L’ebbrezza veneta
V per Veneto, ma anche V per vino. Una regione dove risultano attivi oltre 530 club di alcolisti in trattamento, circa uno ogni poco più di 9000 abitanti; ma anche una realtà dove l’assessorato alle Politiche sociali ha istituito una banca dati dei centri di recupero e trattamento dell’alcolismo, allo scopodi poter monitorare la realtà del fenomeno e la sua evoluzione. La fucina grafico-artistica del gruppo Benetton, Fabrica, ha risvegliato gli animi con una immagine ad effetto: un tradizionale spritz dove la più glamour oliva è stata sostituita da un feto.

L’intento è chiaro: è la campagna di sensibilizzazione lanciata dall’ULSS di Treviso contro il fenomeno dell’assunzione di alcool da parte delle donne in gravidanza. Il fenomeno pare sia in espansione e riguardi circa il 65% delle giovani partorienti. Nel 2006 la Regione Veneto commissionò un’indagine al CNR di Pisa da cui emerse in modo asciutto e stringato l’immagine di un territorio dove aumenta e si allarga la popolazione che fa uso di bevande alcoliche, poiché aumenta il consumo femminile e giovanile. D’altra parte sempre più sono i giovanissimi che escono la sera e i gruppi di ragazze in stile Sex&the City che si organizzano serate in rosa.
Il primo bicchiere si beve a 11 anni. Verso i 15 si provano i superalcolici. Ma il dato interessante è l’aumento degli aperitivi, mentre stazionario risulta l’uso di superalcolici. E’ quindi un fatto culturale, e non squisitamente veneto. Laddove si parla di abuso che diventa alcolismo è un fenomeno anche questo in crescita, specie nella popolazione maschile (77% degli alcolisti), che riguarda specialmente le fasce d’età ricomprese tra i 40 e i 59 anni. Dove il fenomeno diventa patologia è difficile sospettare l’abuso per mode sullo stile del binge drinking, bere tanto e subito per ubriacarsi prima possibile. Viene piuttosto da pensare quindi che vi sia dietro un diffuso disagio, cui tenta di rivolgersi l’attenzione del sistema socio-sanitario regionale.
Perlopiù le campagne pubblicitarie puntano sul “problema dipendenza”. Ma mentre quel fenomeno è monitorato e vi sono strutture sempre più capillari per curarlo, il “normale” consumo di bevande alcoliche diventa sempre più “la norma”. Che si beva per dimenticare, per disperazione o depressione sono cose che “ci stanno”, quello che serve – e si sa – è un aiuto terapeutico. Il vero problema è che oggi l’ebbrezza non è più l’occasione della festa, come da tradizione; ogni week end, ogni mercoledì (per gli universitari), diventa occasione di festa e quindi per un bicchiere di più. Mille sono le ragioni, ma siamo una società “festaiola” e questo comportamento non cambierà con qualche buona legge sul rigore morale. Le campagne di sensibilizzazione colpiscono sul momento, ma la memoria degli individui è breve perché concentrati su se stessi e sul tentativo di ritagliarsi spazi di espressione, se non di libertà, anche a caro prezzo individuale, come sapevano bene gli amici di Bacco già millenni or sono.


Forse si beve già da giovanissimi per esorcizzare il fatto che tutta la vita si dovrà lavorare il triplo di un meridionale solo per mantenerlo!!!!!