Le preoccupazioni di Napolitano e di Washington
Lunedì 31 maggio. Quattro chiacchiere americane con Giorgio Napolitano bastano a David Ignatius, coloumnist del Washington Post, per capire che dell’Europa c’è davvero poco da fidarsi. Regge o non regge? E il bailout e le manovre lacrime e sangue con cui sono alle prese i governi nazionali basteranno a risparmiare la famiglia europea dallo scatafascio dei debiti, oppure tra due settimane siamo punto e accapo?
Insomma, ma che razza di crisi è quella europea? Giorgio Napolitano, “one of the grand old men of Europe”, è un europeista convinto – spiega Ignatius. Ma persino uno come lui riconosce che c’è una drammatica sfasatura tra l’ideale dell’integrazione economica e la realtà dell’eurozona, e cioè che con 16 regimi fiscali diversi non si fa politica monetaria. ”Con questa crisi – ragiona Napolitano – i paesi europei devono finalmente accettare che l’Unione comporta un parziale trasferimento di sovranità nazionale.” Ma questo, ai governi, non garba granché.
Il problema – continua dunque il nostro rispettato capo di Stato – è che l’Europa rimane una “unione di convenienza”. Ma siccome non sempre la convenienza dei 27 coincide con quella dei governi nazionali, a prevalere è il caos. La conclusione che ne ricava Ignatius è che magari a Bruxelles la diagnosi l’hanno fatta bene, ma sono i 16 pazienti dell’eurozona a non avere ancora accettato che non ci sono alternative a mandar giù la pillola.
L’Economist si concentra sull’austerity plan italiano. Tra una presa per il culo del “salesman” Berlusconi – quello che negava la crisi – e una acidula iniezione di perplessità sul fatto che a cospetto degli italici conti i mercati ci possano davvero cascare – il giudizio complessivo sulla manovra è di moderato scetticismo. I tagli ci sono ma non sono strutturali; le previsioni di crescita vanno prese con le pinze e poi chi dice che tutto ‘sto presunto risparmio non si risolva in realtà in una partita di giro dal centro alle Regioni? Nessuno lo può dire. E allora potrà mai bastare una semplice dichiarazione d’intenti per calmare i mercati?
“Comunque – conviene il settimanale economico – finché si rivolge al taglio della spesa piuttosto che all’aumento delle tasse, la misura potrebbe rivelarsi di aiuto alla crescita”. Ma qui – si osserva – i tagli non sono fatti per durare. Insomma – conclude – “un governo che si definisce pro-market ha ancora una volta mancato la buona occasione per incrementare gli incentivi, promuovere maggiore competizione e stimolare la produttività”. Questo – è il commento di Economist – avrebbe infatti significato sfidare gli interessi di quelle categorie produttive che in gran parte accordano il proprio sostengono a Berlusconi.


[...] la famiglia europea dallo scatafascio deiContinua a leggere il post originale su The Front Page: Le preoccupazioni di Napolitano e di WashingtonSharePotrebbero interessarti anche questi post:Il Washington Post va a Recanati e ci trova un [...]
Concordo.
L’Europa è ben lungi dal diventare una federazione (un sistema politico), cosa indispensabile per battere moneta (sovranità centrale o federale rispetto all’area di adozione della stessa).
Sono tre le cose che identificano uno Stato ( o un’area politica), ognuna delle quali risulta fondamentale e non eliminabile: moneta, esercito, sistema fiscale e legislativo.
L’Europa, per ora, possiede un solo requisito (la moneta).
Fu sufficiente un re Francese, cencioso ed indebitato fino al collo (ma con uno Stato alle spalle), scoprire il bluff della potenza economica e finanziaria dell’Italia, senza stato nè regole comuni.
Vince sempre il più organizzato, non il più forte.
L’Europa spende più di quanta ricchezza riesca a produrre (non solo l’area PIGS), ma anche e soprattutto nei paesi più forti e popolosi.
Quest’uno-due micidiale di “nanismo” politico e di “statalismo” esasperato è al vaglio, oggi, del mercato, che non è più un club esclusivo (occidente+Giappone), ma più allargato anche a soggetti che non hanno alcun timore “reverenziale” nei nostri confronti.
Oggi contano sempre di più il valore, la freschezza, l’entusiasmo e, naturalmente, i conti a posto e su questo si è giudicati.
Prima lo capiamo, meglio è.
Oppure possiamo scioperare insieme con Epifani e maledire i biechi speculatori che hanno osaato mettere l’Euro nel loro collimatore.
Il “re cencioso” è Carlo VIII, che scese in Italia nel 1470, iniziando un periodo di guerre che determinarono la spartizione della penisola e la sua perdita di indipendenza e potere economico.
[...] 31 maggio 2010 di Simona Bonfante per The Front Page [...]