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Napoli, l’Africa, l’Italia

Da quando è finita la mia breve esperienza di amministratore in Campania, ho cercato di non esprimermi su Napoli. Intanto perché verso la mia città nutro sentimenti troppo forti per parlarne con adeguato distacco. E poi perché nel mio caso sono sempre in agguato i ri-sentimenti: ecco come siamo finiti, quanti errori sono stati commessi e quanti ancora se ne fanno. Con annessi corollari: io l’avevo detto, d’altronde cosa c’era da aspettarsi. E relative, implicite e penose conclusioni: ci vorrebbe ben altro, io avrei fatto diversamente, ecc…

Poi improvvisamente succede, come in questi giorni, che tanti classici temi napoletani tornano insieme alla ribalta. Si scoprono le infornate di assunzioni clientelari, le prebende in articulo mortis per i sodali del regime, i dissennati sforamenti di bilancio, gli improbabili annunci di grandi eventi che non si faranno, compreso il progetto di Bagnoli futura, che torna, come Nosferatu, a popolare gli incubi dei napoletani. Sono tipici scossoni da cambio di regime. I nuovi arrivati sostengono che finalmente si scoperchia il malgoverno di Bassolino. La sinistra riprende la stanca litania sul “vecchio che torna”, un suo must. Nessuno si interroga sulla vera natura del disastro degli ultimi venti anni. Che però ha la bontà di manifestarsi più o meno in contemporanea, quando la manovra di Tremonti annuncia il mancato finanziamento di qualche piccolo santuario locale.

A questo punto tutti insieme appassionatamente, senza distinzioni, destra e sinistra, intellettuali intorpiditi e politici da giaculatoria, entrano in azione dando il meglio di sé. Cominciano a scorrere le eterne lacrime napoletane: Roma ci toglie risorse, il Sud è abbandonato a se stesso, siamo negletti e sacrificati. Si leva il noto spleen: lamentoso, gregario, senza dignità.

Dignità, invece, ne ha da vendere Dambisa Moyo, giovane economista e consulente originaria dello Zambia. Ha scritto La carità che uccide, un bel libro che racconta gli enormi danni provocati dagli aiuti pluridecennali del mondo sviluppato all’Africa subsahariana. Un fiume di denari – qualcosa come 1000 miliardi di dollari – distribuiti dagli anni ’50 ad oggi in forma di progetti di cooperazione, aiuti umanitari, sostegni assistenziali, con l’entusiastico avallo delle stelle del pop occidentale, di associazioni terzomondiste foraggiate dagli Stati e di tanti politici con la lacrimuccia facile. I soldi avrebbero dovuto portare benessere, crescita, sviluppo. Hanno invece stroncato un mercato già asfittico, hanno aumentato la povertà, hanno diffuso corruzione a piene mani.

La Moyo sostiene una ricetta radicalmente diversa per lo sviluppo dell’Africa. Basta con gli aiuti assistenziali e a pioggia. Bisogna spingere gli investimenti stranieri, creare opportunità per l’esportazione dei prodotti locali, allargare lo spazio del microcredito, concedere incentivi a chi intraprende in uno spirito di competizione e di crescita del mercato. Cose che da qualche parte cominciano ad accadere, grazie ad investitori cinesi, indiani, brasiliani, con effetti benefici sull’economia di parti della regione.

L’Africa subsahariana ha grosso modo 800 milioni di abitanti, e ha ricevuto 1000 miliardi di dollari in 50 anni. La Campania di abitanti ne ha 6 milioni, e negli ultimi 20 anni di miliardi (di euro) ne ha ricevuti 20. Dall’Unione europea o dallo Stato, in forma di fondi Por, Pon, Fas, e così via. Fate da soli i conti. Così, giusto per capire quanti soldi sono arrivati pro capite, e se ne sono stati destinati di più ai nostri fratelli africani o a noi. E poi guardatevi intorno, cari compaesani. Non vi sembra che anche da noi, fatte le debite proporzioni, le cose siano peggiorate? Gli indicatori socioeconomici questo dicono. E quanto alla civiltà complessiva dei luoghi che abitiamo, beh, ne parliamo al prossimo post.

Conclusione. Solo il mercato salverà l’Africa. Solo il mercato salverà Napoli. Una città la cui storia sembra scritta per il mercato, per esaltare la creatività, lo spirito di impresa, la voglia di emergere e crescere. E che invece è stata avvilita e spenta non da un uso sbagliato (come si sostiene con ipocrita pudicizia) del denaro pubblico, ma dalla sua stessa esistenza. Imprenditori con la mano tesa ad aspettare contributi, disoccupati di professione in corteo per l’assistenza, vecchi giovani in fila per il prossimo concorso pubblico. Che l’Unione europea ci salvi nel 2013, quando i Fondi finiranno: nessuno pensi a prorogarli. Nel frattempo ci salvi Tremonti, con un po’ più di coraggio. Lavori, senza concessioni a pressioni, corporazioni, lamentazioni, ad estirpare, nel Sud, la maledetta cultura dell’assistenza.

28 commenti a “Napoli, l’Africa, l’Italia”

  1. [...] ho cercato di non esprimermi su Napoli.Continua a leggere il post originale su The Front Page: Napoli, l’Africa, l’ItaliaShareNon ci sono post correlati.Leave a comment!Click here to cancel reply »Add your comment [...]

  2. Ciro scrive:

    I fondi per l’Africa in effetti hanno solo fatto ingrassare le varie agenzie dell’ONU e le varie ONG. Sono proprio questi soggetti che fanno business sulla pelle dei poveri africani.

    Invece l’Unione Europea dovrebbe rivedere la PAC e favorire l’import di prodotti agricoli dall’Africa.

  3. Paolo Pantani scrive:

    Domani, su impulso del mio club, seguirò un itinerario del Maggio dei monumenti 2010, vicino casa, al Monte di Dio, è una strada, a Napoli, non un nome d’arte.
    Ho preparato alcune schede, veritiere, all’Archivio Storico Militare, ahimè non visitabile domani, per assenza di fax di richiesta del Comune.
    Nel 1861, i piemontesi si presero tutte le carte idro-geologiche e cartografiche del Regno e le mappe catastali per trasferirle a Torino, penso siano ancora nella capitale sabauda.
    Il catasto era uno storico reitaggio del vice-regno austriaco, fu esportato da Napoli a Milano, al piccolo ducato di Milano, prima opera pubblica austriaca in Italia.
    Nulla contro il mercato, ma non è che fra trasferimenti di fabbriche, appropriazione indebita delle casse, in soldi e oro, spostamenti di carte, ci hanno SOLO espropriato?
    Adesso, con la classe dirigente meridionale sempre in veste gregaria e subalterna agli interessi del nord, vedi monnezza, ci vogliono pure convincerci che non ci spetta niente, dopo essersi fottuti pure i FAS.
    Claudio, finiamola, qui il gioco diventa duro e lo sai, duro sappiamo giocare.

  4. [...] Da quando è finita la mia breve esperienza di amministratore in Campania, ho cercato di non esprimermi su Napoli. Intanto perché verso la mia città nutro sentimenti troppo forti per parlarne con adeguato distacco. … Leggi la notizia alla fonte » [...]

  5. [...] Il seguito di questo articolo: Napoli, l'Africa, l'Italia | The Frontpage [...]

  6. Paolo Pantani scrive:

    Una altra cosa, giusto per chi vive a ROMA, SPQR.
    Mi trovavo alla prima teatrale della Cavalleria Rusticana del Sancarlo alle Terme di Baia, spettatore pagante,lo spettacolo fu interrotto su intervento di dieci , dico dieci, manifestanti, che lanciavano sporadici comunicati contro la crisi dei rifiuti.
    A parte che quei dieci, mai li avevo visti, invece di allontanarli, si sospese lo spettacolo e fummo costretti a vederne un altro una decina di giorni dopo, la Carmen di Bizer.
    ‘Sta storia fu la scusa per commissariare anche il Sancarlo, commissariato a tutt’oggi.
    Da spettatore, autore e conoscitore di tumulti, quelo di Baia mi sembrò subito impupazzato, come l’incidente di Ual-Ual, un casus belli per commissariare anche il Sancarlo.
    Con il senno del poi, ho capito che quello che avevo intuito è vero, sui grandi eventi c’era una cricca, come tutto il paese è “incriccato”, ma la colpa è di Napoli?
    Lungi da me difendere Bassolino e tu lo sai, primo oppositore storico sono stato io, ma non vi sembra di esagerare?

  7. Liutprando scrive:

    Bel pezzo CV. Meno chiacchiere e più fatti sono una panacea. Se non ci riuscirà la nazione, ci riuscirà il suo fallimento.

  8. Cesare Luigi scrive:

    Caro Velardi anche lei dimostra coraggio e lucidità come Dambisa Moyo. Sono d’accordo: se soltanto si volessero valorizzare la intelligenza, certo condita da un bel pizzico di furbizia, e la creatività dei napoletani, e rispettandoli soprattutto, la cosiddetta questione napoletana diventerebbe una risorsa anche per il paese intero. Invece, sinora, chi aveva in mano le leve del potere centrale, tra i quali non pochi napoletani e meridionali, e locale, ha proceduto a tacitare qualsiasi voglia di fare. A chi comanda fa tanto comodo mantenere dei “dipendenti” pigri. Destra e sinistra (a parte che non riesco più a capirne i significati attuali)non hanno il coraggio nè la dignità di prendere delle decisioni “chirurgiche”, cioè di potare decisamente la pianta, di toglierle i rami secchi e i polloni che ne succhiano la linfa, perchè la pianta cresca vigorosa. Certo che la potatura energica fa male e si possono perdere consensi e voti, ma allora, cari signori, il vostro specchio è bugiardo: guardate bene, non siete dei leader-leoni, ma dei quacquaraqua.
    Caro Velardi, mi consenta una provocazione. Con tutto il rispetto per il 150°, come si immagina lei il nostro meridione se anzichè essere stato “annesso a”, fosse una regione distaccata della Germania? Io la immagino come una robusta locomotiva culturale-turistica-agricola-artigianale ad alta competitività europea? E lei?

  9. Mario Giardini scrive:

    Bisognerebbe prendere atto che, neppure dopo 150 anni, siamo riusciti a diventare una Nazione. E che mai lo diventeremo.

    La soluzione più onesta sarebbe dunque quella che hanno adottato cechi e slovacchi: fra l’altro dimostrando che si può fare senza spargimento di sangue.

    Molte delle competenze dello stato sono già passate alle regioni. Quel che resta è facilmente trasferibile e suddivisibile: tutti i maggiori enti hanno uffici regionali: Agenzia delle Entrate, Banca d’Italia, INPS, ecc.

    Gli assets fisici vanno alle regioni su cui sono edificati. Il debito ripartito pro capite. Le eventuali attività nello stesso modo.

    Si chiuda la società per mancato raggiungimento dello scopo sociale.

    L’anno giusto per farlo sarebbe proprio il 2011.

    21 nuovi stati e avremo l’Europa a 48 (sempre che ci vogliano).

    Fine di una storia politica ingloriosa, scaduta a volte in farsa, altre in tragedia.

    Si celebri dunque il trionfo di “culture” incompatibili. Sarebbe ora.

  10. Liutprando scrive:

    Aaaaahhhhhh, che bel leggere …. :)

  11. S-concerto scrive:

    per CV: d’accordo ad abbattere qualche santuario locale. Ma chiudere il rubinetto per l’Istituto per gli Studi Filosofici o per il CIRA non le sembra una manovra un attimo azzardata? anche perchè dà fiato alle solite voci che vogliono il centro destra come covo di pedofili arricchiti senza cultura, disposti a farsi scudo con qualsiasi cosa pur di arrotolarsi nell’immobilismo tipico del conservatorismo di certa (tutta?) sinistra

  12. stefano-emme scrive:

    caro Claudio,
    la iervolino ha provevdiuto all’ennesima infornata di nomi triti e ritriti del bassolinismo. siamo una regione senza speranze.
    Ed il ras che venne da afragola ha lasciato solo macerie. e consulenti che si sono arricchiti (legittimamente eh, sia chiaro) nel corso degli anni.
    gente che non aveva di che vivere e che ora si è creata una posizione grazie al sottogoverno bassoliniano.
    abbiamo il coraggio di dirlo, sarebbe cosa buona e giusta

  13. stefano-emme scrive:

    ops scusate era “provveduto”
    :)

  14. andrea lucangeli scrive:

    Un quotidiano britannico (con il classico stile asciutto anglosassone)ha ben definito quelle terre da Roma in giù: “bordello”…
    Evidentemente hanno degli sporchi leghisti in redazione…

  15. andrea lucangeli scrive:

    Rettifico: è un settimanale, The Economist.

  16. [...] Per approfondire consulta la fonte: Napoli, l’Africa, l’Italia [...]

  17. Paolo Pantani scrive:

    Qui esiste una drammatica asimmetria informativa.
    Chi ha scritto il pezzo, ha contrinbuito in maniera deteminante alla nascita di un regime intrinsecamente arretrato, culturalmente e professionalmente, chiuso e settario, tristemente noto per avere sbagliato il ciclo dei rifiuti, tragedia ancora drammaticamente irrisolta.
    Chi ha combattuto contro la cappa bassoliniana, vede adesso l’assessore dell’ultima infornata fare la critica, ma solo agli altri, rimasti a contemplare il disastro.
    Eppure ha sostenuto che Bagnoli è uno scandalo vero, giusto, ma su questo siete voi a dovere fare autocritica, mica chi era fuori dal cinema e adesso lo vede bruciato, insieme a chi è uscito al’ultimo momento, ancora con la lira in mano, lo strumento, non il “soldo”, almeno questo, giustamente rifiutato.

  18. poa scrive:

    monumentale sempiterno vela! quello che dici è orocolato. dio ci guardi dagli aiuti! questa città è una cornucopia di gente eccezionalmente capace di raggranellare risorse anche in un contesto di enorme difficoltà. qui la chiamiamo arte di arrangiarsi. ma un economista fico sarebbe capace di prenderci un nobel per la microeconomia. però poi gli aiuti guastano tutto, imputridiscono gli spiritelli animali, addormentano le belve, ingrassano i maiali. lasciatela da sola, lasciateci da soli, e questa città farà faville

  19. sophia colpiacca scrive:

    Ok, Claudio. Tutto a posto. Se ce ne fosse stato bisogno ecco chiarite le tue ragioni dell’abbandono da assessore al turismo….grazie, però, per averci provato. E’ stato bello. Il primo blog ,il tuo, dove un esponente dell’amministrazione campana rispondeva veramente e di persona su temi talvolta “imbarazzanti” ma anche su come una città come Napoli , capitale della canzone classica, lasciava cantare i suoi tesori a improvvisate orchestrine rumene senza incentivare l’arte che l’ha resa famosa nel mondo, senza che un turista potesse avere un posto dove ascoltarla…posti di lavoro (privato) mancati, cultura vilipesa…ricordi?
    Dove parlavamo già due anni fa dei fondi pericolosissimi per Bagnoli Futura e dell’opportunità di farne arrivare altri.
    E dove si poteva leggere on line la tua agenda e il tuo statino paga…RIVOLUZIONARIO.

    Qui è ancora tutto come prima. Io non sono riuscita a parlare con il presidente del’ETP, parlare, capisci?
    La programmazione turistica è frammentaria e non coinvolge strutturalmente i soggetti interessati…è più comodo e proficuo organizzare quattro spettacoli raffazzonati nelle more di ricevere qualche fondo , che sedersi e lavorare di programmazione…..

    Io, però, non mollo….(a parte qualche ruga…) :)

  20. Un esule scrive:

    Da ex napoletano di complemento vorrei evidenziare una sensazione che mi ha sempre molto colpito.Una cosa e’ Napoli, la citta’ da Bagnoli a Gianturco, un’altra e’ la sua spaventosa suburra, urbana ed extra-urbana, dove altro che S.Carlo o spettacolini di jazz…. di questa sottocultura che volete fare?
    Bagnoli. Conosco benissimo la location, e gli interessi che dic

  21. Paolo Pantani scrive:

    Gli ex si escludono da soli, a prescindere, questo è campo di battaglia che si apre, oggi, si decidano i fora-usciti, o tornano, decidendo dove stare, o tacciano, per sempre.
    Se pensate che, l’istituto italiano di studi filosofici e il CIRA si possono eliminare, eliminate la orchestra nazionale rai di roma e l’accademia dei lincei, mi dispiace per Galilei, ma le “linci” non sono situate solo sopra IL GARIGLIANO, anzi, le astuzie delle linci, qui ve le possiamo insegnare.
    Solo che la Patria è Patria, aldilà di ogni “cazzimma”, è l’interesse comune.
    Se volete, accomodatevi, mica resteremo a guardare, fa bene il pd a essere prudente, ma chi se lo fila?

  22. mariotodisco scrive:

    VELARDI COME SEMPRE CONCORDO SU TUTTO.PURTROPPO NAPOLI è SU UN PIANO INCLINATO LA NOSTRA SORTE SARA’ LA FOGNA…sono stato sempre di sinistra ,ma ora non credo più a niente nessuno ci salverà…BASSOLINO è stato sempre una fetecchia….ipocritae criccaiuolo…..auguri a te perchè hai la possibilità di esprmere liberamente ciò che pensi ed hai un tuo uditorio,perchè come tu sai benissimo i quotidiani non pubblicano pensieri non allineati ai loro……..

  23. poa scrive:

    @ paolo pantani
    vogliamo parlare dei gloriosi uomini-lince? una catena di favori personali, neppure il nobile cencelli, soltanto amici degli amici, una catena di piccoli favori personali che (oggi) porta dal medio al basso e dal basso all’abisso, il solito effetto della moneta cattiva.
    e di linci partenopee ce ne sono molte…

  24. un esule scrive:

    Probabilmente in Lombardia se non sei ciellino manco trovi un gabinetto libero, ma la politica partenopea e’ ancora troppo legata a sistemi lauristi.

  25. roberto scrive:

    CV
    ho sempre seguito con interesse i suoi articoli, libri, interventi.
    Non le nascondo che ho provato un poco di delusione quando lei accettò di entrare in squadra con Bassolino.
    Non giudico mai prima di capire bene: il suo articolo mi fa capire tante cose e lo trovo davvero sincero.
    Chi affronta percorsi impegnativi, si misura con il governo delle istituzioni, non è attaccabile sul piano dei principi e dei valori, credo possa tranquillamente giungere alle sue conclusioni.
    E’ difficile cambiare le cose, in questo paese, se non impossibile.
    Da ragazzino ho conosciuto sindaci e uomini politici carismatici, poco scolarizzati, forse, ma preparati alla vita.
    Gente che sapeva dire “no” al partito, se l’orientamento non andava nell’interesse della città e dei cittadini, gente che sapeva parlare ed agire, costruendo unità fra diversi.
    Erano tempi in cui non esisteva trasporto urbano, il “rusco” veniva raccolto da netturbini muniti di triciclo a pedale con ramazza, non c’era la sanità nel territorio ed i servizi sociali latitavano.
    Non parlo di preistoria, ma degli anni ’70.
    Questi uomini ebbero il pregio, ma anche il grande difetto, di costruire solo ed esclusivamente con l’intervento pubblico i servizi utili per la modernizzazione del Paese.
    Fu così che la spesa iniziò a correre.
    Ma il Paese “teneva”, nonostante le crisi ed il doppio shock petrolifero.
    Il pubblico aveva “fame” di leggi, leggine, regolamenti, disciplinari e quant’altro rendesse distante il cittadino dall’accesso agevolato e dalla semplificazione, e le leggi vennero, insieme con i neo-corporativismi, lo spezzettamento sociale non dovuto a condizioni di mercato, ma a condizioni di “status”, le baby-pensioni, il sabato “fascista”, l’egualitarismo, la mancanza di selettività, l’appiattimento salariale, la scala mobile……..
    Negli Stati Uniti ed in Europa , alla fine degli anni ’70, la coppia Reagan-Thatcher, pur mediante una durezza senza precedenti, riscoprì il mercato come fattore di crescita e di sviluppo.
    Mi ricordo che andavo dicendo con gli amici (molti dei quali mi guardavano come si guarda ad un blasfemo in chiesa) che il primo governo democratico negli Usa e laburista in GB avrebbero dovuto guardarsi bene dal cambiare le impostazioni liberiste, anzi, potevano ritenersi fortunati che il lavoro “sporco” fosse già stato fatto.
    In Italia, invece, Statalismo a tutto gas, come nulla fosse, spesa e relativo deficit in crescita esponenziale.
    Il mondo era cambiato, l’Italia no.
    Oggi è e sarà tutto maledettamente più difficile,più traumatico: non è solo questione di sud, ma è questione nazionale tornare al mercato, fare rattrappire la “mano pubblica”, aprire a liberalizzazioni e sviluppo ove il motore non sia più lo Stato, i fondi di sostegno, i trasferimenti….. ma la libera iniziativa che parte dalla libertà individuale del fare e dell’agire.
    Anch’io non mollo mai, perchè non voglio neppure pensare ad una rancorosa rassegnazione verso il declino.

  26. Paolo Pantani scrive:

    L’Accademia dei Lincei, fondata nel 1603, è la più antica accademia scientifica del mondo; annoverò tra i suoi primi Soci Galileo Galilei.
    Fu il contro-copione costruito in seguito alla abiura di Galilei dopo il processo.
    Così come la nascita dell’Ilva a Bagnoli fu il contro-copioner alla relazione Saredo.
    Se ci tagliano la cultura, è eseguito lo strappo, a voi la mossa e le responsabilità conseguenti.
    Quando parlo di linci, a questo mi riferivo: mentre il povero Giordano Bruno, filosofo, scrittore e frate si fece appicciare a Campo de’ Fiori, senza abiurare, senza “cazzimma” volle dare LA SUA TESTIMONIANZA e nello stesso periodo, il 17 febbraio del 1600.
    INVECE il ” glucciardiniano particulare ” Galilei, si acconciò con i preti, prendendosi pure licenza di accademia, a futura memoria dei “furbi”:
    ” Pecunia publica solvere in eternum “.
    Signori, voi sottovalutate i Napoletani, da Ettore Fieramosca,al Sanfelice di Bagnoli,a Masaniello, a Francesco Caracciolo, ad Armando Diaz,a Salvo d’ Acquisto, siamo pure uomini di poche “astuzie”, di nessuna “cazzimma” , pur non essendo fessi.
    Siamo troppo signori, ma davvero, quindi vulnerabili, ma se pensano di farci fessi, è la loro fine.
    Questo è solo un elenco, studiate, basta con i luoghi comuni.
    http://www.iniziativameridionale.it/index.asp?IdSezione=13&IdArticolo=1454

  27. roberto scrive:

    Paolo Pantani
    Sei proprio sicuro che “fotocopiando” la Lega si possa uscire dalla crisi profonda di identità e di valori in cui è sprofondato il nostro paese?
    Mi ha stimolato la parte finale del tuo articolo: per quanto mi riguarda non ho mai sottovalutato i napoletani.
    Fieramosca reagì, mi risulta, quando i francesi insultarono l’italianetà, e reagì DA ITALIANO; al Liceo, credimi, era una gara dura sostenere Giambattista Vico (meglio, molto meglio, Mao, Stalin, Guevara, Castro e compagnia cantante);
    Napoli reagì con tutte le componenti sociali nelle famose quattro giornate in cui si liberò, da sola, dai nazisti……
    mi ha fatto male, molto male, vedere Napoli ridotta in quel modo, durante l’emergenza rifiuti.
    I problemi non si risolvono fuggendo altrove, ma cercando di affrontare la realtà; il problema è che il meridione fatica a produrre una classe dirigente nazionale che riprenda per mano i valori ed i concetti dei Caracciolo, dei Vico, dei grandi matematici e filosofi: il culto della libertà, la libera iniziativa,la valorizzazione del merito,il progresso sociale.
    Perdonami la battuta (non è cattiveria, ma amore per il Sud, consapevolezza che la componente “mediterranea” dell’italianità è imprescindibile dalla nostra cultura e dal nostro essere e costituisce un tratto di eccellenza, invidiato da molti) ma ci stiamo accorgendo ora di quanto sia “borbonica” questa Italia di oggi.
    Ma è quella che c’è: o la buttiamo o la cambiamo, cosa difficile come tutte le cose impegnative di questo mondo.

  28. Paolo Pantani scrive:

    Ma chi fugge? Io qui sono e qui combatto, la politica è in tutto il ciclo dei rifiuti,ovunque.
    Anche al Nord, a Roma non ne parliamo, c’è il cefalo, anemone docet.
    L’università pure, in veste di complice e co-agente, poi qui c’è la camorra a fare il lavoro sporco, vecchio cliente interno dello stato italiano, un azionista di riferimento, fa compravendita di discariche, movimento terra e trasporto immondizia, tutto il ciclo di sotto-sistema, legato al teritorio, in funzione anche di monito anti- proteste ambientaliste, ma noi le abbiamo fatte lo stesso, leggetevi il sito della assise di pal. marigliano.
    Dovevi vederli lombardi e campani all’inaugurazione finta dell’inceneritore ad Acerra, ancora adesso non funziona, lavoro tutto di marca nordica, le migliori firme sono nella fibe-impregilo.
    Ma qui sono venuti la a2a con sindaco e di milano e brescia a raccontarci la Commedia dell’Arte, BIG OPERA!
    Acerra è la Patria di Pulcinella, mai avrei pensato ad un gemellaggio con la compagnia en travesti dei legnanesi, i quali si fingono gestori del’impianto, come si fingono normalmente donne e c’era pure capitàn mata-moros, capitan fracassa, in mimetica.
    Queste sceneggiate sono tutte filmate, sono in rete, c’era pure il capo comico, con i guitti locali.
    Detto questo,mai avrei pensato che chi ha fatto due volte l’assessore con lui e il consigliere strategico delle prime campagne elettorali, non faccia autocritica,il personale politico è stato nullo, corrotto, incapace e gravemente dannoso per il territorio, in prima fila i vertici della regione, delle province e di NAPOLI, ma noi qui siamo e qui combattiamo, chi è fuori resti e si astenga dai commenti, please, terra nostra, guerra nostra.

  29. roberto scrive:

    Sbagliato.
    Finchè esiste l’Italia (ho detto Italia, non Repubblica Italiana), Napoli è anche cosa mia.
    Non si può incolpare il mondo se l’inceneritore di Acerra non funziona, come dici tu.
    Quello di Brescia funziona eccome!
    Quello di casa mia non funziona, perchè non c’è, grazie ad un bel Comitato che evidentemente pensa che l’energia si autoproduca e la spazzatura si autodistrugga come i nastri di “mission Impossible”.
    A proposito, fra i grandi Napoletani abbiamo dimenticato il Gen. Girolamo Ulloa, difensore di Venezia, il quale evidentemente pensava che Venezia fosse ANCHE cosa sua, paradossalmente guardato con sospetto dal primo governo del Regno, perchè il fratello era ministro del governo in esilio di FrancescoII, riabilitato ed “Ammesso” in Italia solo nel 1866 e nel 1872 presentò alla camera una relazione sui “due sistemi di difesa da adottarsi per il Regio Esercito Italiano.
    Benchè trattato malissimo, il buon Ulloa,anche con il brevetto da sottotenente dell’Esercito delle Due Sicilie, si sentiva ed era ITALIANO.

  30. Paolo Pantani scrive:

    la simulazione è prorio questa:l’inceneritore è fibe-impregilo, vale a dire famiglia agnelli, romiti, merloni,fininvest,benetton.
    Non uno del sud, more solito.

    Hanno fatto un mostro enorme e indirigibile.

    La a2a dovrebe gestirlo, cosa industrialmente impossibile, progetto arretrato era prima, a scartamento ridotto oggi.
    Fanno solo discariche ovunque pure nei parchi, leggi i giornali.
    Gli industriali napoletani chiesero al governo di farlo loro, stanno ancora aspettando un risposta.
    Oggi, manco il ministro allo sviluppo teniamo, è ad-interim del capo governo, serve solo a fare estorsioni alla rai.
    Informati, è tutto in rete.

  31. roberto scrive:

    Ti credo.
    So che il problema rischia di esplodere di nuovo, ma sono convinto che ci sia un modo per risolverlo.
    Si butta l’acqua sporca e si tiene il bambino.
    Detto questo, D’Amato è stato un buon presidente di Confindustria: che ne pensa lui di questo problema?

  32. Paolo Pantani scrive:

    Perchè non chiedi a lui?
    Credo che gli operatori economici debbano fare gli operatori economici, seguire il loro istinto primario, basta discese in campo, abbiamo visto.
    L’unico operatore economico che ho apprezzato in politica è stato Ronald Reagan, già miliardario in dollari con il sindacato degli attori, si è beccato pure due pallottole, ma sorridente e ottimista, ha chiuso la guerra fredda con il bluff dello scudo stellare, pazienza se ha de-regolato cose strategiche, come le banche e gli aerei.

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