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Un partito che sa soltanto dividersi

La trama quotidiana della politica di casa nostra si divide tra chiacchiere televisive eternamente uguali a sé stesse, l’ennesimo scandalo, BRIC’s Italy forse affidata a Cicchitto. Le riforme? Non ora, non qui. Qui si attendono le prossime elezioni, non è tempo di programmazione. E’ un caso che la figura centrale di questi tempi sia diventata quella di Giulio Tremonti, campione di “presentismo” con il suo prudente ed accorto navigare a vista a difesa dei conti pubblici, “mostro dopo mostro”? No. Solo che puntando tutto sull’effetto palingenetico del prossimo appuntamento elettorale si rischia di rimanere nuovamente delusi.

Il Pd sembrava aver lanciato negli ultimi tempi qualche segnale di vitalità. Non si fa però in tempo a sorprendersi per l’insolita vis comunicativa mostrata da Bersani ad Annozero, che i dirigenti democratici ci ricascano. Prendete le cronache di sabato scorso. Cortona (sempre Cortona, solo Cortona, alla faccia dell’indigesta etichetta tremontiana sul partito appenninico), riunione della minoranza del partito. Franceschini che inaugura l’assemblea sull’onda di un apocalittico “si cambia o si muore”. Marino che grida alti lai contro il mancato coinvolgimento nella segreteria della sua componente. Infine Veltroni a rincarare la dose, sulle ali dello schema binario “noi” (che siamo quelli che teniamo di più al partito perchè lo abbiamo fondato) contro “loro” (i traditori dello spirito del Lingotto) in perfetto linguaggio da amico/nemico.

Normale dialettica partitica tra maggioranza e minoranze interne? No, dato il fatto che gli equilibri di forza tra le varie anime del PD sono pressoché paritari e che dunque uno spirito di opposizione interna di questa portata non può essere facilmente aggirato e governato da chi detiene la guida del partito (stesso scenario della segreteria precedente, peraltro). Il risultato? Un’impossibilità di dirigere e di marciare verso un obiettivo comune, in altre parole di fare politica. Non solo, un’inferiorità strategica abissale rispetto alle formazioni politiche dove esiste una compattezza nel gruppo dirigente. Mettiamoci poi che nel Pd si aggiunge anche una terza dimensione ad aumentare le combinazioni dell’eterno conflitto interno, quella dei battitori liberi (Cacciari, Chiamparino, Renzi, Civati, a volte Prodi), e il quadro è completo.

Questo stato di cose interno al principale partito d’opposizione non può non influenzare ogni ragionamento sul futuro della politica italiana. Lo schema di fondo della contesa prossima ventura si sta ormai disegnando. Mai come in questo ultimo mese la polarizzazione tra la “Lega delle libertà” e “il patriottismo del XXI secolo” che corre sull’asse Montezemolo-Fini (e anche Casini, che c’era già da prima ma che sul terreno delle idee soccombe, almeno fino a quando Caltagirone non investirà nel ramo think tank) si è palesata in tutta la sua nitidezza.

Un asse che però da solo non vincerà mai – ammesso che i due protagonisti appena citati accettino questa sfida – perché non ha voti a sufficienza da opporre nel breve periodo al fattore-resilienza di B. o alla continuità governativa di un Tremonti versione premier. Ecco dunque che il Pd – che per quanto a “vocazione appenninica” i suoi milioni di voti diffusi nelle centodieci province del Paese continua ad averli – funge da ago della bilancia, volente o nolente.

Il punto è che il Pd sembra essere geneticamente irriformabile rispetto a quel divisionismo interno di cui sopra si è parlato, e quindi incapace di offrire un’immagine di sé credibile all’elettorato italiano. C’è riuscita solo la Dc a sopravvivere per cinquant’anni nell’arcipelago correntizio che ne formava lo scheletro organizzativo, grazie al collante del potere e ai ben noti fattori geopolitici. Ma il Pd non è la Dc, e la strategia della contemporanea sparizione di D’Alema e Veltroni va presa per quello che è, un suggestivo ma irrealistico romanticismo politico.

Al momento chi non accetta questo schema si affida al volontarismo del “crediamoci ancora, l’intuizione del Pd è quella giusta, continuiamo a lavorare per il rinnovamento e per l’alternativa”. Ma anche questo, alla luce di quanto detto, è con ogni probabilità un romanticismo politico. Scommettiamo che arriverà prima “l’Italy after Pd” dell’ “Italy after B.”?

Moris Gasparri/LSDP

1 commento a “Un partito che sa soltanto dividersi”

  1. [...] a Cicchitto. Le riforme? Non ora, non quiContinua a leggere il post originale su The Front Page: Un partito che sa soltanto dividersiSharePotrebbero interessarti anche questi post:Un partito che sa soltanto dividersi La trama [...]

  2. [...] BRIC’s Italy forse affidata a Cicchitto.Continua a leggere il post originale su The Front Page: Un partito che sa soltanto dividersiSharePotrebbero interessarti anche questi post:Un partito che sa soltanto dividersi La trama [...]

  3. Augusto scrive:

    A mio parere, il PD é nato malato e vive morendo proprio a causa della sua composizione iniziale.
    Se, al posto della componente di sinistra cattolica si fossero “imbarcati” gli ultimi socialisti ed i radicali, forse, oggi il PD saprebbe dove andare e non soffrirebbe continue tensioni interne.

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