Per D’Alema la linea più breve è sempre curva
L’essenza del dalemismo? La tesi della “via tortuosa” al governo. Per D’Alema vale la verità della fisica di Einstein: la linea più breve tra due punti non è mai una linea retta ma una geodetica. Insomma una linea curva. Nel nostro caso va tradotta: la linea che porta la sinistra da un punto (l’opposizione) ad un altro (il governo) non può essere quella retta (vincere le elezioni) ma solo quella indiretta: essere portati per mano al governo da qualche compagno di strada.
Ieri l’accompagnatore sospirato era Casini. Oggi è Fini. Intendiamoci: dietro questa convinzione di D’Alema c’è un epocale realismo del leader del Pd. Virtù che, ai miei occhi, lo rende incomparabile per visione ed interesse a ogni altro nel Pd. Anzi. Nel realismo pessimistico di D’Alema si riassume la parte migliore e più intelligente di un’antica cultura: quella consapevole dei limiti strutturali della sinistra di tradizione comunista.
Essi, a partire dalla collocazione internazionale e dalla configurazione del blocco “sociale”del del Pci, non consentivano una via al governo passando per la via maestra: la conquista diretta della maggioranza. Per il Pci era perciò naturale la prefigurazione dell’avvento al governo solo attraverso “alleanze”. Io penso che in D’Alema oggi prevalga qualcosa di analogo. Sono convinto che per lui la “vocazione maggioritaria” sia, prima ancora che un’eresia, una lettura sbagliata del mondo, della sinistra e dell’Italia. Sono convinto che per lui restano ragioni sociali, culturali e strutturali che impediscono alla sinistra di immaginarsi come maggioranza.
Per un’intera epoca storica, quasi un secolo, questa convinzione è stata in Italia un’idea feconda, positiva e propulsiva: essa ha consentito alla grande storia del Pci di evitare ogni avvitamento massimalista, ogni scorciatoia minoritaria. L’idea delle “alleanze” ha consentito che la storia dl Pci si svolgesse invece come una grande vicenda “democratica”. Era questa visione “realista e pessimista” che portava il Pci a seguire in ogni situazione il cosiddetto punto di vista dell’interesse “generale”, nazionale e a perseguire una tattica di alleanze.
Il problema è che D’Alema riproduce questa connotazione in una situazione storica diversa, in un sistema bipolare e con una sinistra che si pretende “altra” rispetto all’esperienza del Pci. E’ per una sorta di vecchiezza e sopravvivenza anagrafica? Certo D’Alema non brilla per creativa innovatività. E, tuttavia, sono convinto che non sia questa la spiegazione. Io penso che D’Alema, a differenza di ogni altro nel Pd, abbia una percezione chiara e, per me, non inesatta dei “limiti strutturali” di questa “attuale” sinistra: manchevolezze e insufficienze che rendono non credibile una sua “vocazione maggioritaria” al pari, e forse ancor più, della sinistra del secolo passato. E dunque non vede ragioni per mettere in soffitta l’antica e produttiva massima che ha ispirato la formazione di tanti di noi: troviamoci dei compagni di strada; al governo ci si va solo con alleanze e, meglio, se a guidarle sono altri (all’apparenza più moderati e rassicuranti di noi). Il guaio è che D’Alema non ha torto.
Questa sinistra è rispetto al Pci (minoritario per destino geopolitico) minoritaria e inaffidabile per predisposizione psicologica e per attitudine caratteriale connaturata. Qual è, chiediamoci, l’attrattività maggioritaria di una famiglia politica in cui oggi prevalgono il giustizialismo sui temi istituzionali; il catastrofismo su quello economico-sociale; il terzaforzismo (la sinistra come una grande Emergency) nella collocazione internazionale; l’ambientalismo inteso come opposizione allo sviluppo e alla crescita; il massimalismo di chi immagina la lotta politica in Italia come una riproduzione tardiva delle battaglie anticaudillos del Sudamerica anni ’70?
Io, dunque, lo capisco D’Alema. Veltroni, che non è colto né intelligente come D’Alema, proclamava la “vocazione maggioritaria” titillando e inseguendo, penosamente, tutte queste brutture e deformazioni della sinistra minoritaria. Per questo ha perso. D’Alema no. Egli percepisce i limiti del minoritarismo. Di qui il suo realismo pessimistico. E la sua ossessione per le alleanze e i “compagni di strada”. E tuttavia egli si illude. Anche la sua linea politica (e le sue aspettative tattiche) sono destinate a fallire. E a rovinare.
Per due motivi: l’uno di tipo esterno, l’altro dovuto alla natura del suo schieramento. L’idea che Fini possa veicolare un ribaltone che riporti la sinistra al governo in questo Parlamento è una perniciosa illusione. Fini, e D’Alema lo sa, non è la Lega del 1994. Essa aveva dietro forze reali e una dinamica di crescita a sostenere il ribaltone. Fini dovrebbe rovesciare una maggioranza e un governo che, all’oggi, risultano ampiamente ancora maggioritari. Dubito molto della fattibilità, anche democratica, di una tale ipotesi.
L’altro motivo è interno. La suggestione di D’Alema avrebbe bisogno di una sinistra politicamente opposta al profilo che oggi prevale. L’idea che si possa andare inaspettatamente al governo camminando sottobraccio al popolo viola, a Di Pietro e Strada da una parte e a Fini (o Casini) dall’altra vale per quel che è: una baggianata.
Ma allora: non c’è nulla da fare? Personalmente il pessimismo prevale. E tuttavia il tunnel lascia una sola via d’uscita percepibile: abbandonare le illusioni delle scorciatoie. E prendere sul serio le sconfitte. Che significa? Votarsi ad un’azione seria di ricostruzione di un profilo moderno, affidabile, nazionale della sinistra. Un’opera di medio-lungo periodo. Che non insegue ogni farfalla che minacci, per miracolo, di accorciare la strada verso il governo.
Non è un buon viatico la Direzione del Pd. Voi avete capito cosa ha proposto? Letteralmente un “grande progetto” i cui punti sarebbero… ”lavoro, Costituzione e unità del paese”. Ma andiamo! Questi sono al massimo degli ovvii e scontati presupposti. Consiglieremmo a Bersani di copiare, letteralmente, il manifesto del Labour di Brown. E’ disponibile sul Web. Ed è una lezione per immaginare, anche in Italia, una sinistra che non c’è mai stata: sobria, senza svolazzi immaginifici, che elenca riforme (con numeri e proposte fattibili) e non sproloquia su questo orrendo termine progetto, così simile alla coperta di Linus. E che non si attarda in descrizioni demonizzanti dell’avversario ma punta a far emergere il proprio profilo. Non sappiamo se il Labour vincerà. Forse sì, forse no. Ma, certo, quella è la casa in cui vorremmo abitare.


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nelle buie stradine intorno a Largo del Nazareno si sussurra che Dalemik abbia fatto un patto con il diavolo avendolo convinto ad occuparsi lui dei coperchi visto che il satanasso fa le pentole senza, rimanendo pertanto i lavori incompleti.
….ovviamente condivido l’editoriale totalmente. Il problema però è più a monte: il PCI a cui si fa riferimento, con Togliatti in primis, non pensava ad andare al governo perchè credeva nei principi che davano linfa vitale alle ideologie che sostenevano lo stesso partito, ideologie, si badi bene, che nascevano dall’assunto, opinabile per tanti, che solo in questo modo si poteva fare l’interesse del popolo italiano. D’alema invece con le sue teorie e proposte non fa l’interesse del popolo ma solo disperati tentativi di conservare potere e poltrone. D’altronde gli eventi della bicamenrale a fine anni 90 hanno dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che non solo allearsi con gli antagonisti politici è stupido ma che fa anche perdere consensi (vedi risultati elettorali nel 2001).
Come si suol dire… “una analisi lucida e oggettiva”.
Mi domando una cosa, però.
Possibile che il “laboratorio pugliese” non abbia insegnato nulla a D’Alema? E nemmeno a chi scrive l’articolo?
La realtà “reale” è che di realismo pessimista “si muore”. Non a caso si è quasi sempre perso. E le poche volte che si è vinto si è dato un pessimo spettacolo puntualmente (e giustamente) punito dagli elettori.
Con il poeta Vendola abbiamo vinto. Siamo sicuri che avremmo ugualmente vinto con il triste Boccia?
Una domanda concreta che il realista e pessimista D’Alema sembra non volersi porre. Forse perchè metterebbe in dubbio tutta la sua formazione politco-culturale?
Condivido le analisi.
Tuttavia la stragrande maggioranza del gruppo dirigente non può prendere sul serio le sconfitte, perchè non ha “tempi medio lunghi” per costruire un profilo vincente del partito.
Non li ha anagraficamente e non li ha politicamente (nessuno di loro proviene dalla cultura e da una solida esperienza riformista).
Sono ottimi incassatori, digeriscono di tutto e girovagano sul ring in attesa e nella speranza di un passo falso dell’avversario, per potere sferrare il “mitico” colpo del KO, che non arriva mai.
Intanto il tempo passa, Berlusconi impera, la Lega cresce e non solo nel Nord.
Non imparano mai nulla, poichè già altre volte, almeno due e con la complicità di uno dei peggiori presidenti della Repubblica mai visti (Scalfaro) furono varati governi senza investitura popolare (a meno che il combattere il populismo, cosa sacrosanta, per la dirigenza PD significhi PRESCINDERE dalla volontà popolare); la sinistra pagò quelle scelte in termini di fiducia e di voti un tributo pesantissimo, che ancora oggi scontiamo.
Non c’è bisogno di guardare ai laburisti inglesi (che si sono sbrigati in tutta fretta a richiamare in servizio il Blairismo), sarebbe sufficiente ed opportuno trarre ispirazione dalle carte del Congresso di Rimini del vecchio PSI della prima metà degli anni 80.
Utile esercizio per imparare qualcosa e presa di coscienza che almeno vent’anni sono stati gettati al vento, nella rincorsa di tutti gli Orlando, Travaglio, Di Pietro, Casini ed oggi Fini che, con i “nostri” voti, non hanno fatto altro che rendere Palazzo Chigi sempre più lontano.
L’analisi è molto lucida. La mia impressione è che il centro sinistra, da grande iceberg che era, si è ridotto alla sola punta che galleggia, avendo perso la massa sotto. E l’attenzione e le analisi si concentrano sempre e solo su quella parte visibile dell’iceberg, dove si agitano i soliti noti che non si accorgono di rappresentare poco più di se stessi. Ma se non si studia perchè la massa sotto, quella che teneva in equilibrio il tutto, si è liquefatta, si farà cappotto. Il lavoro da fare è di RICOSTRUIRE IL CONSENSO. Ma per fare questo, ci vuole gente che sa ascoltare, sa capire, sa rappresentare bisogni ed interessi, sa mediare. Qui si vuole raccogliere prima ancora di seminare. Uè, guardate che anche gli altri, dai Fini, ai Casini, ai Di Pietro & Co, vogliono fare lo stesso: raccogliere, magari nel campo del vicino, senza fare la fatica di seminare e di curare l’orticello. Dice niente l’avventura di Berlusconi? Lui ha avuto l’abilità di costruire il suo consenso soprattutto quando più era debole, messo all’opposizione. Da lì ha ricostruito. Lasciamo stare le favolette alla Santoro del padrone delle tv; gente così ci prende in giro e condanna il centro sinistra alla opposizione perenne. Il centro sinistra deve cominciare a credere di più nella gente e in se stesso, e poi, avere pazienza. E diffidare delle mosche cocchiere; sono insetti fastidiosi e un po’ nocivi.
Chiaramente non so chi sia “Retico”, ma condivido la sua analisi in pieno. Non voto Pd e sono di sinistra. Nel penultimo capoverso di dice “prendere sul serio la sconfitta… Votarsi ad un’azione seria di ricostruzione di un profilo moderno, affidabile, nazionale della sinistra. Un’opera di medio-lungo periodo.
Credo anche io si debba fare così, con la pazienza e la sapienza di chi sa anche attendere e ascoltare.
Caro Umberto, la tua analisi è troppo nobile. In realtà il personaggio è rimasto un comunista, non per la teoria delle alleanze, ma per il fatto che non crede alla democrazia. Ti sei posto il problema di perché le riforme istituzionali quelle che ci sono state non cambiano la politica italiana, e il cambio dei nomi dei partiti a sinistra, nuovi contenitori, fanno lo stesso? La democrazia bloccata, quando si è sbloccata , la democrazia italiana già era in deperimento, ora è deperita. Se piuttosto che porsi il problema delle alleanze e poi dei programmi o dei progetti da copiare, o del federalismo fiscale o altro e del partito federale o del sud, si ponessero il problema di tentare di fare partecipare la gente, i lavoratori, i giovani, i cittadini laddove sono, nei corpi intermedi, nei sindacati, nelle fabbriche , nelle scuole, nei quartieri,non con le primarie, ma una partecipazione consapevole in grado di aiutare la scelta della politica possibile.Nel centralismo democratico, decidevano poche persone, però la gente era chiamata a discutere e a sceglier gli uomini che davano affidamento sul piano della dedizione al bene comune. Ora sono in pochi a parlare e a decidere. La lega ha successo perché ha adottato il metodo dell’ex PCI.
Se non vogliamo ripetere quel modello, bisogna attivare una partecipazione democratica consapevole informata sostenuta dalla passione disinteressata alla politica.E l’esempio individuale non è ininfluente.
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