Che ne è dell’eccellenza in Italia?
La scienza è disciplina. La scienza non tollera i furbi, li smaschera e li espelle, subito (quasi sempre). La scienza è fatica. La scienza è dedizione. La scienza, quella vera, è apolitica. La scienza è selettiva. La scienza è obbiettività. La scienza è meritocrazia allo stato più puro che l’uomo abbia mai inventato.
Vi sembra di scorgere queste cose nel carattere attuale degli Italiani? A me, no. Soprattutto dopo il ’68. Non è questione solo di politica. La politica, in fondo, con le sue scelte o mancate scelte, non fa altro che ribadire il carattere prevalente della Nazione. Dunque non c’è da meravigliarsi se lo studio delle discipline scientifiche sia in netto declino.

A cosa sarà mai dovuto? Date un’occhiata al website di una qualche università famosa. Per esempio, Harvard (www.harvard.edu). Studenti dell’Harvard College: circa 6700. Solo seimila e settecento. Studenti “graduate and professional”: circa 13.600. Sono quelli che stanno facendo il post-doc o un master. Totale: ventimila circa. Alla Bocconi, in tutto sono circa 8000, se non erro, ma concentrati solo su Economia e Direzione aziendale. Alla Luiss, a Roma, circa 7000 in tutto. Con tre sole facoltà: Giurisprudenza, Economia e Scienze Politiche. Andate sul sito dell’Università La Sapienza, Roma. 145 000 studenti. Centoquarantacinquemila. Prima considerazione: eliminate la selettività, e avrete anche eliminato l’eccellenza. Nello studio, negli studenti, nei professori .
Sul sito di Harvard troverete altri dati interessanti: volumi in biblioteca 16,2 milioni. Milioni. Costi: insegnamento, 33 696 dollari, che corrispondono a circa 24 000 euro l’anno. Sembrano tanti, vero? In Italia, la Luiss costa in tutto, fra libri tasse e ammenicoli vari, sugli 8500; la Bocconi intorno ai 9000. Ma. C’è un ma. Ad Harvard puoi vivere nel college. Il totale delle spese sale, è vero, a 48 868 dollari. Però gli aiuti finanziari agli studenti che non ce la fanno giungono a circa 42 000 dollari all’anno. Gli altri seimila li rimediano lavorando qualche ora la sera nei McDonald’s, o con un prestito d’onore. La cosa difficile, per frequentare Harvard, non è trovare i soldi: è entrarci.
Non esiste una buona scienza senza una buona scuola. Non esiste una buona scuola senza buoni professori. E senza studenti motivati. Non si può, infine, appassionare i giovani alla scienza senza il complemento di un’adeguata divulgazione. Tutto questo è banale, certo. Ma. I concorsi a cattedra nelle nostre università sappiamo cosa sono. E’ solo un fatto politico? No. Riflette esattamente, anch’esso, il carattere nazionale. La divulgazione? Confrontate le pagine di scienza e tecnologia di qualsiasi giornale americano o inglese con qualsiasi giornale italiano. I nostri fanno pena. Gli americani si sono inventati un certo numero di canali satellitari dedicati a scienza e tecnologia. Da noi, salvo Rai Educational, una molto benemerita goccia nel mare, zero carbonella.
Harvard ha avuto spese, nel 2008, per un totale di circa 3,5 miliardi di dollari. Pari a circa 175 000 dollari per studente. Troppi? Io dico di no. Ha incassato dagli iscritti meno di 1 miliardo. E’ sull’orlo del fallimento, Harvard? E se no, da dove vengono i 2,5 miliardi che servono per integrare il bilancio? Da quello che in inglese viene definito endowment, cioè donazioni di soldi o di proprietà all’Università. Il totale accumulato, al 2008, è stupefacente: 36,9 miliardi di dollari. Equivalenti a circa 27 miliardi di Euro. Rammento che l’intero bilancio del Ministero dell’Istruzione, in Italia, è di circa 40 miliardi di euro all’anno.
Sono, questi, soldi donati da privati e da aziende. Soldi, o proprietà, vincolati nell’uso. Per esempio, per una ricerca scientifica specifica. Inoltre, molte delle donazioni vietano espressamente di utilizzare il capitale donato, ma impongono di investirlo. Puoi, quindi, solo utilizzarne gli utili che ne derivano. Il che vuol dire che se ti donano un edificio, non puoi venderlo, ma devi usarne solo il ricavato dall’affitto o da altri usi che puoi immaginare. Quindi Harvard è una macchina autosufficiente, che continuerà a sfornare premi Nobel (44 ad oggi) e laureati di eccellente livello, per tutto il futuro prevedibile.
Cito questi dati non per affermare che, avendo noi in Italia pochi soldi pubblici, visto che gli stipendi ingoiano l’intero bilancio, si faccia poca ricerca per forza di cose. E che quindi tutto si risolverebbe aumentando i quattrini a disposizione. In realtà, abbiamo visto: poiché i finanziamenti alle università dipendevano dal numero degli iscritti, le nostre università si sono inventati lauree-burla, che non richiedono sforzi ma non offrono sbocchi lavorativi. Ottenendo, nel contempo, di aumentare a dismisura i posti di insegnamento a disposizione per parenti, amici, sodali politici. La scuola al servizio dei professori, non del paese e della collettività. Invece di creare aree di eccellenza, che, per essere tali, sono necessariamente piccole. Per ultimo, un elemento di riflessione: sono i privati, e non lo Stato (quando lo Stato, come da noi, non funziona) a dover crederci, nella scienza.


Ineccepibile
[...] complemento di quanto abbiamo scritto ieri sulla Singularity University in ottica italiana, qui e qui ci sono due interessanti spunti di riflessione sul rapporto tra politica, scienza e sistema [...]