Fini manda in crisi la minoranza del Pd
C’è da dire che sono anche sfortunati, quelli di Area democratica. Per dire: intanto hanno perso il congresso, e già questo non è bello. Al che, preso atto che i vincitori offrivano alla minoranza più una ‘non belligeranza collaborativa’ che una vera e propria gestione unitaria, i seguaci di Franceschini, Veltroni e Fassino un pochino di opposizione interna, per quanto moderata e ragionevole, la devono pur fare. Anche e soprattutto per giustificare le loro richieste e il loro diritto di contare nei rapporti con una maggioranza congressuale che, va detto, un po’ di “vocazione egemonica”, soprattutto nei territori, alla lunga la sta rivelando.
Per cui cos’hanno fatto gli sconfitti del congresso? Hanno moderato i toni battaglieri, battuti da quelli rassicuranti di Bersani alle primarie, e si sono acconciati a cercare di condizionare la linea del segretario individuando nel neoproporzionalismo di D’Alema il vero nemico interno da battere. Quindi, bando all’oltranzismo primarista e nuovista della scorsa estate, Area democratica dopo la sconfitta si è attestata sulla difesa del bipolarismo e del maggioritario contro gli “inciuci” e il centrismo.
Era una linea intelligente, perché in qualche modo dava anche a Bersani una sponda per non farsi troppo imbrigliare dall’ingombrante alleato coi baffi, e per tentare una linea autonoma sui temi istituzionali – legata alla richiesta di recupero del Mattarellum, la legge elettorale legata al ricordo degli anni vincenti dell’Ulivo – che collocasse il Pd su una posizione di partenza che risultasse alla fine accettabile per tutto il partito.
Peccato però che sia arrivato Gianfranco Fini a rompere le uova nel paniere, a ormai pochi giorni dal superannunciato convegno di Cortona in cui la minoranza del Pd intendeva presentare a Bersani un conto più salato possibile per il risultato delle regionali, e provare a tornare in gioco nel partito. Chissà se è vero l’aneddoto che oggi racconta un quotidiano, secondo cui Franceschini avrebbe telefonato al presidente della Camera per esprimergli solidarietà dopo lo scontro col premier e avrebbe aggiunto: “Mi raccomando però, difendi il bipolarismo”, per sentirsi rispondere da uno sbalordito Fini: “Scusa, ma tu da che parte stai?”. Il problema è che se non è vero è verosimile.
La forza dei fatti fa sì che la linea di Area democratica, ogni giorno che passa, diventi sempre di più funzionale solo al consolidamento della leadership di Berlusconi, e finisca per opporsi a tutto ciò che ad essa si oppone. Seguendo a fil di logica il ragionamento degli sconfitti al congresso, il Partito democratico nel caso la crisi del Pdl deflagrasse dovrebbe dire no a qualsiasi tentativo di evitare il voto, respingendo magari le pressioni del presidente della Repubblica e consentendo a Berlusconi una nuova prova di forza su un nuovo predellino, che gli regalerebbe la possibilità di una via d’uscita plebiscitaria dalla paralisi impotente in cui sta annaspando il suo governo.
L’articolessa con cui il veltroniano Giorgio Tonini proponeva sul Foglio nientemeno che “il rafforzamento dei poteri del premier” esattamente nel giorno in cui Gianfranco Fini pronunciava la più dura requisitoria contro Berlusconi che si sia sentita in questi anni è stata probabilmente un altro colpo di sfiga: se fosse uscita il giorno prima o il giorno dopo avrebbe almeno fatto un effetto molto meno grottesco. E però non è solo la sfiga la spiegazione del perché sarà molto, molto difficile per Franceschini, Veltroni e Fassino dire tra due settimane a Cortona qualcosa che appaia politicamente abbastanza sensato.


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