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Il Pd rischia di dissolversi se non diventa il Pd

Azzardo una tesi: il Pd rischia di implodere. Non lasciamoci fuorviare dall’apparente bonaccia. Lì preparano l’ennesima resa dei conti. E’ vero: ci apettano tre anni senza fibrillazioni elettorali. Per un partito ambizioso e unito questa sarebbe la condizione ideale per investire sul futuro e per costruire un progetto e una classe dirigente per l’alternativa. Per un partito disunito e in cui covano rancori interni e ambizioni mediocri è vero il contrario: tre anni senza elezioni sono un’occasione ghiotta per immaginare scenari di ogni tipo per regolare conti o sognare rivincite personali.

Propendo per una previsione catastrofica: si divideranno e si aggroviglieranno. Ponendo le premesse per una sconfitta epocale del centrosinistra. Il segretario del Pd sta sbagliando l’approccio. Non ha alcun interesse a cacciare i problemi sotto il tappeto. Bersani farebbe meglio a dire: è vero, abbiamo perso. E a fare il seguente ragionamento: le elezioni, così ravvicinate al cambiamento di leadership del Pd, confermano le ragioni della svolta del congresso e ci impongono di accelerare e realizzare un cambiamento di profilo, di programmi e di alleanze.

Al leader attuale spetta il compito di proporre un indirizzo chiaro e coraggioso. E di richiedere che ad esso si accompagni un corollario conseguente: un patto politico interno perché, se intorno a tale indirizzo si raccoglie una maggioranza, il gruppo dirigente abbia tre anni di stabilità per realizzare il progetto politico indicato. Naturalmente il succo del discorso dovrebbe stare nei contenuti. Spettasse a noi, riformisti incorreggibili, conseguenti e orfani di una classe dirigente e di un partito da ambizioni nazionali, ce lo figureremmo organizzato intorno a pochi e chiari punti. Tali, però, da rappresentare un indubbio cambiamento di profilo politico.

Primo: uscire da questa ridicola diatriba tra “vocazione maggioritaria” e/o “politica delle alleanze”. Il primo compito di un partito è mostrare una percepibile e visibile identità. E l’identità di un partito è fatta degli obiettivi, delle riforme e della visione che offre del futuro del Paese. E’ questo il punto chiave. Le alleanze o, al contrario, la decisione di andare da soli, vengono dopo e sono solo conseguenti e strumentali allo scopo di raccogliere una maggioranza sul progetto che si indica per il governo del paese. Che senso ha dividersi oggi su Vendola e, peggio ancora, su Di Pietro (e magari Grillo) o Casini? Nessuno. Un partito serio e ambizioso rimanda queste discussioni all’imminenza del voto. Il tema di oggi è l’identità del Pd, non con chi decide di accompagnarsi.

Secondo: dichiarare finita, archiviata e gettata alle anticaglie la concezione di una lotta politica ridotta alla farsa della “guerra civile” permanente e dell’esasperazione ossessiva e demonizzante del berlusconismo. Sono 15 anni e più che la sinistra si lascia impantanare, sistematicamente, in questa autentica palude da cui esce sempre e irrimediabilmente perdente. E’ ora che cambi l’agenda. E che cambi la lettura che l’opposizione fa dell’Italia di oggi.

L’ansia e l’ossessione del berlusconismo portano a disegnare un paese irreale e, dunque, un’agenda politica dell’opposizione incomprensibile al paese reale. E fondata su due premesse entrambe non percepite dagli elettori concreti e in carne ed ossa: che in Italia esista un regime illiberale da cui liberarsi con gli strumenti prepolitici della via giudiziaria e della protesta viola; che in Italia siamo nel pieno di una crisi economica catastrofica e dagli esiti pauperizzanti e socialmente devastanti.

Uno guarda alla Grecia, confronta i propri dati macroeconomici con quelli della…Germania o della Francia (peggio dei nostri), ascolta in tv i giudizi insospettabili dei dirigenti del Fondo Monetario sulla situazione economica dell’Italia e tira le conseguenze. Nessuna sinistra ha mai prosperato o tratto profitto dal catastrofismo economico. Al contrario: le grandi fortune del riformismo europeo nascono dalla capacità della sinistra di imporre un’agenda per lo sviluppo e la crescita. E, oggi, anche per cambiare la politica fiscale e per modernizzare lo stato sociale. La sinistra si è illusa sugli esiti della crisi economica. E’ ora che riapra gli occhi. E torni a parlare un linguaggio non inutilmente catastrofico e che lasci intravedere, nelle sue proposte, miglioramenti positivi e progressivi nella condizione sociale ed economica della maggioranza dei cittadini.

Terzo: sfidare il governo a fare sul serio le riforme politiche. E fare dei passi evidenti perché risulti la disponibilità chiara e incontestabile dell’opposizione al confronto per le riforme. Tre anni sono un tempo sufficiente per realizzare un pacchetto condiviso di innovazioni sul federalismo, sulla giustizia, sul completamento di un moderno assetto bipolare del sistema politico. Di esse ha bisogno il Paese, è ovvio. Ma di esse ha bisogno l’opposizione se vuole scommettere su una ripresa politica e di consensi nella sfida del 2013. E Bersani dovrebbe dire la verità ai suoi  (infidi) alleati: per il Pd questa è una priorità assoluta. Non subìta o percepita con imbarazzo. E’ una priorità che non si concilia con la pretesa di tenere sotto lo scacco della soluzione giudiziaria la guida del governo. Che porta solo all’immobilismo e all’esasperazione inconcludente della lotta politica.

Infine. Fossimo in Bersani dichiareremmo conclusa la lunga fase della alimentazione parassitaria, con i voti del Pd, delle avventure politiche più diverse a sinistra del Pd. Mi spiego. In tutti questi anni l’insediamento elettorale del Pd è stato sottoposto al continuo risucchio di un’idrovora insaziabile: prima l’estrema sinistra e poi il giustizialismo di Di Pietro. Martellando l’elettorato del Pd con un continuo ed esasperato rilancio massimalista, essi hanno costruito la propria fortuna politica sulla scommessa di una ininterrotta redistribuzione dei consensi nella sinistra: dal Pd verso le componenti radicali e massimaliste prima, e verso l’Idv poi.

Questo flusso, continuo e debilitante, ha indotto nei comportamenti politici dei dirigenti del Pd una sorta di strabismo: più il Pd perdeva verso la sponda massimalista e giustizialista, e più si inchiodava in una rincorsa al recupero inglobando valori, atteggiamenti e parole d’ordine del variegato arcobaleno massimalista e giustizialista. E più si impegnava in questa rincorsa, più perdeva voti verso questo mondo. E più si impantanava in questa assurda e testarda rincorsa a sinistra, più si appannava il profilo riformista e si allargava il varco verso l’elettorato moderato.

Questa politica sciagurata ha contraddistinto tutti i gruppi dirigenti del Pds/Ds prima e del Pd poi, senza eccezione alcuna. Il corpaccione elettorale della sinistra di governo, ereditato da una storia secolare, è diventato, in questi 20 anni, una sorta di serbatoio a disposizione delle avventure elettorali e professionali più variegate, ma con un unico e ricorrente segno distintivo: incalzare da sinistra il Pd; attaccare da quel lato del campo perché lì esso mostrava il punto debole e vacillante.

Inseguendo l’agenda masimalista  e riconoscendone le ragioni, il Pd ha aperto il varco al maneggio del suo serbatoio elettorale. Che è diventato un invitante banchetto per radical chic, guitti, questurini, giacobini, magistrati democratici tentati dalla politica, comunisti in permanente rifondazione, improbabili anchormen mediterannei che hanno prosperato sulla rendita offerta loro dal sacrificale autodafè della sinistra di governo. E’ così che dopo vent’anni, nessuno lo dice, la sinistra di governo si ritrova inchiodata alle percentuali elettorali più basse della sua storia. Fossimo in Bersani dichiareremmo finita la festa. E smontato il banchetto. Ma lo farà?

17 commenti a “Il Pd rischia di dissolversi se non diventa il Pd”

  1. andrea lucangeli scrive:

    Se qualche coraggioso ieri sera ha guardato Tetris (La7) avrà notato che alle solite sparate di De Magistris (Berlusconi=mafioso,illiberale,corruttore etc.) il flemmatico Nicola Latorre non ha fatto una piega, non è sobbalzato sulla sedia, non ne ha preso le distanze ma ha semplicemente dato quelle effermazioni “per acquisite”….Con una dirigenza PD così che futuro c’è?

  2. giuseppe siciliano scrive:

    ho sostenuto la linea Bersani perchè pensavo che saremmo tornati ad un partito che vive nel territorio e parla con i cittadini; i tempi elettorali non lo hanno consentito oltre ad una constatata forte disaffezione a sporcarsi le mani ogni giorno con la presenza sui posti di lavoro e nel sociale; quando qui a Brindisi hanno candidato solo per accordo un centrista mi sono incazzato perchè non era la sintesi di una programma ma di un accordo di vertice, ho sostenuto, se ho interpretato bene le tue osservazioni, prima facciamo un programma, diciamo cosa vogliamo, affermiamo la nostra politica e dopo verifichiamo chi ci sta o meno.

  3. [...] una tesi: il Pd rischia di implodere.Continua a leggere il post originale su The Front Page: Il Pd rischia di dissolversi se non diventa il PdPotrebbero interessarti anche questi Post:Sindaci a tempo pieno? Il problema è il senso civicoSex, [...]

  4. onofrio scrive:

    La domanda conclusiva di “Retico” è: “Ma lo farà?” La mia risposta è :”NO”

  5. Jacopo scrive:

    Quindi la soluzione per essere davvero il Pd sarebbe tornare a fare il Pd di Veltroni? Bella prospettiva…

  6. Per restare agli ultimi vent’anni, questa area politica ha sfoderato segretari del calibro di Alessandro Natta, Achille Occhetto, Aldo Tortorella, Massimo D’Alema, Piero Fassino, Walter Veltroni, Dario Franceschini ed ora Bersani con la presidenza di Maria Rosaria Bindi per allettare gli indecisi! Possibile che in un’area politica così importante non ci siano o ci siano stati uomini di grande valore? Certo che ci sono stati: ma non li hanno mai eletti e non li eleggeranno mai, perché questa è la mentalità politica. E non è solo così a livello nazionale. Prendete Bologna che è diventata famosa con il sindaco bolognese Dozza che ne fece la vetrina del comunismo: non lo hanno rieletto e Bologna non ha più avuto un sindaco bolognese. Come è possibile? In mezzo milione di abitanti in gran parte di sinistra, non un bolognese degno di guidare la sua città? Che importa, diranno quelli di sinistra che hanno risposto qui e che dicono “No, Veltroni, no!” Eppure Veltrusconi ha lasciato il partito che era al 33 per cento, tra gli sputi ed il disprezzo di chi vota a sinistra (non certo io!). A Bologna hanno mandato Cofferati un sindacalista di Cremona che ha fatto perdere la metropolitana già finanziata, ha messo incinta una tizia che non era sua moglie poi se ne è andato. Il suo posto l’ha preso Delbono che da vice di Errani frequentava paradisi tropicali a spese della Regione, costretto alle dimissioni e città commissariata! Errani non sapeva (ma tutta la città sì…) ed è stato rieletto!
    Conclusione: Bersani non farà nulla perchè non carisma e capacità ed il suo posto lo prenderà un altro peggio di lui. Perché? Perché è sempre stato così. E così sia!

  7. Enrico scrive:

    @ giovanni agretti: Forse non era a quell’aria della sinistra che bisognava guardare per costruire una sinistra moderna e capace di governare.
    Forse non bisognava indispettire la Storia che quell’area della sinistra l’aveva condannata senza appello.
    Oggi la situazione è quella che tutti vediamo: leader senza coraggio e senza idee che tentano di sopravvivere con l’unica arma che gli rimane: l’antiberlusconismo.
    Contenti loro.

  8. Gulag2010 scrive:

    Imbecillità non richiesta:ma perchè Bersani non si allea con Berlusconi?Almeno vincerebbe una volta,magari sulle riforme.

  9. la pravda scrive:

    Sì,la soluzione potrebbe essere tornare al PD di Veltroni,ma quello del discorso del Lingotto,non quello dell’alleanza con Di Pietro(qualcuno me la spieghi,per favore).Allora si era aperta una prospettiva di alternanza con il centrodestra senza salti nel buio,senza poetici e mitologici voli alla Icaro(Vendola).Poi l’alleanza con l’Italia dei valori( immobiliari )e tutto è finito.Allora con il 33% dei voti si era perso,ora con il 26% non si è vinto nè perso.Boh!

  10. Gulag2010 scrive:

    Già,le riforme…..che a sentire il PDL,il PD,l’UDC,la Lega Nord,il Presidente Napolitano,l’IDV,la CEI,il Papa,il salumiere ,il metalmeccanico,persino D’Alema, invocano.Evidentemente sono cose necessarie e allora un ignorante laureato,becero plurispecializzato,cultore di alcune discipline che vanno dalla filosofia all’astrofisica,dall’architettura all’antropologia,si domanda:come mai non si fanno?
    Alcune risposte date negli ultimi giorni.
    solo se parliamo dei bisogni dei lavoratori….
    non si può parlare solo di giustizia….
    il federalismo così non ci piace…
    ed altre amenità del genere.
    Mi domando, sono solo io che non comprendo essendo troppo ignorante o ingenuo o tutte e due?Poi questo pomeriggio guardando il dibattito su Sky Tg 24 ho ascoltato il direttore Piero Sansonetti che addirittura era favorevole al vituperato “presidenzialismo”.Confesso ho avuto una vertigine.Ho cominciato a meditare.Qualcun altro dovrebbe imitarmi.

  11. [...] Articolo completo fonte: Il Pd rischia di dissolversi se non diventa il Pd | The Frontpage [...]

  12. Jacopo scrive:

    La soluzione secondo me non è tornare al PD di Veltroni, quello che per intenderci ha candidato Calearo e Colaninno junior e ha adottato la strategia suicida dello spostamento al centro che ha fatto perdere al partito la sua base tradizionale. “Ogni spostamento verso il centro alla ricerca dei moderati aliena la base di sinistra e suggerisce a tutti gli elettori indistintamente che la ragione sta comunque dall’altra parte”, diceva Lakoff. Ecco ora secondo me ora di fronte al PD si aprono due strade. La prima è quella di continuare a smussare le differenze, di confondersi sempre di più nelle proprie posizioni con il Pdl alla ricerca di quella razza antropologica sconosciuta chiamata ‘i moderati’, con la conseguenza di rimanere un partito in grado di competere (forse) col PDL a livello elettorale grazie alla copertura mediatica concessa oggi dai media berlusconiani in cambio dell’inoffensività politica, ma assolutamente incapace di costruire una coalizione credibile e con ambizioni di governo. Oppure può tornare a fare quello che ha smesso di fare negli ultimi anni. Cioè togliersi la puzza da sotto il naso, andare a parlare con la gente (tanto per intenderci evitare la tattica Bresso di spernacchiare i No Tav, salvo poi piangere perchè la lista di Grillo ti ha fatto perdere le elezioni), riprendere contatto con la società civile, i movimenti e tutti i delusi di sinistra. Andare nelle piazze, nelle fabbriche, nei mercati, nelle periferie. Insomma, smettere di pensare di giocare sullo stesso terreno di Berlusconi dove sarai sempre destinato a perdere, ma giocare la partita su un terreno nuovo, quello dove ha giocato da sola in tutti questi anni la Lega, con i risultati che stiamo vedendo tutti

  13. sophia colpiacca scrive:

    @iacopo dice”Andare nelle piazze, nelle fabbriche, nei mercati, nelle periferie. Insomma, smettere di pensare di giocare sullo stesso terreno di Berlusconi dove sarai sempre destinato a perdere, ma giocare la partita su un terreno nuovo, quello dove ha giocato da sola in tutti questi anni la Lega, con i risultati che stiamo vedendo tutti”
    Intanto non basta andare nelle piazze o nei mercati (a fare cosa, stringere mani e a regalare sorrisi?) Se nel mio mercatino, fra il banco di callo di trippa e quello delle pezze americane fosse comparso un esponente della mia amministrazione sarebbe stato sommerso da pomodori e cucuzzielli del vicino banco del fruttaiolo….Viceversa se DOPO aver avviato veramente la raccolta differenziata, anche solo del mio quartiere, della mia strada, ci fosse qualcuno che se ne prende il merito…ecco, oltre a stringerli la mano, ci potrei chiedere anche la foto con l’autografo…

    Poi il territorio di Berlusconi e quello della Lega non è assolutamente lo stesso!!!
    E mentre la Lega pretende da chi li vota anche scelte religiose (pillola abortiva) e qui la sinistra ha qualche chance, al sud Fini , da quel mangiaprete che è, ci protegge (anche San Gennaro, però..)

  14. Beppe Gambino scrive:

    Il vulnus è alla fonte. La gente è stufa marcia di scissioni, abbandoni, ricongiungimenti, accorpamenti, cambi di nome etc.
    Il PCI si divise in due, PDS e RC. Poi si è staccato il partito dei Comunisti Italiani. Poi il PDS ha perso la P. Poi si è unito alla Margherita (ex Asinello, ex PPI, ex qualcos’altro) ed è diventato PD. Ma non si è mai capito quale fosse il percorso di tutta ‘sta gente.
    Più a sinistra, dopo aver sbagliato tutto con la Sinistra Arcobaleno, RC si è spaccata in tre, i Comunisti Italiani in due, poi un pezzo di questi si è staccato per unirsi a quelli, e se mi chiedete a quale partito appartenga Vendola, beh, sarò sincero, non mi ricordo più.

    Ebbene: con tutte queste vicende, quanti elettori ha perso la sinistra? Per carità, tutte scissioni e congiungimenti doverosi e ben motivati, ma qualcuno pensa che all’elettore di sinistra piaccia trovarsi quattro possibili sigle? Che non ci sia un bel po’ di rimpianto per quell’unica vecchia – cara sigla?

    E poi, a livello dell’odiata destra: il totale dei voti del PdL è forse la somma dei possibili voti di FI + AN? Ma neanche un po’. Ha vinto chi è rimasto uguale a se stesso: la Lega.

    Il problema è: non si può tornare indietro. Se il PD si riprende (e non lo farebbe neanche morto) la sinistra estrema perde altri voti. Se ingloba l’IDV (e non lo farà), idem.
    L’Unione è improponibile, ha fallito al 100%. E’ stato carino crederci, ma già dal primo giorno si capiva come sarebbe andata (ma qualcuno ancora si ricorda che ne faceva parte Dini e Mastella? Ripeto: Dini e Mastella!!!). Un PD che “corre da solo” fa tenerezza e poco più.

    L’unica è: non scendere a patti con Berlusconi. Mai. Questo sarà l’inizio per un recupero di credibilità.
    Quindi, legate e imbavagliate D’Alema, mandatelo in vacanza in barca per una ventina d’anni, e magari imbarcate anche Violante, vah. Quei due inutili esseri (ripeto inutili, lo scrivo e lo sottoscrivo) potrebbero combinarne un’altra delle loro.

  15. Luigi Rintallo scrive:

    Più banalmente non sarà che le proposte del Pd e compagnia non sono gradite alla maggioranza degli italiani? Sono le proposte che devono cambiare prima che gli uomini, se si vuole ottenere una maggioranza capace di governare. Se poi vogliamo dire che abbiamo sempre ragione e che la maggioranza degli italiani è composta da cretini, allora non mettiamoci a fare politica.

  16. Beppe Gambino scrive:

    “Bologna che è diventata famosa con il sindaco bolognese Dozza che ne fece la vetrina del comunismo: non lo hanno rieletto e Bologna non ha più avuto un sindaco bolognese.”

    Dia tempo al tempo, dietro l’angolo c’è Cevenini.

  17. l'esule scrive:

    Chiunque abbia piu’ di 50 anni ha la risposta.
    Negli anni ’70 il PCI piu’ estreme arrivo’ a circa il 35% dell’elettorato.
    La percentuale non e’ mai cambiata, semmai e’ scesa.
    Quindi, fatta la tara di quanti a destra e sinistra hanno il “Silvio” sulle palle, se non sfonda al centtro il PD e’ fritto.
    Punto e basta.

  18. roberto scrive:

    stare in mezzo alla gente….i moderati…il centro… vocazione maggioritaria….fare come la lega…forse qualcuno, con grande umiltà,potrebbe ricordare che la politica è utile se serve al progresso,alla mediazione degli interessi,alla costruzione di equilibri sociali sulla base di progetti realizzabili?
    Prendiamo atto del sostanziale fallimento della cosiddetta”seconda repubblica”, poichè è da oramai 20 anni che il nostro Paese non cresce, non migliora,non produce: ci ritroviamo tutti più soli,meno liberi,meno coesi e, forse più poveri,se non materialmente sicuramente dal punto di vista culturale.
    Abbiamo violentato la Costituzione con una modifica da operetta;volevamo (a parole) lo Stato delle Autonomie e ci ritroviamo un Arlecchino di autonomie senza quasi più lo Stato.
    Ci ritroviamo i Comuni in mutande,mentre le Regioni sono ipertroficamente lievitate, producendo e riproducendo una spesa pubblica senza più controlli, utile ed utilizzata per la nascita e crescita di “califfati” locali che rischiano sempre più di aumentare il delta fra i problemi e le loro soluzioni.
    Dire “stare fra la gente” o “largo ai giovani” è scegliere una strada ed un linguaggio incomprensibili, utili forse a riposizionare gli apparati, inutili per cambiare il paese.
    Da inguaribile riformista dico: e se provassimo a sfidare Berlusconi e la Lega (sbagliato operare dei distinguo, simul stabunt, simul cadunt) sul loro terreno di gioco?
    Se costringessimo noi la”gente” e non solo i militanti a riflettere su di una prospettiva politica possibile, intellettualmente intrigante, socialmente legante di interessi diffusi, avente come punto di partenza non il “noi” ma “io”, cioè la libertà individuale come motore,la possibilità di scelta reale di cosa fare della propria vita,come lavorare, quanti figli fare e dove mandarli a scuola, dove curarsi….
    Dire agli italiani, per esempio che sì, è utile e opportuna una manovrina tattica sull’iva o sulle accise per raffreddare i costi dell’energia, ma per far fronte alla crescente domanda di energia, al netto delle filastrocche sul sole e sul vento, occorre adottare una strategia a tutto campo che liberi il paese da dipendenza a caro prezzo dagli umori altrui, investa in progetti (e centrali…) diversificati che abbiano un senso economico, sociale ed ambientale, trasformando magari i rifiuti in risorse ( breve gita a Brescia come consiglio);
    dire agli italiani come vediamo la scuola,al netto dello scontro fra neo gentiliani e post sessantottini, ove selezione e merito siano la prassi quotidiana e come davvero si lega la scuola non tanto ad un generalgenerico concetto di lavoro, ma alle esigenze di trasformazione sociale, di modernizzazione e di competizione internazionale;
    dire agli italiani come intendiamo fermare la delocalizzazione delle nostre imprese, al netto delle giaculatorie contro i “padroni” brutti e cattivi, attraverso un fisco più digeribile, controlli meno asfissianti, burocrazie meno autoreferenziali ed onnivore, lavoratori più partecipi e cointeressati alla gestione della “loro” impresa;
    dire agli italiani, specialmente ai più giovani, che vogliamo cancellare il valore legale dei titoli di studio, al netto dei vari ordini,collegi,gilde e confraternite varie che ancorano pesantemente il nostro paese al corporativismo medioevale, anzichè proiettarlo nella libertà e nel futuro.
    Si potrebbe continuare, gli argomenti non mancano; ma il coraggio riformista esiste da qualche parte nel PD?
    Lo so che andiamo sul difficile, ma dopo vent’anni farei fatica, quella fatica che ha tenuto lontano milioni di italiani dalle urne, stanchi dell’eterno clima da curva sud,ad impegnarmi ancora per ulivi,post ulivi,unioni prodiane e pseudo vocazioni maggioritarie.
    Vorrei vedere un partito con una classe dirigente che dimostrasse ambizioni nazionali, disponibilità a “metterci la faccia”, che avesse tempo davanti, ovvero non condizionabile dall’esito immediato delle elezioni prossime venture,convinto a riflettere e far riflettere riguardo una prospettiva politica riformista, per questo stimolante, socialmente unificante, potenzialmente vincente.
    Anche per pdl e lega credo sia suonata la campana dell’ultimo giro: o si fanno le riforme o si muore.
    Quanti Di Pietro, De Magistris,Vendola,Bonino, Santoro dovremo ancora nutrire con il nostro sangue (cioè i nostri voti) prima di sfidare davvero il centro destra sul terreno (sempre sbandierato e mai realizzato) della libertà come paradigma per le riforme?
    Un poco di coraggio, meno di quello dimostrato dai nostri nonni e bisnonni:loro,per la libertà ed i diritti sfidarono le sciabole della Regia cavalleria ed i cannoni di Bava Beccaris, noi abbiamo di fronte solo Berlusconi e Bossi.

  19. Roby scrive:

    L’unica possibilità è Vendola!
    Il terzo millennio richiede nuovi linguaggi e nuove idee, non lasciamocelo perdere.

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