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Ma Tangentopoli non fu affatto una rivoluzione

“L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” amava ripetere Gino Bartali, quando in sella alla sua bicicletta le cose non andavano proprio. Lo stesso si potrebbe dire oggi, traslando le parole del “Ginettaccio”, dopo aver letto Senz’anima. Italia 1980-2010 di Massimo Fini, appena uscito per Chiarelettere (pagine 472, euro 15).

Parliamo di ciclismo? del Giro d’Italia in corso o del prossimo Tour de France? Sarebbe bello, ma purtroppo non è così. Perché il libro di Fini, uno dei veri – sottolineato – anticonformisti italici, è una raccolta dei suoi pezzi degli ultimi 30 anni: non una silloge di quelli migliori, ma una sorta di diario per narrare attraverso un’analisi affilata e sempre originale la storia politica nostrana dagli anni di Craxi e della “Milano da bere” ai giorni nostri, passando per la “rivoluzione” di Mani pulite.

E c’è da divertirsi, perché Fini non è tipo da intartufarsi nel buonismo o nel pietismo da soap che trafigge spesso pur navigati intellettuali. E’ un continuo mazzolare la casta politico-industrial-capitalista da ben prima che scoppiasse il tormentone da bestseller di Stella e Rizzo: cade Bettino, alla faccia di pelose e postume riabilitazioni; cade ovviamente Berlusconi, sul quale gli articoli raccolti sono fin troppi, a testimonianza però che, piaccia o meno – per motivi economici o politici –, è sempre lui a condurre le danze; cadono gli intellettuali bolsi del “pensiero unico” e quelli boriosi del “bacio della morte”, alla Scalfari, Veca, Giorello, Cacciari. Insomma, cadiamo tutti e cade l’Italia, quella dell’ignobile tradizione dell’“armiamoci e partite”, dalla cultura inguaribilmente gattopardesca. Si può essere d’accordo, oppure no, con quell’amaro in bocca che lascia la lettura del Fini-pensiero.

Che in un aspetto però sbaglia, e alla grande. Quando dice che “eppure Mani pulite ci ha liberato dal vecchio regime”. Certo, erano gli anni del furore forcaiolo e della giusta voglia di pulizia, di cui anche Fini sposò la causa. Ma non è ironico e un po’ beffardo parlare ancora di Seconda repubblica, dato che da noi nessuna riforma costituzionale ha giustificato a buon diritto il passaggio dalla Prima? Liberarsi del vecchio regime non presuppone quantomeno una classe dirigente nuova, rinvigorita e fresca? Domande retoriche, certo. Guardare gli attuali emicicli di Camera e Senato aiuta a darsi una risposta, stile Marzullo. E allora?

Allora se di “rivoluzione” per Tangentopoli non si può parlare, come dice Fini, perché di semplice ristabilimento della legalità si trattò, neppure è lecito rifarsi al vecchio regime cestinato: ché a stonare sono i due aggettivi. D’altronde si sa, da noi la rivoluzione (sic!) non è mai italiana, ma solo “all’italiana”.

1 commento a “Ma Tangentopoli non fu affatto una rivoluzione”

  1. [...] sua bicicletta le cose non andavano proprio.Continua a leggere il post originale su The Front Page: Ma Tangentopoli non fu affatto una rivoluzioneSharePotrebbero interessarti anche questi post:A “Raiperunanotte” va in onda la rivoluzione [...]

  2. TNEPD scrive:

    Cio’ che accadde nei sedici anni successivi all’entrata in politica di Berlusconi (indotta appunto dall’esperienza di Tangentolopoli ) ce lo ricordiamo quasi tutti. La guerra tra gli Zar della finanza globale (la cui arma principale e’ la UE) e la Trimurti “italiana” (Vaticano, mafie, parte dell’establishment USA) degenero’ nella compravendita sempre piu’ sfacciata di uomini, cariche e brandelli sparsi di potere locale.
    Altro da registrare? Non mi pare.

    Oltre ogni piu’ pessimistica previsione, la seconda repubblica si e’ rivelata, a conti fatti, peggiore della prima. Ma destino vuole che oggi si sta aprendo una stagione sociale e politica molto simile a quella che produsse Tangentopoli (o Mani Pulite che dir si voglia). Abbiamo un’altra chance.

    TNEPD
    http://tnepd.blogspot.com

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