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L’opposizione, come sempre, non sa come giocare

«Stai zitto, cretino!». «Stai zitto, bambino!». Gli insulti rimbalzano da una parte all’altra dell’aula di Montecitorio mentre interviene il numero due del Psi Claudio Martelli, il vice di Craxi. Una requisitoria contro l’avversario, che non è il capo dell’opposizione, ma il principale alleato, il segretario della Dc Ciriaco De Mita. Il leader avellinese, scandisce Martelli, «persegue la logica dei compari che fanno la rissa». È «un misto di paura e di conservazione ossificato dal puro potere». Le sue proposte sono «finezze sull’acquisto di auto usate, scongiuri superstiziosi». Per concludere: «altro che De Gasperi, altro che don Sturzo, siamo all’Azzeccagarbugli».

I democristiani non ci stanno: «Bambino!», urlano al bel Claudio mentre parla. E anche: «Zitto, cretino!». Il giorno dopo il Popolo, il quotidiano della Dc, commenta l’intervento del vice-segretario del Psi: «Di questo alfiere del craxismo più intollerante si potrebbe parlare a lungo a proposito di incoerenza, contraddizioni, mezze verità e smaglianti bugie… Un propositore di una cultura d’assalto, decadente e smaniosa di meravigliare che fa regredire ad antiche stagioni ove Sorel conviveva con D’Annunzio». Insomma: un fascista. Altro che FareFuturo.

È il 24 aprile 1987. Esattamente ventitrè anni fa. Il pentapartito si spacca perché si è rotto il patto tra De Mita e Craxi – il patto della staffetta -, per cui il Psi avrebbe ceduto Palazzo Chigi alla Dc a metà legislatura. «Patto leonino patto cretino», lo stracciano i socialisti. De Mita va alla resa dei conti con Craxi dopo anni di competizione strisciante.

Il principale partito dell’opposizione è il Pci, guidato da Alessandro Natta. Il segretario commenta lo scontro furibondo nella maggioranza con parole preoccupate: «Si accusano uno contro l’altro, ma solo il Pci è indispensabile per il cambiamento». «Il solco tra la Dc e il Psi si allarga. Bisogna proprio lavorare per l’alternativa», conclude un altro prestigioso esponente della minoranza. Non è Pier Luigi Bersani, si chiama Giorgio Napolitano.

Alla fine la maggioranza si rompe e si va ad elezioni anticipate. L’Unità allega il libricino Parole, paroline, parolacce. Vocabolario del pentapartito, con introduzione di Tullio De Mauro, dove gli insulti tra alleati sono elencati in ordine alfabetico (Comari, Don Rodrigo, Infami…). Quando finalmente si vota, però, le urne premiano i due litiganti, la Dc e il Psi. Fanno il pieno di voti e subito si rimettono insieme. Il Pci scende al 26,6 per cento e resta isolato. Mentre per la prima volta entra in Parlamento un oscuro partitino localistico, la Lega lombarda, con uno sconosciuto senatore, Umberto Bossi.

Ricorda qualcosa? C’è una differenza, di peso. Ventitrè anni fa il patto De Mita-Craxi poi cancellato è tutto interno al sistema dei partiti, ancora potentissimo anche se arrivato alla fase finale. Oggi Berlusconi-Fini si scontrano sul rispetto di un altro patto. Il patto del Cavaliere stipulato con gli elettori, si legge nel documento finale della direzione Pdl, che Fini vorrebbe mettere in discussione. Ed è la novità che rende dirompente la lite davanti alle telecamere dell’altro giorno: la presenza dell’elettorato, che nel bipolarismo quasi sempre punisce la coalizione che si rompe.

Ma qualcosa di simile c’è: l’irrilevanza dell’opposizione. Divisa, ieri come allora, tra le tentazione di schierarsi con uno o l’altro contendente della maggioranza. Incapace di approfittare dello sfascio interno al Pdl. Spaventata, anzi, terrorizzata dall’ipotesi di elezioni che la vedrebbero fuori gioco. Bersani denuncia la paralisi, ma sembra già essersi adeguato a ripercorrere l’amaro destino del Pci di Natta. Perfino nelle formule: il patto repubblicano, la Costituente democratica da gettare come un sos da naufraghi nella speranza che qualcuno nella maggioranza lo raccolga. Perfino nei dettagli: le analisi del voto che scorgono improbabili «inversioni di tendenza» in qualche punto percentuale in più, quando l’unica inversione che gli elettori conoscono in epoca di maggioritario è la vittoria sugli avversari.

Oppure le direzioni del partito celebrate a porte chiuse, con i giornalisti confinati in mezzo alla strada, sul marciapiede, come se fossimo ancora a Botteghe Oscure, come se Andrea Orlando fosse Amendola e Dario Franceschini Ingrao. E come se, soprattutto, ci fosse ancora qualcosa da scrivere. Mentre la rissa nel Pdl va in diretta tv, beata modernità. In fondo il film con cui il regista Roberto Faenza aveva fatto vedere i delegati della Dc che si tiravano le sedie nei congressi si chiamava Forza Italia: uscì nel ’78, non portò tanto male alla Dc né al partito omonimo alla pellicola nato in seguito.

Scene dal 1987, non da 2010. Ma almeno all’epoca potevi attaccarti al muro, al fattore K, alla situazione internazionale, al doppio Stato. Mentre ora con chi te la prendi, povero Pd? Il campo di gioco è di nuovo tutto in uno schieramento, la democrazia è di nuovo bloccata. E questa volta non è colpa della Cia.

3 commenti a “L’opposizione, come sempre, non sa come giocare”

  1. Francesco scrive:

    Ottima e ficcante analisi.
    Il Pd è coerente con una sola linea: quella dell’imbecillità politica.

    Non riesce a fare opposizione, non riesce a rivendicare un primato tra i partiti di opposizione, non riesce neanche ad approfittare di un po’ di trambusto da parte dei condomini Berlusconi-Fini, quelli che abitano nel palazzo dirimpetto.

    Neanche un po’ di furbizia “cattiva”, in mancanza di intelligenza. Neanche quella.

  2. Luigi Rintallo scrive:

    Basta poco al Pd, basta capire che Fini coincide con il blocco sociale che non vuole cambiare nulla. Capito questo, nessuna sponda e via con proposte alternative sui temi che Berlusconi non è in grado di affrontare, a cominciare ovviamente dalla giustizia. Dopo di che, a gioco sparigliato, emergerebbe con chiarezza che anche la Lega non è il nuovo ma è solo un riciclaggio, guarda caso del partito della mediazione per eccellenza: la Dc. Ma il Pd vuole essere il nuovo o è del tutto schiavo a sua volta del medesimo blocco sociale?

  3. [...] L’opposizione, come sempre, non sa come giocare, la situazione è analizzata dando uno sguardo nel campo dell’opposizione. Ci si domanda [...]

  4. [...] Fonte Articolo: L'opposizione, come sempre, non sa come giocare | The Frontpage [...]

  5. loremaf scrive:

    Ecco come Leghisti e Finiani procedono d’intesa, altro che progetti distanti.
    In commissione Affari costituzionali alla Camera sono già in calendario due proposte di legge, firmate dal leghista Gianluca Pini e dal finiano Enzo Raisi: l’obiettivo è rendere autonome da Bologna le Province di Forlì-Cesena, Rimini e Ravenna, costituendo la Regione Romagna. Sia chiaro, la secessione non c’entra. Entrambe le proposte, spiegano i promotori, sono frutto del federalismo, perché l’obiettivo è interpretare le esigenze del territorio

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