Il Pd prova a unirsi,Veltroni torna alla letteratura
Impossibile prevedere quanto possa durare, ma intanto l’assemblea del Pd è andata proprio come aveva previsto FrontPage. Qualunque ne sia la ragione, alla Fiera di Roma i furori di Cortona sono arrivati sbolliti, e chi sperava nel contrario ha dovuto acconciarsi a fare comunque buon viso. Che sia stato l’aver visto l’effetto che fa, oppure un ragionamento più freddo su dove il ritorno di Veltroni poteva portare – a una guerra di logoramento non tanto di Bersani ma dell’intero progetto del Pd –, fatto sta che Dario Franceschini ha richiamato le truppe di Area democratica: niente più “o si cambia o si muore”, tantomeno “se no ce ne andiamo”. Il nuovo slogan della minoranza, per la soddisfazione dei pontieri Marini e Fassino, è “non regaliamo a Berlusconi le nostre divisioni”.
Il segretario ci ha messo del suo, raccogliendo i frutti del paziente lavoro di cucitura – condotto spesso nell’ombra e senza mai rispondere alle polemiche, nemmeno dopo l’attacco aperto alla sua leadership venuto da Cortona. La regia dell’assemblea si è rivelata sapiente: divisi in commissioni, i delegati hanno potuto dare libero sfogo al dibattito, e alla fine gli estensori dei documenti tematici hanno portato a casa l’unanimità (con l’eccezione dell’astensione dell’area Marino, o meglio in questo caso dell’area Ichino, sul contratto unico). Alla nuova versione dello statuto, elaborata in commissione, nessuno ha trovato nulla da eccepire.
La relazione di Bersani, insolitamente scritta e non affidata ad appunti, tutta centrata sui problemi dell’Italia e quasi niente sul partito, aveva spuntato le armi di qualsiasi polemica interna; nella replica il segretario s’è potuto permettere di rivolgersi all’assemblea eletta dalle primarie (un organismo in cui, per dire, al tempo di Veltroni segretario l’usanza era che il leader durante il dibattito firmava autografi) come al “gruppo dirigente” del partito. E inaugurando il nuovo genere letterario delle “conclusioni in sospeso”, l’ha salutata con quella strizzatina d’occhio – “Ora vado in Cina, non è che quando torno…” – che in modo tutto minimalista e bersaniano e forse addirittura involontario ha consacrato, forse per la prima volta, la leadership del segretario dentro il suo partito.
Dopo la Fiera di Roma Bersani è più forte, non solo perché il suo avversario, Walter Veltroni, s’è ritrovato senza truppe e ha dovuto ripiegare, ricominciando a parlare in tv di mafia e di letteratura e lasciando perdere, almeno per un altro po’ di tempo, la linea del Pd e la sua leadership. Grazie alla sponda di Franceschini, il segretario si muoverà più liberamente anche rispetto alla sua stessa maggioranza congressuale, e senza aver dovuto sacrificare all’unità niente di essenziale sul piano della linea. Nella replica, Bersani ha trovato pure quello che sarebbe stato lo slogan perfetto per quell’assemblea, quando ha spiegato alla platea di aver voluto provare “a trovare noi stessi cercando l’Italia”. Sarebbe stato molto meglio di “Pd Open”, in effetti.


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