L’informazione (buona) si paga
E io pago… la luce, il gas, la spazzatura, il telefono. Ma non è finita. Ora lo sappiamo con certezza, perché guru e visionari delle nuove tecnologie non fanno che ripeterlo ogni tre per due: pagheremo anche l’informazione. Che scoperta – si dirà –, ogni mattina compriamo il giornale in edicola. Sbagliato! Si tratta delle informazioni reperite online, di quelle che, dimenticandoci l’italiano, abbiamo preso a chiamare news. Si sa, è più fashion.
Del resto era ora. La carta soffre, la pubblicità funziona solo sul web, la gente legge sempre meno o vuole leggere solo notizie mirate, i quotidiani tradizionali sono con l’acqua alla gola e chiudono i battenti… qui ci vuole un nuovo modello di business. Frase talmente “fatta” che chiamarla drogata è usare un eufemismo. Ma tant’è. Gli editori si lamentano di non riuscire più a difendere i propri contenuti, scippati dal “grande fratello” della Rete, che a sua volta tende ad accusare ogni opinione contraria come liberticida. Insomma, è guerra aperta e urge una soluzione.
Internet allora non sarà più gratuito, e come paghiamo gli abbonamenti per vedere film o partite di calcio in tv così pagheremo le notizie, ovvero quel plancton senza il quale l’ecosistema della società 2.0 salta sicuramente, come dicono Massimo Gaggi e Marco Bardazzi nel loro saggio L’ultima notizia. Dalla crisi degli imperi di carta al paradosso dell’era di vetro (Rizzoli, pagine 274, euro 18).
Giornalisti di punta, l’uno inviato del Corriere a New York, l’altro in forza alla Stampa, entrambi grandi conoscitori degli Stati Uniti, hanno prodotto un’analisi accurata, ricca di dati e aneddoti su quanto sta avvenendo nel mondo dei media con un occhio rivolto in particolare oltreoceano. Dal voyeurismo di Facebook all’improbabile “citizen journalism”, dal cannibalismo del “frenemy” Google all’internazionalismo dell’esperimento GlobalPost.com.
A ciascuno la sua “bolletta delle news”, quindi. E chissà che forse la qualità e la credibilità dell’informazione non ne escano rafforzate per davvero. D’altronde non vale il binomio pago-pretendo? Pago quello che veramente voglio, pretendo che quello che pago sia quantomeno leggibile e interessante, eliminando quel surplus di informazione tette-e-culi e di demenzialità da “Grande Fratello”, che fanno assumere ai nostri quotidiani il volume degli elenchi telefonici.
Certo, forse non durerà a lungo, perché nel mondo della velocità e della cyberizzazione dei rapporti umani la carta brucia, ma il vetro prima o poi si rompe. Intanto salutiamo il mito del Bel-Ami o i grandi scoop alla Tutti gli uomini del presidente e prepariamoci a mettere mano al portafogli.


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