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“Chi tratta, vince”: la lezione dimenticata di Lama

Chi tratta, vince. Parole sante, quelle di Luciano Lama, il gran capo della Cgil dal 1970 al 1986, socialista prima e comunista poi, tessitore di lunghe trattative, sempre ricordato per essere stato cacciato dall’Università di Roma nel febbraio 1977 da gruppi extraparlamentari che aprirono poi la strada alle violenze della contestazione settantasettesca. Certo il motto suona un po’ beffardo, oggi: ormai negoziare è sintomo di mollezza e di inutile chicchismo, non più l’arte di trovare la quadra tra posizioni differenti, che non è detto debbano omologarsi. Con buona pace del conte von Bismarck. Tra due curve di tifosi, vince chi urla di più, altro che.

Del resto come mediare tra l’infantile Balotelli e il furioso Mourinho, ché la maglia nerazzurra, quella no, viene prima di tutto, e che diamine; o tra lo sgomitante Fini e lo spazientito “miglior presidente degli ultimi 150 anni”, ché parlare di democrazia in un popolo autoproclamatosi “della libertà” è quantomeno divertente, cribbio; o infine tra la cinica Fiat e gli impauriti lavoratori di Termini Imerese, ché d’altronde à la guerre comme à la guerre, in una società marxiana come la nostra l’economia viene prima di tutto, suvvia. In ogni campo e in ogni vita, tutti nello stesso frullatore. Ma come si fa?

Chiederlo a Lama, appunto, il cui ritratto appare assieme a quello, non meno nostalgico e talvolta commosso, di tanti altri dinosauri della Prima repubblica, da Ciancimino a Fanfani, da Craxi a De Mita, da Agnelli a Cefis, I cari estinti dell’ultimo, omonimo, libro di Giampaolo Pansa (Rizzoli, pagine 521, euro 22). Tornato a ripescare nella cronaca con un saggio divertente, pur se eccessivamente accondiscendente, di plutarchiane vite parallele, dopo gli anni delle meritorie invettive sulle storie soffocate dei vinti della guerra civile italiana. Ma rimasto revisionista, e per questo sbeffeggiato e rinnegato da quelli che fino a ieri erano i suoi compagni (compagni!) di strada e fede politica.

Niente lacrimoni però per un sistema che ha sì portato l’Italia tra le prime sette potenze industriali del mondo, ma ne ha anche irrimediabilmente imbastardito lo spirito, con le sue connivenze, le sue equidistanze, le sue acquiescenze, verso cui nessun sospiro è davvero ammissibile. Ma certo un briciolo di rimpianto per alcuni uomini del “si stava meglio quando si stava peggio”, questo sì. Quando la Politica pareva almeno una cosa seria. Quando Lama, nel periodo dei morti ammazzati, insegnava a trattare per evitare che si sparasse, neri contro rossi, rossi contro tutti. Oggi che grazie a Dio non spara più nessuno (o quasi), di trattare non se ne parla proprio. Alla faccia della fine delle ideologie.

0 commenti a ““Chi tratta, vince”: la lezione dimenticata di Lama”

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