Un proverbio ha tenuto tutta l’Europa a terra

John Brockman è un “imprenditore culturale”, editore, scrittore, e creatore, fra l’altro, della Edge Foundation, un laboratorio di idee e dibattiti dove, a mio avviso, è in via di formazione quella “Terza Cultura” che dovrebbe diventare “la” cultura del secolo XXI.

Avendo subito le conseguenze della chiusura degli spazi aerei europei causa nube di polveri vulcaniche, ha postato sul sito www.edge.org alcune domande provocatorie. Che cosa gli psicologi hanno da dire sul modo in cui sono state prese decisioni che hanno messo a terra milioni di passeggeri, confinandoli in bivacchi improvvisati per più di una settimana, nell’apparente, totale assenza di prove di pericolo reale? E cosa hanno imparato gli economisti comportamentali? E cos’hanno da dire ingegneri, fisici, meteorologi sul tema?

Molte le risposte, assai interessanti. Riassumerle tutte è impossibile. Per Haim Harari, fisico ed ex presidente dell’Istituto Weizman di Tel Aviv, la crisi finanziaria attuale e la crisi “da polveri” hanno molto in comune. Entrambe sono figlie di decisioni prese da decision makers che “non capiscono di matematica e di scienza neppure a livello elementare” e da “matematici e scienziati che non si rendono minimamente conto delle conseguenze, nella vita reale, dei loro calcoli”. E dunque ecco che “ingegneri finanziari” creano strumenti finanziari complessi e banchieri navigati ed enti di regolamentazione li recepiscono, senza ammettere di non avere la minima idea di ciò che tali strumenti presuppongono.

Allo stesso modo, i costruttori di modelli matematici convincono le autorità che “la nube è qui, o lì, senza preoccuparsi minimamente di andare a fare una misura sul campo”. E nessuno che domandi, a questi “scienziati”, se le ipotesi poste a base dei loro modelli sono realistiche oppure no. In entrambi i casi, chiunque abbia un minimo di preparazione scientifica, aggiunge Harari, sentirebbe immediatamente puzza di bruciato. E quindi ecco perché politici senza cultura scientifica, e scienziati senza cultura manageriale, sono incapaci di affrontare adeguatamente entrambi i problemi. Conclusione: “The world is discovering that an important profession is missing: Scientifically trained political decision makers”.

Chales Simonyi, della International Software, ex Chief Architect and Distinguished Engineer della Microsoft, dopo avere con dovizia di particolari ricordato che le ceneri, se presenti, possono danneggiare i motori e che i costi della manutenzione, in tal caso, diverrebbero molto alti, aggiunge di trovare “piuttosto misterioso il modo in cui le mappe sulla nube vengono prodotte ogni giorno” e di non trovare da nessuna parte “misure dirette” del fenomeno, e neanche come le “interpolazioni e le estrapolazioni” delle misure vengono fatte. E non si spiega neppure perché sugli aeroplani non vengano montati i rivelatori di polvere che invece sono dotazione comune degli hard disk di qualsiasi computer.

Conclude Simony: “Se gli aeroplani avessero tali rivelatori di polvere, come hanno i radar meteorologici, potremmo fare come facciamo quando c’è un temporale: il radar lo vede e l’aereo cambia rotta”. Buon senso pragmatico. Ma che non appartiene, in tutta evidenza, ai meteorologi, ai climatologi e ai politici.

Chiudo con Gloria Origgi, filosofa, del Centro Nazionale Ricerche Scientifiche, Parigi. Origgi rammenta che il trattato di Maastricht adotta il “principio di precauzione” e che, quando tale principio ha a che fare con l’ambiente, è decisione Ue che “l’assenza di una completa certezza scientifica non sarà usata per posporre misure efficaci e dal costo ragionevole per prevenire il degrado ambientale” (cosa che rappresenta un assegno in bianco per politici e imprenditori privi di scrupoli, come chiunque può capire, ndr). Questa è una particolarità tutta europea: infatti, il principio di precauzione altrove viene applicato (USA, per esempio) solo per situazioni che riguardano la sicurezza nazionale, e, comunque, le decisioni ultime sulla sicurezza dei voli è lasciata alle compagnie aeree.

Così alla domanda se non esista una certa sproporzione fra la chiusura totale dello spazio aereo e un rischio potenziale legato alla nube di polveri, rischio piuttosto indefinibile in assenza di prove certe, un ministro Ue risponde: “Non si è mai abbastanza prudenti sulla sicurezza aerea”. La conclusione, per Origgi, è ovvia: “Una politica che mette a terra un intero continente basandosi su un proverbio” non può essere “una buona politica”.

A quanto pare, il vulcano islandese è di nuovo in eruzione. Sarà interessante vedere se, questa volta, le decisioni verranno prese con più buon senso di quanto sia stato fatto la volta scorsa. Ma conoscendo i nostri polli di Bruxelles e quelli di Roma, direi che non si può essere ottimisti.

12 commenti a “Un proverbio ha tenuto tutta l’Europa a terra”

  1. andrea lucangeli scrive:

    No, caro Portoreale, non si può proprio essere ottimisti….Il “buon senso” è una merce sempre più rara oggigiorno e – certamente – non abbonda tra i politicanti di Roma e di Bruxelles…

  2. Liutprando scrive:

    E’ l’effetto della globalizzazione gestita senza esperienza. Troppo in mano a pochi. Da quando “l’esperimento” è partito si sono susseguiti disastri continui: l’apertura dei mercati alla Cina senza contropartite, le migrazioni a mandrie, il tracollo della catena di S. Antonio dei subprime, l’annunciata pandemia mai arrivata, l’azzeramento della nazione greca.
    Troppi denari fatti sublimare a caso, senza senso, denari che qualcuno ha sudato ed altri sprecato malamente.

    Il vulcano in fondo è quasi poca cosa rispetto a quel che può accadere nel prossimo futuro se non si innalzeranno muri di cinta intorno ai territori. E’ il neofeudalesimo che avanza.

  3. andrea lucangeli scrive:

    @ Liutprando: bella idea quella del “neofeudalesimo” che avanza! Perchè non ci fai un articoletto? Rondo Te lo pubblica di sicuro perchè l’argomento è molto interessante. Altrimenti Ti “rubo” l’idea e ci metto il copyright del Padano (che sono io): scherzo naturalmente!

  4. Portoreale scrive:

    La globalizzazione sarebbe avvenuta comunque, perché è una dinamica fisiologica dell’economia mondiale.

    Quindi innalzare i muri di cinta è
    impossibile: si pretenderebbe di tornare all’economia curtense. Impensabile. E poi chi dovrebbe fare, cioè la politica, non solo nostrana, pensa ad altro.

  5. Liutprando scrive:

    Ci sono due livelli nella quotidianità moderna; una globale che consente di essere ovunque nella conoscenza delle informazioni prodotte e per gli scambi che questa produce. Una dimensione veloce, mutevole con la rapidità del pensiero perché la ricchezza degli scambi lo consente e lo pretende. A suo sostegno una tecnologia complessa che richiede produzione di scala e che coinvolge ogni settore della vita.
    Uno continuo rinnovarsi che necessitano investimenti continui per la rapida obsolescenza delle tecnologie maturate in breve tempo. Richiede un continuo apprendimento che comunque non consente più la possibilità di mettere a frutto per un tempo adeguato le proprie competenze. Vi sono lauree che una volta acquisite sono già vecchie.
    E’ tutto inumano. Ma come dice Portoreale, ineluttabile. Vero.

    Si sta formando un secondo livello nella vita delle popolazioni che è più intima, più distante dallo stress della modernità che, pur essendo una conquista importante ed irrinunciabile, consuma.
    E’ la vita della comunità. Lontana dai problemi del mondo e che si può dedicare a sé stessa. Che perfeziona la propria qualità di vita su quei principi che da sempre governano l’uomo: il lavoro, la conoscenza e l’amore. Abbellendoli. Per farlo ci vuole il tempo che la globalizzazione non ha.
    I muri che il nuovo feudalesimo alzerà non sono di mattoni. Qualcosa di più duro.

  6. onofrio scrive:

    Gran bell’articolo. Complimenti.

  7. Portoreale scrive:

    @ Onofrio

    Grazie.

  8. roberto scrive:

    Come sempre, complimenti.
    Non penso che la globalizzazione possa essere riassunta “troppo in mano a pochi”, così come Liutprando ipotizza.
    Anche chi è fuori dalle “stanze dei bottoni” oggi può influenzare pesantemente l’opinione pubblica e generare comportamenti che sconvolgono vite, mercati, attività economiche.
    Può succedere che, se passa un elefante, nessuno ci faccia caso, mentre se appena si intravede l’ombra di una zanzara il mondo entra in fibrillazione e panico, con tutto ciò che ne consegue.
    Ad esempio, quando qualche anno fà giornali, TV e qualche scienziato enfatizzarono la cosiddetta influenza aviaria, successe il finimondo.
    Abitudini alimentari (ed economia) sconvolte dalla sera alla mattina, fosche previsioni di pandemie e così discorrendo.
    Il bello è che, poco tempo dopo, ricominciò la stessa storia, questa volta coinvolgendo i suini.
    Replica fotocopia dei comportamenti, compreso produzione ed acquisto da parte di molti Governi, fra cui quello Italiano, di quantità smisurate di vaccini, che puntualmente credo siano finiti in discarica.
    Dobbiamo purtroppo convivere con alcune contraddizioni, fra cui la velocizzazione e l’enorme quantità di notizie, processi, innovazioni e la necessità di selezionare le opzioni, il cui metodo non mi sembra cambiato nel tempo: osservazione della realtà, senso pratico (pragmatismo), esperienza vissuta e trasmessa, errori del passato,sperimentazione “work in progress” in modo da possedere statistiche adeguate, associare l’innovazione alle produzioni di scala, con le necessarie e talvolta complicate trasformazioni economiche.
    C’è una scorciatoia le cui suggestioni prima o poi contagiano tutti: semplificazione massima ( che inibisce la costante ricerca di quella possibile), illusione che sia possibile annullare il rischio, peraltro insito nella vita stessa ed in ogni attività umana, contrapposizione delle virtù “naturali” rispetto alla “brutalità” dei comportamenti umani indotti dal sistema capitalistico.
    La natura “buona” si vendica dell’uomo “cattivo” ogniqualvolta si tenti di forzarla, piegarla ai fini inconfessabili dello sfruttamento e del profitto.
    Liutprando parla di neofeudalesimo prossimo venturo, ma ci sono filoni di pensiero ed ideologie che vanno ben oltre: dalla necessità di rinuncia alle libertà individuali in nome di un presunto bene collettivo, alle ipotesi di ritorno ad economie di scambio o poco più e tanto altro ancora.
    La presunzione di eliminazione totale del rischio è ben presente nell’uomo e da sempre: quando essa diviene “ossessione” attraverso la teorizzazione e l’adozione di modelli comportamentali, comincia a produrre disastri.
    Un esempio, che lo stesso Portoreale riporta: la creazione di strumenti finanziari complessi non legati ad attività economiche, ma fini a se stessi, che ha creato la più grave crisi nei paesi avanzati, tuttora in essere.
    Alcuni scienziati della finanza, per semplificare i cosiddetti “Chicago boys”,
    hanno covato e diffuso l’illusione che un modello matematico applicato alla finanza potesse azzerare il rischio (non ridurlo, si badi bene, ma azzerarlo).
    Come se un medico avesse annunciato la cura per tutte le malattie, se non addirittura per la morte!
    E dire che sarebbe bastato rileggere la storia (Amsterdam, metà del ’600 e teoria del “Mare libero”; Francia 1716 e crack della politica dell’”economia di carta” di John Law; borsa di Londra 1720 e “bubble” dell’East Company e, perchè no, Paolo Cirino Pomicino, Italia anni ’80 e teoria dello sviluppo sostenuto dalla massiccia stampa di titoli di debito pubblico) per capire come sarebbe finita la “new” economy, completamente slegata dalla “real” economy!
    Anche io penso che “conoscendo i nostri polli di Roma e di Bruxelles, non si può essere ottimisti”, ma è pur vero che deve, dovrà farsi strada una “buona politica”, magari con politici totalmente nuovi, almeno in Italia, perchè è qui e non altrove che devono essere individuate e sostenute le iniziative adatte per affrontare i problemi.

  9. Portoreale scrive:

    Edge ha ripreso questo articolo, pubblicandolo su sito http://www.edge.org.

    Purtroppo ne fa una versione in inglese con un programma di traduzione automatica della Google, con risultati pessimi.

    Sono tradotti anche i commenti.

  10. Liutprando scrive:

    Non riassunto la globalizzazione “troppo in mano a pochi”, semplicemente constato che pochi – qualche migliaio? – uomini possono prendere decisioni che riverberano su tutto il pianeta.
    Proporzionalmente succede anche in territori ristretti ma senza conseguenze globali.

    Anche il previsto neofeudalesimo non va considerato come un arretramento reazionario, ma frutto di un’entropia e che nel suo cambio di stato provoca reazione che controbilanciano gli effetti.
    Neofeudalesimo è un termine forse romantico che sottintende semplicemente un doppio livello del rapporto con la quotidianità: uno essenziale per meritare il proprio benessere ed uno per goderselo.
    Se i telegiornali rompono i coglioni dalla mattina alla sera riportando tutte le disgrazie di ‘sto mondo perché sono le notizie più disponibili, facile intuire che ad un certo punto nessuno guarderà più il telegiornale.

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