bipolarismo nuovo, tendenzialmente bipartitico. La speculare somiglianza di Berlusconi e Veltroni sembrava il viatico di una Terza Repubblica. Invece era solo l’inizio della parabola discendente del berlusconismo. E’ vero che il Cavaliere è riuscito nel 2008, per la prima volta dopo quindici anni, a comporre attorno a sé quel blocco sociale di moderati, liberal-innovatori, conservatori e reazionari che inseguiva da sempre. Si potrebbe dire che a lui è riuscito ciò che De Gasperi e Moro hanno sempre rifiutato per la Dc: saldare il blocco di centro-destra. La personale anomalia di Berlusconi aveva fin qui ritardato l’impresa.
Il problema, però, è che quando il Cavaliere è riuscito a raggiungere la sua maggiore forza politica, ha perso per strada idee, spinta propulsiva, persino capacità di suscitare immagini ed emozioni trascinanti. L’eclissi era già cominciata quando veniva acclamato solo al comando, ma non aveva progetti per contrastare il declino del Paese, la crisi economica incombente e la crisi morale che intanto invadeva le fondamenta.
Non è vero, insomma, che i partiti nuovi del Pdl e del Pd hanno vissuto una breve e trionfale stagione, a cui è seguita la disillusione. La verità è che i partiti sono ancora da costruire. E che non tutti i protagonisti ci credono davvero. Anche perché, se si crede che i partiti siano strumenti indispensabili alla vita democratica, bisogna costruire istituzioni capaci di valorizzarne il ruolo e la responsabilità.
In un sistema che scivola sempre più verso il plebiscitarismo, con il mito del Capo eletto direttamente e un Parlamento di nominati sempre meno rappresentativo dei territori e degli interessi, è difficile che i partiti possano svolgere una funzione essenziale di mediazione. Se la democrazia di indirizzo è travolta da una versione trasandata e autoritaria della democrazia di mandato, è inutile fare appello ai partiti che non ci sono.
Il nodo politico irrisolto dell’Italia di oggi è qui. Anche se Berlusconi è ancora alto nei sondaggi, il dopo-Berlusconi è già cominciato. Ma è come se nessuno avesse la forza di dirlo a voce alta. Così i danni del declino berlusconiano rischiano di essere molto vasti. In genere in tempo di elezioni è normale che la politica sia in parte sospesa. Qui la sospensione è assai più ampia e duratura: se per politica si intendono gli interventi sull’Italia reale, sugli interessi sociali, sui cambiamenti strutturali, di politica non si parla più da troppo tempo e non si sa quando tornerà.
Nel gioco mediatico degli specchi si ha persino l’impressione che ad ampie fasce di cittadini sfugga persino la precezione dei loro stessi interessi. Ma la politica può tornare solo se ha a disposizione strumenti funzionanti di rappresentanza democratica. I partiti dunque sono una necessità, non un vezzo. Chi punta tutto su una personalizzazione sorretta da regole labili e confuse, non vuole i partiti. O meglio, vuole solo partiti-servitù del leader.
Il nodo istituzionale, quello delle riforme, tornerà presto. E sarà un danno per l’Italia se l’occasione si perderà ancora una volta. Per l’opposizione non è un rischio, ma un’opportunità. Per il Pd è addirittura una condizione di radicamento (naturalmente se sarà capace di rilanciare in forme nuove il modello parlamentare). La questione sociale in qualche modo dipende dalla questione democratica: lo dimostra la difficoltà di oggi a spostare il dibattito pubblico dai processi giudiziari di Berlusconi alla crisi economica, dal gossip al sistema industriale da salvare, dai problemi delle tv a quelli del fisco.



E’ necessario regolamentare per legge il funzionamento dei partiti. Oggi sono, a livello locale e nazionale, solo proprietà private difese con i denti mentre dovrebbero essere organismi liberi produttori continui di nuova classe dirigente.