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Quando è Di Pietro a dare le carte

Comprensibile euforia nel centrosinistra. In soli quindici giorni al centrodestra si attribuisce in serie:  un harakiri clamoroso (il panino di Milione); un decreto “flop” che ha fatto un baffo a tutti quelli (dal consiglio di circoscrizione al Consiglio di Stato) che lo dovevano applicare; un paio di ceffoni  giudiziari ad personam, che ora arrivano persino dalla centralissima Procura di… Trani.

Raramente capita la fortuna di una sequenza simile a pochi giorni da un voto. E così, a sorpresa, le elezioni regionali sembrano diventate la disputa di Gavinana con il Cavaliere finito a gridare a Maramaldo: “Vile. Tu uccidi un uomo morto”. Diciamocelo: per essere un paese ormai al “fascismo” o alla dittatura mediatica, come ciancia Di Pietro, non c’è male!

E’ evidente che l’unico evento “non dannoso” per il centrodestra è stata la manifestazione di piazza del Popolo. Su di essa non si può che essere d’accordo con l’osservazione al riguardo attribuita all’unica persona di buon senso di questo martoriato paese, il Capo dello Stato, che avrebbe osservato: “Ma ne valeva la pena?”. Meno che inutile, infatti, il raduno. Doveva essere il “pronunciamento di un popolo” (aveva detto proprio così Bersani) contro un “colpo di Stato” dilagante. Doveva essere (per Di Pietro e i suoi) una sonora censura contro Napolitano, dipinto come una sorta di pavido e cedevole Facta. Doveva essere il muro di folla contro lo scivolamento autoritario.

E invece… appena indetta è iniziata la corsa a limitarne il significato e (per fortuna) a correggerne il tiro. E’ diventata, alla fine, un “successo” perché si è riusciti a oscurare le “ragioni” per cui era stata convocata. Infatti tutti sono soddisfatti perché Di Pietro ha fatto il bravo (cioè ha dichiarato che su Napolitano “aveva detto tutto nei giorni scorsi”  e concedeva di non ripetersi per rispetto all’imbarazzo degli ospiti); perché non si è parlato del decreto “fascista” ma di lavoro (sic!) e di altro; perché si è dato prova dell’unità a “sinistra” simbolizzata dall’affettuoso buffetto di D’Alema a Nichi Vendola. Tutto qui.

Verrebbe da dire, pensando al dispendio di energie e risorse di un raduno nazionale: una prova lampante di sproporzione tra esosità dei “mezzi” utilizzati rispetto all’eseguità dei “fini” da conseguire. Un gruppo dirigente giudizioso e geloso della sua “autonomia” avrebbe aspettato qualche giorno in più prima di correre dietro, in fretta e furia, al “popolo viola” e a Di Pietro. Bastava aspettare qualche ora e si sarebbe visto che la santabarbara di un decreto “che interpreta un regolamento che interpreta una regola elettorale” aveva polveri bagnate. E che ai tribunali di ogni ordine e grado (contravvenendo, a pensarci bene, la regola più elementare di ogni “dittatura” che si rispetti) non importava alcunché di trasformare il decreto in un aereo di carta da far svolazzare sotto il naso dei “gerarchi” del Pdl.

Il governo, insomma, si stava facendo male da solo. Al punto che chissà, un atteggiamento magnanimo del Pd, se avesse potuto decidere da solo, avrebbe persino potuto dare politicamente un risultato in più. E invece. Vedremo se per la manifestazione del centrodestra di domenica prossima si ripeterà un melodramma analogo. Scommettiamo di sì. Che classe politica.

Ma torniamo alla condizione del centrosinistra. Io continuo a pensare, a dispetto dei santi (qualcuno direbbe viste le aspettative elettorali che si nutrono a sinistra), che Bersani stia compiendo un errore. Si può dirlo? Intanto: questa rappresentazione sopra le righe del Paese sull’orlo del “fascismo” è ridicola. E l’idea che con l’ineffabile “popolo viola” si stia combattendo una nuova Resistenza lo è ancora di più. E in cuor loro lo sanno. Serve a uno sparaparole come Di Pietro a esasperare lo scontro per rubacchiare qualche voto al Pd. Ma è solo dannosa per Bersani.

Per quattro motivi. Primo: Bersani non può permettersi di mettere tra parentesi, dopo le elezioni, la prospettiva di un’intesa per riforme condivise prima della fine della legislatura. Serve al paese. E serve al centrosinistra che non può sperare di giocare la carta del cambiamento di maggioranza con questo sistema elettorale.

Secondo: questo clima da guerra civile intossica il confronto e allontana ogni possibilità di un confronto sul merito dell’azione di governo. E costringe tutti ad andare senza bussola e ognuno per sé: i sindacati, le imprese, le categorie sociali. Sarà un guazzabuglio corporativo dannosissimo per la stessa opposizione.

Terzo: l’agglomerato di piazza del Popolo riporta le lancette del centrosinista all’indietro. Riproduce l’allegra compagnia della disfatta del governo Prodi e della sconfitta del 2008 (persino fisicamente riprodotta dalla sfilza di organizzazioni e di segretari, leader e leaderini che hanno dovuto prendere parte all’incontro di Roma). Un dejà vu da brivido.

Quarto: il palco di Piazza del Popolo allontana la prospettiva di un dialogo con il centro. E così sancisce che a distribuire le carte nel centrosinistra è, allo stato, l’Italia dei valori.  Avevamo capito che questo delle alleanze era il  punto fermo della critica di D’Alema e Bersani alla condotta del Pd prima dell’ultimo congresso. Ma dalla gestione delle liste regionali ai fatti di questi giorni quella del Pd dall’Udc è una progressiva marcia di allontanamento.

Bersani dovrebbe saperlo: se si consegna l’iniziativa politica a Di Pietro e ci si rassegna alla sua descrizione sovraeccitata e demonizzante del quadro politico, il Pd rischia di andare in fuori gioco. E di consegnare agli estremisti la chiave della politica del centrosinistra. Non c’era alcun bisogno di rischiare questo! Il governo si sta facendo male da solo. E sbaglia i colpi.

Bersani non aveva alcuna ragione e interesse a sterzare la barra della sua politica. Poteva e doveva tener duro sulla linea di una forza responsabile e tranquilla che lavora ad un’alternativa, che dialoga con il centro e che evita ammucchiate strapaesane con i massimalisti di ogni latitudine che, un po’ per fargli le scarpe e un po’ perché i massimalisti sono massimalisti,  lo stanno riportando in un vicolo politicamente… cieco

18 commenti a “Quando è Di Pietro a dare le carte”

  1. enza scrive:

    D’accordissimo!

  2. [...] Prosegue Articolo Originale: Se è Di Pietro a dare le carte | The Frontpage [...]

  3. cristina scrive:

    Se è Di Pietro a dare le carte, è solo perché da un bel pezzo il Pd si limitava a guardare il solitario di Berlusconi. Buttate un po’ l’occhio al blog della De Gregorio: i simpatizzanti da tempo reclamavano un intervento molto più incisivo del Pd. Che nicchiava, cincischiava, insomma era lì, insulso come un’ameba. E Di Pietro ha fatto quello che sarebbe logico aspettarsi dalla sinistra: pochi slogan, chiari, e battere sempre sugli stessi tasti. Non ci voleva poi tanto. Le riforme condivise? Riforme di che? Con questa canaglia al governo non si può né deve condividere nulla di nulla. Che passi la mano.

  4. Pietro scrive:

    Analisi perfetta! Ma qualcuno nella Direzione PD li legge questi articoli? E li capisce?
    Grazie Retico!

  5. Paolo scrive:

    Commento del tutto condivisibile.
    In più nel Pd vediamo una riedizione dell’antico dogma del Pci secondo il quale non si doveva mai consentire uno scavalcamento a sinistra (in questo caso del giacobinismo dipietresco).

  6. Paolo Pantani scrive:

    Se non si può e non deve condividere nulla di nulla, ma come si deve cercare di rimuovere il danno?
    C’è Giorgio La Malfa tra loro, ha dichiarato inaccettabile il decreto salva-liste, ci sono i finiani, fare sponda serve a preparare uno sbocco, un futuro ad un centro destra moderato, che pure c’è nel paese.
    Essi sono portatori di interessi non solo illegittimi, non sosterranno mai il centro-sinistra ma farebbero volentieri a meno di scontri continui sui casi degli altri e non temono i magistrati, comunque ci vogliono, la legalità tutela tutti e soprattutto non vogliono convivere tutta la vita con i poteri criminali italiani onnnipresenti ovunque.

  7. l'esule scrive:

    La visione politica dell’IdV, eliso l’antiberlusconismo, non e’ di certo di sinistra riformista. Le furbate del Duce molisano tengono in ostaggio il PD, e chi non se ne accorge e’ un suicida. Di Pietro e’ stato eletto con i voti PD, con il patto di confluire in un unico gruppo parlamentare, cosa e’ successo?
    La sinistra, anzi l’opposizone, in Italia puo’ contare su un 35-38%, ma per ogni punto percentuale che guadagna di Pietro uno lo perde il PD. Non so chi sia il vero nemico. Berlusconi e’ fin troppo bravo a farsi male da solo…

  8. Ghino di Tac....chino scrive:

    Domanda: ma siamo sicuri che se dalle attuali teste pensanti (?) del PD togliamo l’antiberlusconismo rimanga loro un qualche straccio di idea per l’elaborazione di un progetto politico alternativo da proporre agli italiani?

  9. Paolo scrive:

    Concordo in pieno con l’articolo. Alle ultime elezioni primarie per la scelta del segretario del PD, avevo pensato che, votando Bersani, avrei potuto contribuire ad una scelta in grado di ricondurre la dialettica politica verso un livello più elevato rispetto a quello che si era visto con Franceschini. Avevo anche sperato in un’evoluzione della principale forza del centro sinistra che potesse aprire un dialogo “alto” con tutto il paese, soprattutto con quelli che finora si erano schierati dall’altra parte. Mi ero da poco iscritto proprio per questi motivi. Mi ritrovo ora di fronte ad un’inversione di strategia e di linguaggio, in un partito nuovamente diretto da impulsi esterni ( la piazza, i tribuni della plebe, i giornali, gli esperti ecc). Ne prendo atto, e vivo questo come un mancato rispetto delle promesse sulle quali era stato chiesto il voto. Le cause sono profonde e, credo, irreversibili nel breve periodo. Un partito politico fornisce alla società le chiavi interpretative dei fatti politici e sociali. Quando per decenni, per miope opportunismo e mancanza di coraggio, questi fatti vengono spiegati con gli strumenti ( ed i limiti ) dell’analisi giudiziaria ed il confronto politico viene costruito sull’opposizione difensori della democrazia – pericoli per la democrazia, allora si costruisce anche una cultura all’interno del proprio elettorato, limitata, parziale e fuori dalla realtà. Da questa cultura è difficilissimo venirne fuori per chiunque non scelga di rischiare l’impopolarità contingente in funzione del consenso nel lungo periodo, rompendo gli schemi con operazioni di ridefinizione culturale profonda.

  10. Amedeo scrive:

    Ottimo Retico! Un’analisi ineccepibile, purtroppo…

  11. Marialuigia scrive:

    Possibile che nessuno nel PD si accorga che il vero pericolo per l’Italia è il ducetto qualunquista! Con quale ricatto continua a tenerli stretti? Devono vederlo ad un “balcone” per capire?

  12. laura tonino scrive:

    Il Leader dell’Italia dei Valori, e’ una persona di altissima morale, e si impegna nell’attivita’ politica seguendo con mimiche e slogan che hanno poco del politichese, la propria idea d’Italia. Io non accusero’ mai un uomo politico per dire e battersi’ genuinamente per cio’ in cui crede davvero. Semmai, chi dalla Quercia all’Ulivo, fino al PD, non ha mai fatto pace con il proprio credo politico, e cerca di reinventarsi moderato scendendo a patti con l’illegalita’, l’abuso di potere e’ da condannare. Con il conflitto d’interessi quest’Italia sarebbe un paese migliore, e di chi e’ la colpa e quali sono le motivazioni per cui non si e’ fatto?

  13. [...] Prosegue Articolo Originale: Quando è Di Pietro a dare le carte | The Frontpage [...]

  14. l'esule scrive:

    Davanti alla Fede non c’e’ molto da replicare. Come quando nel PdL vogliono la Brambilla allevatrice di trote e la Santanche’ liberatrice dai burka sante subito…

  15. Nic scrive:

    Pensate se dopo tutto questo la sinistra perde le regionali ? dobbiamo porci tutti il problema di cosa fargli fare se cio’ accadesse ! anche perchè non si accontenterebbero di lavori umili e semplici . Potremmo pensare a dei corsi di formazione per i politici riggettati dal popolo che devono reinserirsi nella società civile. Dobbiamo accoglierli senza giudicarli e dare loro una vera opportunità per espiare e convertirsi alla ragione sociale .

  16. nunzio scrive:

    Articolo molto chiaro e apprezzabile. Credo, però, che fino a quando i dirigenti PD continueranno ad avere paura di Di Pietro nulla cambierà e il PD continuerà a perdere voti in favore di….Di Pietro. Se al posto di Bersani ci fosse Vendola per Di Pietro non ci sarebbe “trippa per gatti” e in poco tempo scomparirebbe dal Parlamento perchè non supererebbe la soglia del 4% (veltroni Veltroni…..che errore ….ma capisco anche la tua sudditanza a dp). Chiedo a tutti voi: avete mai sentito dire da Di Pietro qualche cosa di sinistra?

  17. enzo scrive:

    Se la Sinistra non reagisce energicamente agli attacchi del Pdl,alle Regionali prenderemo una sonora batosta,nonostante abbia la guerra interna.
    Il Popolo vuole fare affidamente a coloro i quali dimostrano di saper combattere con gli argomenti e non con i bastoni,ma sempre in maniera forte e convincente.Gli attuali dirigenti sembrano damine cresciuti nelle Orsoline.

  18. Beppe Gambino scrive:

    Io mi sorprendo a leggere espressioni come “riforme condivise”.
    Qualcosa che abbia tal nome presuppone che entrambe le parti vogliano il bene del Paese. Ebbene, ce n’è una che ha ampiamente dimostrato di essere interessata a tutt’altro.

    C’è un certo signore che ha paralizzato la vita politica italiana: uscito lui di scena, avremo qualche speranza. Prima, no.

  19. l'esule scrive:

    lo so.. e’ Di Pietro

  20. Beppe Gambino scrive:

    Molto spiritoso.

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