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Le riforme non esistono

Si dice che, la prima volta in cui è stato utilizzato, il termine riforma non avesse un’accezione propriamente positiva. Ma bisogna tornare indietro al massacro di San Bartolomeo, a metà del Cinquecento. In tempi decisamente più recenti, nel Novecento e, in particolare, dal secondo Dopoguerra, al termine è stata in genere associata una valenza positiva. Sono gli anni dell’affermazione e dell’espansione del welfare state, della “Guerra alla povertà”, per lo meno in alcuni paesi.

In Italia, a partire dagli anni Novanta, il termine “riforma” ha invece assunto un significato inedito: salvifico. Da ormai trent’anni (!) a questa parte noi cittadini abbiamo inequivocabilmente appreso, nell’ordine, che “il Paese ha bisogno di riforme” e che non vi è governo che non si candidi a mettere in atto “le riforme necessarie a far ripartire il paese”.

Già. Ma quali riforme? E, semplificando: con quali ambizioni? Con l’obiettivo di porre rimedio a quali “problemi”? Si accettano scommesse. Prepariamoci ad invecchiare in compagnia dell’annoso tema della Riforma della Pubblica Amministrazione. Tutto al singolare, naturalmente, ci mancherebbe: la riforma e la pubblica amministrazione. Una ed unitaria, gerarchica: in una parola, weberiana.

Gli appassionati di politics e di partiti non dovranno invece sottovalutare lo scottante tema della Riforma della Politica. Un calderone in cui, stando al dibattito (ri)corrente, dovrebbero rientrare un sacco di questioni: dalla modifica della legge elettorale alla diminuzione dei costi della politica (o dei privilegi della Casta, che dir si voglia). Ma con questi riferimenti non si vogliono certo mettere in ombra altri importanti riforme, fra cui: la riforma fiscale, della scuola e dell’università, del mercato del lavoro e, beh, della Costituzione.

Grandi disegni di riforma promettono grandi cambiamenti. Il recente dibattito sulle riforme istituzionali ruota attorno alla impellente necessità di passare ad una forma di governo semi-presidenziale (presidenziale nella proposta originaria del Presidente del Consiglio). Fa seguito l’intricato confronto sul sistema elettorale che meglio si adatterebbe alla nuova forma di governo. Ad ogni modo, il nocciolo della questione è che tali riforme vengono presentate come necessarie per far ripartire gli ingranaggi dello Stato, per dare una spinta propulsiva al Paese. Come? Dando al Parlamento l’efficienza che non ha e, soprattutto, aumentando il potere che il governo ha già.

Benissimo. Ma siamo sicuri che si tratti delle ricette giuste? Fino a quando continueremo a fare affidamento su una simile logica top-down e a far dipendere in misura così marcata le possibilità di successo delle politiche e di realizzazione dei cambiamenti dalla forza del governo centrale? Fino a quando continueremo a vedere un legame così stretto, quasi di causalità, fra legge elettorale e “governabilità” (o capacità di governare la frammentazione)? Fino a quando andremo avanti a ritenere che l’innalzamento della qualità della vita collettiva abbia come leva fondamentale quella dello spostamento dei rapporti di potere politico? Decenni di riforme mancate o riuscite solo a metà, di Commissioni fallite, di risultati deludenti dovrebbero non tanto farci puntare il dito contro questo o quel governo, ma farci pensare che forse sia giunto il tempo di rimodulare le nostre aspettative nei confronti di una simile concezione della politica con la P maiuscola.

Elisa Rebessi/LSDP

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