Berlusconi sulla Rete ha detto cose importanti
La capacità del dibattito pubblico italiano di trastullarsi con diversivi e bagattelle varie è impressionante. Prendiamo il caso del giorno. Berlusconi nella conferenza stampa a margine dell’incontro bilaterale tra Italia ed Egitto si avventura in un passaggio sul ruolo centrale del web per favorire la presenza delle piccole imprese italiane nei nuovi mercati internazionali. In questo contesto, ecco che Google si trasforma in un “Gògol” che Repubblica.it prontamente spara nel web.
Apriti cielo! Beppe Grillo guida il plotone degli sfottò, la rete si riempie di commenti e lanci di agenzia, si scatenano processi e atti d’accusa: “Se il premier di uno Stato e l’uomo più potente in Italia è così fuori dal presente da non sapere la pronuncia di Google (storpiato in Gògol: lo scrittore russo? sarà l’influenza dell’amico Putin?), come ci si può aspettare da lui una visione, un’apertura e una disponibilità nei confronti dei nuovi media? A prescindere dal resto, intendo; dagli interessi televisivi che frammisti alla politica comunque remano contro il web in Italia.” (dal blog della giornalista di Repubblica Alessandra Longo)
Ora, Berlusconi non sa l’inglese. Come non lo sa il D’Alema che pescammo ospite di Harry Kreisler, come non lo sa la maggioranza del mondo politico/giornalistico di casa nostra. Da questa ignoranza possono nascerne addirittura forme artistiche, come quella celeberrima di Rutelli, il cui video in quanto a viralità in rete rivaleggia con il Panico, paura dello Zoo di 105. Tutto questo è un male? Si, è un male, nel mondo globale se fai politica e non sai l’inglese, anche in forme elementari, sei più o meno fottuto, a meno che tu non sia un cinese. Però questo è un tema che dovrebbero cavalcare i quarantenni d’assalto di casa nostra (che l’inglese lo sanno tutti, chi più chi meno), reclamando questo aspetto come un punto importante a loro favore nell’eterno piagnisteo sulla gerontocrazia italica.
Al contrario, farne uno strumento ad personam contro B. non coglie il punto, è un diversivo. Soprattutto, non va scavalcato il contesto. Perchè nei trenta secondi dell’ormai celeberrimo filmato sono molto più dirompenti le parole di B. sulla centralità del web per “vendere i nostri prodotti” all’estero che la pronuncia sbagliata, tantopiù in un contesto come quello italiano dove Rete è quasi sempre sinonimo di male, devianza, fancazzismo. e dove la cultura digitale delle nostre classi dirigenti è alquanto scarsa. Qui c’è in gioco un pezzo del futuro del nostro Paese, il Made in Italy preso sul serio.
Per un’ironia della sorte, è quel pezzo di futuro che ogni lunedì l’inserto economico di Repubblica (l’unico luogo del Gruppo Espresso assieme a Limes libero dall’antiberlusconismo ossessivo e compulsivo) ci descrive e racconta in maniera mirabile, candidandosi ad essere la Bibbia di BRIC’s Italy. Per una volta dunque, guardiamo davvero alla sostanza e non alla forma, e se dobbiamo criticare B., facciamolo per le mancate promesse sul finanziamento della banda larga e delle infrastrutture digitali. Altrimenti finisce che la luna se la prendono gli altri, e noi staremo sempre fermi a guardare il dito chiedendoci se la pronuncia sia quella giusta.
Moris Gasparri/LSDP


Se è vero l’assunto “in un contesto come quello italiano dove Rete è quasi sempre sinonimo di male, devianza, fancazzismo. E dove la cultura digitale delle nostre classi dirigenti è alquanto scarsa” di cosa si va parlando, qui? Dell’importanza della vendita dei carciofini sott’olio calabresi in Lapponia?
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Tra tutti gli scandali di Berlusconi, questo è a mio parere quello che gli sarà più fatale. Ti segnalo questo approfondimento sul caso Google/Gogol, pubblicato su “Il Rinascimento”:
http://ilrinascimento.it/lettera-a-silvio-berlusconi-su-google
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A nessuno salta in testa che è stato fatto apposta? Se non ci fosse stata la gaffe, qualcuno ne avrebbe parlato? E cosa è più importante se non parlarne?