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A pranzo con Sandro Pertini

Un quarto di secolo fa, esattamente nel giugno del 1985, il presidente più amato dagli italiani lasciò il Quirinale. Sandro Pertini vi era salito il 9 luglio 1978. Due anni prima dell’elezione a presidente della Repubblica, esattamente nel maggio del’76, Pertini aveva concluso un altro mandato, quello di presidente della Camera. Ed è proprio in questi due anni – dal ’76 al ’78 – che ho frequentato Pertini, ritornato a fare il semplice deputato.

Era sempre solo, Sandrino, così lo chiamavano gli amici, anche perché tutti pensavano che la sua carriera politica fosse ormai finita. Aveva 80 anni, nessuno immaginava che invece era ben lontana dall’essere conclusa. E che di lì a poco avrebbe mostrato di che pasta può essere fatto un ottantenne. Neanche io, ovviamente, immaginavo che sarebbe diventato il settimo Capo della Stato succedendo a Giovanni Leone.

Ma accadde che lo vidi, per tre giorni di seguito, mangiare da solo al ristorante della Camera, e mi fece tenerezza. Al quarto giorno mi avvicinai col vassoio in mano (a Montecitorio c’è un self-service , il ristorante è al Senato) e gli chiesi se potevo condividere il desco con lui. Ovviamente ci conoscevamo, ma non c’era niente di più che un normale rapporto fra un giornalista (che una volta lo aveva pure intervistato) e un uomo politico. Assentì e dopo un po’ capii che non aspettava altro. Evidentemente aveva proprio bisogno di scambiare quattro chiacchiere con qualcuno. Anche se quattro chiacchiere significavano che lui avrebbe parlato e il suo interlocutore avrebbe ascoltato.

Parlato di che? Ma della sua vita, naturalmente. Era uscito da un paio d’anni un libro che la raccontava: Sei condanne, due evasioni (in una copia del quale Pertini scrisse la dedica che potete vedere). Pensate: le sei condanne gli erano costate 14 anni fra galera e confino, e l’ultima era stata a morte. Un grande romanzo insomma. Peccato che il libro non si fa leggere come un romanzo. Si tratta infatti di una raccolta di documenti del regime fascista su Pertini: le informative della polizia, dell’Ovra e dei carcerieri, le sentenze delle condanne, alcune lettere o cartoline scritte dal o al detenuto o confinato, e finalmente, qualche notizia che serve di raccordo tra un avvenimento e l’altro.

Sentirsela raccontare da lui era quindi molto meglio che leggerla, la sua vita. Quasi tutti i giorni questo vecchietto coi capelli candidi, sempre molto elegante, ancora con la schiena dritta come un ventenne, mi aspettava al ristorante di Montecitorio. Mangiava prestissimo, intorno a mezzogiorno. Se dopo un po’ non mi presentavo, capiva che avevo da lavorare (oppure sapeva ch’ero fuori Roma per svolgere i miei servizi da inviato) e mangiava da solo. In due anni, comunque , ci saremo seduti allo stesso tavolo almeno duecento volte, ma forse di più.

Questi incontri conviviali che sfociarono presto in una amicizia – anche se la differenza d’età era davvero notevole: io avevo molto meno della metà dei suoi anni e quindi lo trattavo con estremo rispetto – mi consentì di conoscere Sandro Pertini abbastanza bene. Provo a farne un piccolo profilo, con le sue luci e le sue ombre, sulla base dei suoi racconti, delle mie osservazioni e di varie notizie raccolte qua e là durante e dopo i due anni di cui vi ho parlato.

Pertini antifascista e partigiano. Parlava quasi sempre degli stessi avvenimenti, spesso ripetendosi, ma non annoiava mai, perché la passione che ci metteva era sempre coinvolgente.

La fuga in Francia. Nel dicembre del ’26 inseguito da un ordine d’arresto (deve scontare 5 anni di confino) riuscì a fuggire con un motoscafo insieme al maestro (così lo chiamava) e segretario del suo partito socialista Filippo Turati, Carlo Rosselli, e altri quattro. Durante la notte furono investiti da un fortunale spaventoso. “C’erano onde enormi e un vento terribile – raccontava – e ad un certo punto credetti che non ce l’avremmo fatta. Questa è stata l’unica volta della mia vita in cui ho pensato di essere vicino alla morte”. Poi il mare si calmò e sbarcarono in Corsica.

Pertini lavoratore. Non potendo esercitare la sua professione d’avvocato, in Francia fece i più svariati lavori manuali. Aveva pur bisogno di mantenersi. Il lavamacchine, il manovale, il muratore, l’imbianchino, pure la comparsa cinematografica. Ma si arrabbiava molto – si accendeva facilmente come un fiammifero ed era assai permaloso il futuro presidente più amato dagli italiani – se qualcuno gli ricordava che aveva fatto l’imbianchino. “Hitler faceva l’imbianchino. Io ho fatto il peintre en bâtiment”, rispondeva con una perfetta pronuncia francese. E raccontava che questo del pittore-decoratore era stato il mestiere che gli era piaciuto di più (tornato in Italia non dimenticò mai questi suoi trascorsi e in anni ed anni fra acquisti e omaggi degli autori raccolse un’invidiabile pinacoteca).

L’incontro con Gramsci. Era affascinato dall’intelligenza e dalla cultura del fondatore del Pci, che incontrò nel carcere di Turi dove fu trasferito nel 1931. Mi diceva: “Mussolini aveva detto ‘Bisogna impedire a questa intelligenza di funzionare’. Conoscendolo ho capito il perché di questa affermazione” (in realtà Pertini faceva un po’ di confusione. Non Mussolini, ma il pubblico ministero Isgrò aveva detto, alla fine del processo che condannò Gramsci, “per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di funzionare”). Tra una lite e l’altra – Pertini non sopportava il disprezzo dei comunisti verso i socialisti, definiti su ordine del CC del Pcus “socialfascisti” – divennero amici. Ma per poco tempo, perché qualche mese dopo Pertini venne nuovamente trasferito, questa volta a Pianosa. “Peccato – mi diceva – mi piaceva chiacchierare con lui. Sapessi quante cose mi ha insegnato”. Si può capire la ragione di tanta suggestione esercitata dal filosofo, critico letterario e teatrale, carismatico politico di razza Gramsci sul trentacinquenne Sandrino. Il fatto è che non era mai stato (e non lo fu mai) di buone letture. Pietro Nenni, che non lo amò mai, diceva che gli aveva visto leggere solo L’Intrepido.

La fuga da Regina Coeli. Nel ’43, condannato a morte dai tedeschi insieme a Giuseppe Saragat, riuscì a scamparla, con Saragat, grazie ad una fuga rocambolesca dal carcere romano di Regina Coeli. “Nessuno ci crede – mi disse – ma io in quei giorni che tutti ci davano per spacciati non avevo creduto per un solo istante che saremmo stati fucilati. Non so perché, ma lo sentivo che Peppino ed io ce l’avremmo fatta.”

Il comizio volante. Una mattina (maggio ’44), in piena occupazione tedesca di Roma, aiutato da un gruppo di partigiani, salì in un muretto confinante una piazza di Trastevere dove si teneva mercato e arringò la gente incitandola alla lotta contro tedeschi e fascisti. Il comizio di quel temerario durò 10 minuti. Quale piazza?, gli chiesi. Lo aveva dimenticato. Ma poiché io abitavo a Trastevere, e andavo spesso a far la spesa in una piazza con un grande mercato, credetti di riconoscerla dai suoi scarni accenni: era piazza San Cosimato. Fu felice allora quando gli descrissi la sua geometria, la posizione di quel muretto, la collocazione dei banchi dei vignaroli (come si chiamano a Roma i contadini che vendono la propria raccolta nei mercati). Progettammo anche una escursione, un giorno o l’altro. Poi non se ne fece niente.

Pertini figlio e fratello. Non parlava volentieri della sua famiglia. Anche se aveva adorato la madre, non le aveva mai potuto perdonare (anche se lui lo negava: “Ma sì che le ho perdonato”, diceva) la domanda di grazia al presidente del Tribunale speciale che lei, Maria Muzio, aveva inoltrato quando lui, malatissimo (la tubercolosi si era portato via un polmone) sembrava più di là che di qua. Presentare la domanda di grazia significava arrendersi all’odiato fascismo. E lui non si sarebbe arreso mai. E infatti scrisse al presidente del tribunale chiedendogli di non tener conto della domanda della madre.

Diceva di aver perdonato anche al fratello Giuseppe che gliela aveva combinata davvero grossa. Era stato lui – fervente fascista, tanto che qualche anno dopo divenne podestà di Stella, il paese dei Pertini – a denunciare alle autorità fasciste le attività “sovversive” di Sandrino. Sta di fatto che del fratello Pippo si rifiutava categoricamente di parlare se non per dire: ”Poi è morto di crepacuore”.

Pertini e le donne. Gli piacevano assai le donne a Sandrino, forse anche perché per ben 14 anni ne aveva dovuto fare a meno. Quando passava qualche bella ragazza, nel Transatlantico o nei corridoi del ristorante di Montecitorio, i suoi occhi vispi si appuntavano su di lei. E una volta passata la bella fanciulla, discretamente (portava sempre degli occhiali affumicati, quindi solo standogli molto vicini si poteva seguire il suo sguardo) guardava il lato B. Io ridevo e lui mi riprendeva dicendo che ero malizioso. Fu così che un giorno, a forza di insistere, gli feci confessare i suoi amori di gioventù (aveva 24 anni quando fu arrestato la prima volta).

Il suo grande amore era stata una certa Mary, conosciuta a Piampaludo (piccolo paese collinare del savonese) durante gli studi per preparare la tesi di laurea. ”Era bellissima, di una bellezza dolce e insieme selvaggia”. Ma giurava che, pur ricambiato, si era trattato di un amore casto, che non era arrivato oltre al bacio. Qualcosa di più invece – anche se il gentiluomo Pertini non faceva alcuna ammissione – doveva essere successo con Rinuncola (strano nome, vero? Sembra preso da una favola), una amica della sorella Marion. “Con lei sono stato davvero felice – raccontava – ci incontravamo quasi tutti i giorni in casa sua”. Di più non diceva…

Ma la più importante delle sue love story fu quella con la fidanzata ufficiale Matilde Ferrari, detta Mati, durata ben 18 anni: dal ‘25 al ’43. In quell’anno, rientrato a casa a Stella per pochi giorni dal confino di Ventotene, la rincontrò: lei aveva 38 anni, lui 47. Un fugace saluto e via, a Roma perché la lotta partigiana lo chiamava. Lei capì che era tutto finito e non lo cercò più. Perché Sandrino chiuse così dolorosamente quella storia? Pressato dalle mie domande un giorno si lasciò andare e mi rivelò: “Non era più la mia Mati. Com’era cambiata. Dopo tutto quel tempo non riconoscevo più la donna che avevo amato”. Ma era diventata brutta?, gli chiesi. Non mi rispose mai né sì ne no. Ma è facile intuire che sì, era diventata brutta. Crudele? Forse, ma onesto. Che doveva fare, sposare una donna che non amava più? Come tutti sanno pochi anni dopo sposò (la Mati non si sposò mai, invece) Carla Voltolina, di 25 anni più giovane di lui. Di questo, di come nacque e si sviluppò questa unione, non volle mai parlare. Né con me né con altri, che io sappia. Chiusura totale.

Pertini presidente. Diventato presidente della Repubblica i nostri incontri cessarono, com’era naturale che fosse. Lo rividi solo una o due volte l’anno, anche perché a seguire la sua attività non ero io, ma i colleghi quirinalisti. Solo una volta dovetti sostituire il mio collega ammalato e andai negli Usa al suo seguito. Fu in quell’occasione, era il 1982, che mi accorsi che era diventato un attore navigato: altro che comparsa nei film francesi di nizzarda memoria! Gran narciso come tutti i grandi (specie se politici), recitava alla perfezione la sua parte di Presidente un po’ fuori dagli schemi, ma capace di gesti plateali che, prepotentemente, richiamavano l’attenzione su di lui.

Quella volta, incontrato Reagan, passando in rassegna un contingente dei marines che lo salutavano sull’attenti, prese il lembo di una bandiera e stelle e strisce e la baciò. Mai nessun altro capo di Stato estero aveva fatto una cosa del genere. L’indomani tutti i giornali americani – che in genere alle visite dei capi di Stato esteri dedicano sì e no un trafiletto – parlavano con entusiasmo di Mr. Pertini, the Italian president. Che avesse raggiunto il bersaglio lo si potè constatare appieno qualche anno dopo, leggendo una pagina del diario di Reagan: «Oggi è arrivato Sandro Pertini. Ha 84 anni ed è un fantastico gentiluomo. Abbiamo avuto un ottimo colloquio. Ama molto gli Stati Uniti. C’è stato un momento commovente quando è passato davanti al marine che teneva la nostra bandiera. Si è fermato e l’ha baciata».

Degli altri gesti plateali che hanno lasciato il segno nella storia d’Italia, fatti sempre per coltivare l’immagine del presidente popolare che ha a cuore i destini dei suoi connazionali (uno per uno e presi tutti insieme) qui ne voglio ricordare due. Ottobre 1979. I controllori di volo si rifiutano di lavorare. I cieli italiani sono deserti: nessun aereo può volare. Pertini interviene, scavalcando – caso più unico che raro – il governo Cossiga. Lo obbliga ad aderire alle richieste degli scioperanti. Il traffico aereo può riprendere e tutti inneggiano a Pertini, grande presidente. Che tuttavia esautorando il governo ha creato un pericoloso precedente costituzionale. E fatto credere a tanti lavoratori dei sevizi pubblici che basta incrociare le braccia per ottenere tutto quel che si vuole.

Giugno 1981. Un bambino di 6 anni, Alfredino, cade in un pozzo asciutto in un paesino vicino Roma, a Vermicino. Si organizzano i soccorsi per tirarlo fuori. L’impresa sembra proibitiva, anche per i bravissimi Vigili del fuoco. Pertini decide di recarsi sul posto. Le televisioni, Rai in testa, organizzano una copertura a tappeto dell’avvenimento con telecamere, inviati e tutto il resto dell’ambaradam. Un ambaradam che da quella volta ha funestato con la sua oscena invadenza tutti i grandi tragici avvenimenti di cronaca rendendo – giustamente – odiosi i giornalisti televisivi e le loro domande cretine e inopportune (Che ha provato in quel momento? Come ha passato quelle ore ? ecc. ecc.).

Mi ricevette al Quirinale una sola volta, nel gennaio del 1984, perché ero riuscito, con una campagna giornalistica per me memorabile fatta dalle telescriventi dell’agenzia Adn-Kronos, che a quei tempi vicedirigevo, a fargli ottenere la candidatura al Nobel per la pace, alla quale teneva tantissimo. Io l’avevo fatto solo perché la cosa mi divertiva, ma lui era convinto che l’avessi fatto in nome della vecchia amicizia e volle ringraziarmi. Come tutti sanno la candidatura non ebbe successo. Quell’anno il nobel andò a Desmond Tutu.

Pertini ludico. No, non voglio parlarvi della sua passione per lo scopone scientifico, gioco nel quale, peraltro, era una schiappa. Non sapeva fare lo spariglio e dimenticava le carte giocate. Se vinceva qualche partita era perché lo facevano vincere. Voglio parlarvi invece di un aspetto misconosciuto di Pertini. Il suo amore per un certo tipo di umorismo anticlericale, essendosi abbeverato per anni, prima che nel 1925 il regime lo chiudesse (e che lui finisse in galera) alle pagine dell’Asino di Podrecca e Galantara, un giornale umoristico socialista nato alla fine dell’800 e che vendeva un sacco di copie.

Ricordava nitidamente certi bellissimi disegni di Galantara che prendevano di mira Papa Pio X, quello che si scagliò contro il modernismo, per intenderci. Un altro umorista (e anche un po’ maudit) che adorava era Olindo Guerrini, alias Lorenzo Stecchetti, alias Argia Sbolenfi. Ne conosceva interi sonetti a memoria e, quand’era di buon umore, nei due anni di cui vi ho raccontato, me li recitava. Il suo preferito era questo:

Se nasco un’altra volta a questo mondo
vi dò parola che mi farò prete
e sarò così ciuco e così tondo
che mi faranno vescovo. Vedrete.

E vescovo, sarò tanto iracondo
che il Papa, per lasciar la chiesa in quiete,
mi farà cardinale e in fondo in fondo
non sbaglierà così come credete.

Poi sarò Papa. Allora, oh, staran freschi
i poveri poeti petrarcheschi
da i pudori cattolici e frateschi!

Ch’io crepi adesso se cacciar non faccio
con una bolla lunga mezzo braccio
cent’anni d’indulgenza ne ‘l Boccaccio.

E alla fine si faceva una gran risata, tanto schietta quanto contagiosa.

Gli ho voluto bene a Sandro Pertini.

18 commenti a “A pranzo con Sandro Pertini”

  1. giovanni choukh scrive:

    Gran pezzo di quel gran giornalista che è l’Onofrio Pirrotta. Grazie di pubblicare, ogni tanto, pezzi di questo livello

  2. The Lawyer scrive:

    GRAZIE …. per aver riportato l’umanità di uno dei miei miti … di un uomo che ha fatto l’Italia.

    Tutti lo sfottevano, tutti lo prendevano per i fondelli …. e lui ha fatto la storia italiana e sarà ricordato in positivo.

    Ciao Sandro.
    Ciao Presidente.
    Da un italiano che non ti potrà scordare.

  3. Mario Giardini scrive:

    Onofrio, avrei qualcosa da domandarti.

    Pertini, nel ricordo di molti italiani, è una icona.

    Io, francamente, non riesco a vederlo sotto questa luce.

    Ho conosciuto direttamente l’ultimo Pertini: quello ansioso di piacere e di applausi.

    Non nego i suoi trascorsi, anche eroici, ma mi domando: giustificano, o meglio, possono scusare un settennato fatto più sui rotocalchi e sulle prime pagine che di lavoro vero?

    O fu solo la senilità ed il suo desiderio di amore universale in quello che era e fu il crepusculo della sua vita ?

  4. onofrio scrive:

    Gentile Giardini, il Pertini “ansioso di piacere e di applausi”mi apre di averlo dscritto ampiamente nel paragrafo su Pertini presidente laddove scrivo che ” era diventato un attore navigato: altro che comparsa nei film francesi di nizzarda memoria! Gran narciso come tutti i grandi (specie se politici), recitava alla perfezione la sua parte di Presidente un po’ fuori dagli schemi, ma capace di gesti plateali che, prepotentemente, richiamavano l’attenzione su di lui”.
    Quanto alla tua domanda finale posso provare a risponderti cosi: un po’ la senilità, un po’il piacere di poter fare finalmente tutto quello che gli piaceva, senza aver qualcuno sopra di lui, che gli dicesse “no Sandrino”, questo è sbagliato. Perchè anche di questo era stata costellata la sua vita politica di socialista. Lui voleva intraprendere un’azione politica e i segretari del suo partito, da Turati a Nenni a De Martino gliela bocciavano. E in genere avevano ragione. Anche se per la verità, non sempre….

  5. Liutprando scrive:

    Sicché, caro Onofrio che c’è di speciale da ricordare? Molto diverso da Leone?

  6. onofrio scrive:

    Scusa Liutprando, come che c’è da ricordare? 14 anni passati in carcere da antifascista , e il periodo della lotta partigiana, non ti bastano? E poi era una persona simpatica, un uomo che ha contribuito a fare, nel bene e nel male la storia d’Italia. Dobbiamo buttare nella monnezza anche la memoria?
    Quanto a Leone, era un galantuomo, come poi lo stesso Pannella, chiedendogli scusa, ha riconosciuto. Come uomini , certo eranoi agli antipodi: Napoletano/napoletano l’uno, Ligure/ligure l’altro….:)

  7. Liutprando scrive:

    ‘Dobbiamo buttare nella monnezza anche la memoria?’

    Trattandosi del periodo dell’Italia che ha determinato il declino attuale, tutto socialista, che ne diresti se la risposta fosse: sì.
    Non dico dimenticare, ma almeno non ricordarlo con enfasi.

  8. onofrio scrive:

    Non so ,Liutparndo, se dici queste cose perchè, sapendomi socialista vuoi offendermi. Facciamo finta che così non è CMQ a parte il fatto che è una sciocchezza che quel periodo “ha determinato il declino attuale, tutto socialista”, la storia che dovrebbe fare secondo te? Ignorare Hitler? Ignorare Pol Pot. Ignorare Stalin? e così via ignorando…
    Ad onor del vero , infine, va detto: 1)NON è vero che il dclino attuale è la conseguenza di quel periodo;2) Ma ammesso e non concesso che quel periodo sia stato la causa di tutti i nostri guai attuali, le responsabilità andebbero ripartite fra le forze politiche di governo. E cioè : DC. PSI, PSDI. PRI, PLI. Non trovi?

  9. Liutprando scrive:

    No, non ti offenderei neanche se tu fossi il responsabile di Auschwitz o uno psichiatra di Stalin. Non offendo nella persona mai nessuno.
    Offendo volentieri le idee collettive perché nella storia sono l’origine di ogni depravazione. Raramente, io sono convinto che non lo sia stata mai, un’idea comune ad una massa critica di individui, abbia avuto un esito positivo.

    ’1)NON è vero che il declino attuale è la conseguenza di quel periodo’.

    Dimostramelo.

    ’2) Ma ammesso e non concesso che quel periodo sia stato la causa di tutti i nostri guai attuali, le responsabilità andrebbero ripartite fra le forze politiche di governo. E cioè : DC. PSI, PSDI. PRI, PLI. Non trovi?’

    Trovo. Trovo moltissimo.

    In sintesi, il farfallesco Pertini può essere ricordato amabilmente?
    Forse sì, forse no. Sicuramente non per la sua professione politica.
    Non trovi?

  10. Mario Giardini scrive:

    @ Liutprando

    Un uomo che si fa 14 anni fra galera e confino per combattere un regime liberticida, quando la stragrande maggioranza dei suoi concittadini osannano i potenti di turno, merita non solo rispetto, ma di essere ricordato, sempre e comunque, a prescindere da qualsiasi difetto personale.

  11. Liutprando scrive:

    @mario

    Caro amico, anche Valanzasca, dunque?

  12. Lucano scrive:

    @ Liutprando: comunista frustrato!!!!

  13. onofrio scrive:

    @Lucano.Magari lo fosse. Perchè i comunisti , tutti da Amendola a Ingrao , apprezzavano Pertini. Oltretutto non dimenticarono mai come si prodigò per portare sul suo aereo di presidente la salma di Berlinguier. E la sua commozione- secondo molti esagerata-ai funerali…..

  14. Mario Giardini scrive:

    @ Liut

    Supponiamo sia una battuta, la tua, e non un ragionamento. Ok?

  15. onofrio scrive:

    @MaRIO.Battuta? Me che battuta può mai essere quella di paragonare un antifascista e partigiano che a causa di questi suoi ideali si è fatto 14 anni di galera, con un rapinatore e assassino e bandito professionista che in galera ci è stato per le sue rapine, assasinii, furti ecc ecc ?

  16. fabio scrive:

    ma guarda te se un onofrio pirrotta deve vedere il suo articolo giudicato da un “liutprando”.
    roba da pazzi.
    signor Pirrotta, la prego, non sprechi un minuto del suo tempo.

  17. onofrio scrive:

    @Fabio. La ringrazio per il giudizio insito nel suo commento.Ma vorrei precisare che non sto difendendo il mio articolo , ma la memoria di un uomo che viene infangata da un tizio che non conosco ,ma che m’ha fatto lo stesso saltare la mosca al naso. Cosa che mi capita raramente (come può vedere negli altri miei articoli scritti per TFP, dove quasi mai intervengo) :)

  18. Liutprando scrive:

    @mario

    A dir la verità ho seguito il filo del tuo commento.

    ‘Un uomo che si fa 14 anni fra galera e confino per combattere un regime liberticida, quando la stragrande maggioranza dei suoi concittadini osannano i potenti di turno (…)’.

    Non è sufficiente, se poi si sostituisce, al potente sconfitto.
    A meno che faccia qualcosa di superlativo. Non mi risulta che Pertini ne abbia fatto.
    Credo, anzi, che abbia modificato il senso dell’arbitrio di un ruolo passivo come quello del presidente della Repubblica eletto da un parlamento, non dagli italiani, dandone un ruolo ancor più negativo.
    Tutti ricordiamo che uomini pessimi furono i suoi successori.
    O sbaglio?

    Dei Serenissimi che ne facciamo? Imperatori dell’universo?

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