rss twitter facebook youtube search
top

Spesa pubblica e riformismo socialista

L’interessante sollecitazione di Angelo Panebianco, contenuta in un articolo di qualche settimana fa (“La fine del socialismo della spesa”, Corriere della Sera del 18 maggio 2010), a riconsiderare il perimetro operativo del socialismo alla luce della crisi finanziaria che sta intaccando insieme con l’euro la sovranità europea e, con essa, quella dei Paesi con il maggior debito pubblico, assume una particolare valenza in Italia dove si avverte la necessità di riannodare, attorno ad una tradizione politica centenaria, i fili di una elaborazione politica interrotta.

Mi riferisco all’esperienza politica del socialismo italiano che, a partire dalla metà degli anni ottanta, cercò, con alterni esiti, di “fare i conti con i conti” pubblici nel tentativo di ricondurre il nostro Welfare entro un quadro di compatibilità finanziaria. Il decreto sulla scala mobile del governo Craxi e la maxi manovra del governo Amato riassumono, simbolicamente, il  difficile percorso per passare dal socialismo della spesa – o, più correttamente, da un indifferenziato assistenzialismo che è cosa alquanto diversa -  ad un “socialismo nella spesa” inteso, quest’ultimo, come tentativo di finalizzare le sempre più scarse risorse pubbliche verso obiettivi di maggiore equità sociale.

Infatti quello che è mancato al nostro Paese è stato proprio una certa qual riparametrazione dei  requisiti di accesso al Welfare che ha reso più stridente le disuguaglianze e ha finito con il mettere a rischio le prestazioni minime delle fasce più deboli della popolazione, come sempre accade quando si applicano meccanismi di contenimento lineare dei costi delle scissi da ogni considerazione in termini di equità sostanziale. Insomma è mancata l’identificazione dei “nuovi bisogni” all’insegna dei quali ridefinire un nuovo Stato sociale nonostante ancora negli anni ottanta  l’elaborazione culturale socialista ne avesse prefigurato, in qualche misura, il percorso e i possibili contenuti.

La fine di quell’esperienza e di quella stagione ha segnato un arretramento complessivo della capacità propositiva della sinistra italiana la quale anziché coniugare, in termini adeguati al mutato contesto sociale, i lemmi della sua migliore tradizione, ha preferito obnubilarne la memoria smarrendo così il suo orizzonte e la sua missione.

In un mondo che, nel frattempo, è totalmente cambiato, si può solo dire che il  socialismo del futuro sarà un “socialismo a geometria variabile” e consisterà essenzialmente nella capacità di restringere o ampliare la mano visibile dello Stato in funzione dei vincoli di bilancio e delle compatibilità macroeconomiche, nell’intento di garantire livelli di servizi secondo un meccanismo di gradualità strettamente correlato al livello di benessere economico raggiunto dalla diverse fasce sociali. In fondo già Carlo Rosselli quasi un secolo fa affermava, con lucida visione, che il socialismo “è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente” .

Andrea Pinto

17 commenti a “Spesa pubblica e riformismo socialista”

  1. Liutprando scrive:

    Mai letto nulla di più fatuo, ipocrita e falso.

    Se quelli esposti sono i presupposti, ci si può immaginare che tra poco invidieremo la Grecia.

  2. Matyt - Matteo Fontana scrive:

    “riparametrazione” “lemmi” “macroeconomiche”.

    Paroloni per persone con una clamoroso complesso di castrazione?

    Detto questo, mi preoccupa parecchio questo tentativo di riabilitazione del Craxismo…
    Il beneamato “finalizzare le sempre più scarse risorse pubbliche verso obiettivi di maggiore equità sociale” ha creato un buco di bilancio che dire spaventoso è dir poco.
    E’ si auspicabile una riorganizzazione strutturale del welfare, abbandonando gli eccessi di assistenzialismo, così come le politiche di liberismo spinto, di stampo americano, che hanno creato una società bipartita tra ricchi, sempre più ricchi, e poveri sempre più poveri.
    Ma, sicuramente, la via non è quella Craxiana, sempre se si possa attribuire una politica economica a un uomo che si è fatto pagare miliardi da un imprenditore milanese per promulgare una legge in suo clamoroso favore…

  3. Andrea scrive:

    Mi sembra una riflessione un po’ ingenerosa verso l’esperienza dell’Ulivo e del Partito Democratico (almeno sul campo economico). Minimalista mi appare poi la considerazione della capacità del liberalsocialismo di agire nel mondo globale e della crisi. Non credo nella miseria dell’idea, ma nella sfortuna elettorale e politica della stessa.

  4. massimo zanaria scrive:

    Paragonare la fase espansiva degli anni ottanta a quella attuale mi sembra un azzardo improponibile. Semmai la crisi che stiamo attraversando ricorda, per certi aspetti,quella di inizio anni novanta, con le conseguenti manovre dei governi Amato e Dini. Quelle riforme economiche furono necessarie per far fronte all’ingente mole di debito pubblico che i governi pentapartito (compresi i due governi a guida Craxi) ci avevano lasciato in eredità.

  5. [...] Link fonte: Spesa pubblica e riformismo socialista [...]

  6. roberto scrive:

    Ora che, ad uno ad uno, sono caduti miseramente e stanno cadendo i pregiudizi e le demonizzazioni verso l’esperienza riformista degli anni ’80, ci si aggrappa disperatamente all’ingente “mole di debito pubblico” lasciata in “presunta” eredita’, per continuare l’operazione “oblio”.
    Per quanto, come novelli Faraoni che scalpellavano via da tombe, monumenti, templi i nomi ed i volti dei loro predecessori (nota bene: allora come oggi campioni di questo sport erano personaggi di seconda scelta, in un quadro di decadenza e turbolenza), ci si ostini, restano alcuni fatti oggettivamente ben poco contestabili:
    1)l’elaborazione politico-culturale del PSI di allora rappresenta il punto più alto delle capacita’ della sinistra di progettare una società nuova, moderna coniugando liberismo ed attenzione per i più deboli;
    2) Milano era il traino, la locomotiva dell’intero paese; la tanto vituperata “Milano da bere” era di gran lunga più attraente, culturalmente viva e moderna rispetto alla Milano dopo la “cura” ventennale leghista e della destra, chiusa in se stessa , opaca e confusa;
    3) in quegli anni la sinistra aveva più del 40% dei consensi e, malgrado il PCI andasse declinando, era in grado di produrre idee e personaggi di grande spessore;
    4) il grave errore in cui sfiorì l’esperienza socialista fu nel non credere, nel non scommettere come fece Mitterand anni prima in Francia nella forza del riformismo rispetto all’equilibrio dei numeri nella Sinistra: dopo la presidenza del consiglio Socialista, non si doveva e non si poteva tornare al pentapartito, ma puntare dritti alla “normalità” della democrazia italiana, sottraendo al PCI ogni alibi residuo.
    Io non ho mai creduto a “mani pulite”, operazione “benedetta” per poter dividere le spoglie dell’apparato “sovietico” della nostra economia: la Telecom, l’Enel, le partecipazioni statali, l’acciaio senza disturbo alcuno, senza un’opinione pubblica, impegnata a fare la “ola” ad ogni avviso di garanzia ed a scalmanarsi nell’arena mediatica dei processi sommari e della carcerazione preventiva a scopo di estorcere confessioni.
    Ho seguito, in questi anni, il centro-sinistra in tutte le sue giravolte e contorsioni, ho sempre considerato l’ulivo, l’unione, il PD l’unica strada praticabile, nonostante l’evidenza dei fatti; non mi sono posto il problema della “sinistra” che vorrei, ho scelto quella che c’era, come credo altri abbiano scelto la destra che c’è, anzichè quella auspicabile.
    Risultato: un paese allo sfascio, tante piccole satrapie territoriali (a proposito di spesa pubblica senza controllo….), un apparato produttivo che fatica a reggere nel suo asse portante , la piccola e media impresa, perchè non ha più “colossi” di riferimento, disoccupazione giovanile al 30%, tasse spropositate per qualcuno ed evasione fiscale fuori da qualsiasi media accettabile (qualche “cervellone” ha mai pensato che possa esserci un nesso fra questi due elementi?), burocrazia padrona.
    Che facciamo, adesso?

  7. Mario Giardini scrive:

    “…non mi sono posto il problema della “sinistra” che vorrei, ho scelto quella che c’era, come credo altri abbiano scelto la destra che c’è, anzichè quella auspicabile…”

    Il problema (culturale) del paese sta tutto qui.

    La prima domanda da porsi, dunque, non è, a mio giudizio, che cosa facciamo? ma: perché? perché, nella maggioranza dei casi, beninteso, avviene questo?

  8. roberto scrive:

    Perchè? Perchè si è ottimisti, perchè ci si illude, perchè si è (forse) un poco presuntuosi, come il sottoscritto, che pensava come Nenni che bastasse entrare nella “stanza dei bottoni”….sta di fatto che qui siamo arrivati e qui stiamo, sempre più rancorosi e cattivi, oppure tentiamo di risalire.

  9. Mario Giardini scrive:

    Non sarà che l’incapacità di riconoscere quanto di buono può esserci (in termini di idee, persone, ecc) fra gli antagonisti politici rappresenta la ragione principale per la quale siamo arrivati al punto in cui siamo? questa incapacità di collaborare, riconoscere e pensare al bene comune, darsi una mano quando serve senza distinzioni di magliette, sentirsi una Nazione?

  10. massimo zanaria scrive:

    Purtroppo il sedicente riformismo craxiano rimase sulla carta, cari Andrea e Roberto. Le elaborazioni teoriche delle Cassandre di Mondoperaio (titolo di un bel libro di Coen e Borioni,pubblicato nel 1999 da Marsilio), così come la Grande Riforma proposta da Amato all’inizio degli anni ottanta mai si tradussero in forme politiche innovative, ma semplicemente in tattica politica. L’illusione craxiana di diventare il Mitterand italiano si scontrò con la dura legge dei numeri: il PSI non riuscì a superare la soglia del 14% a fronte di un PCI che aveva il doppio dei consensi. Alla fine del decennio da bere, qualche buon compagno socialista (Ruffolo, ad esempio) aveva suggerito a Benedetto Bettino di non gettarsi nelle braccia di mamma DC. Egli, dopo aver messo fuori gioco De Mita e vinto ideologicamente il “duello a sinistra”, a Muro di Berlino crollato, preferì celebrare l’apoteosi della politica socialista stipulando un’alleanza organica con Andreotti e Forlani, il cosidetto CAF. Risultato:settimo governo Andreotti e trasformazione definitiva del PSI in partito centrista. Un capolavoro di riformismo moderno, non c’è che dire.

  11. Liutprando scrive:

    ‘ha mai pensato che possa esserci un nesso fra questi due elementi?’

    No, mai pensato. Che nesso c’è?
    L’avanzata programmata della sinistra sin dalla stesura della Costituzione ha avuto l’unico esito possibile. Il fallimento.

  12. roberto scrive:

    Infatti fu quello l’errore e l’inizio della fine, cioè il CAF.
    Mitterand SCELSE quando, vincitore politico, i voti del PCF erano più del doppio rispetto ai suoi ed il muro di Berlino era ben saldo.
    Non tutto rimase sulla carta, ma tutto ciò che sta scritto sulle “carte”, grande riforma compresa, è di fresca attualità anche oggi.
    Se vuoi, un altro grave errore di Craxi fu l’atteggiamento sul nucleare, la cui non scelta pesa come un macigno anche oggi.
    Anche se allora la scelta del Caf mi fece infuriare, credimi, non vedo però oggi nessuno in grado, nel bene e nel male, all’altezza dei Craxi, Goria, Andreotti,Martelli,Forte,Macaluso, Chiaromonte…..si, uno esiste: Giorgio Napolitano.

  13. maurizio giorgio scrive:

    dato atto che la tifoseria in politica ha creato solo danni al paese intero, poi pero’ bisogna dire che il problema sono i contenuti delle politiche proposte. e ammettere, purtroppo, che la destra in questo e’ messa meglio della sinistra.

    sara’ un troglodita, ma e’ stato bossi il primo a capire che il problema del sud non si risolve con l’assistenzialismo.
    e questo negli anni in cui dalla sinistra, vincente al sud, le uniche novita’ sono state le notti bianche e la riscoperta della taranta.
    e se a destra hanno bossi a sinistra c’e’ la cgil che difende l’indifendibile: come si fa a fare battaglie contro la disoccupazione giovanile se non si parte dal ragionare su fatti scandalosi come il dover importare infermieri dall’estero e quindi dal capire come sia stata fallimentare la politica scolastica che pero’ ancora adesso si difende a spada tratta ?

    la destra e’ impresentabile, esteticamente e moralmente, ma almeno qualche idea che nasce da uno sguardo lucido della realta’ ce l’ha.
    a sinistra, saranno tutti intelettuali e premi nobel, pero’ un’idea una, che sia ragionevole e concreta, non ce l’ha nessuno. e quei pochi che le hanno vengono trattati come traditori & berlusconiani.

    p.s. per quanto riguarda craxi, lasciamolo riposare in pace: che le riabilitazioni e le ricondanne che si sentono in giro hanno tutti gli interessi fuorche’ quello di cercare veramente di capire.

  14. Liutprando scrive:

    ‘Non sarà che l’incapacità di riconoscere quanto di buono può esserci (in termini di idee, persone, ecc) fra gli antagonisti politici rappresenta la ragione principale per la quale siamo arrivati al punto in cui siamo? questa incapacità di collaborare, riconoscere e pensare al bene comune, darsi una mano quando serve senza distinzioni di magliette, sentirsi una Nazione?’

    No, ormai è chiaro ed assoluto che il sentirsi nazione non può essere.
    Non lo siamo e non lo siamo mai stati.

    Ieri Grecia, oggi Ungheria e poi …
    Piano piano arriviamo al dunque, politica o non politica. Inevitabile.
    Per fortuna.

  15. roberto scrive:

    Craxi non può riposare in pace: Falcone sottoterra ed Il suo accusatore Orlando in parlamento; Borsellino saltato in aria e Di Pietro il fustigatore dei costumi con un mini impero immobiliare; i soldati caduti in Afghanistan e non uno straccio di ministro leghista che senta il dovere, per reputazione, di essere presente l 2 giugno…..
    non si tratta di riabilitare, non ce n’è bisogno, il mondo è andato avanti, tranne che in Italia.
    Si tratta di riprendere questo cammino, con uomini nuovi in grado, attraverso la politica, di cambiare le cose.

  16. maurizio giorgio scrive:

    x roberto: appunto, andiamo avanti anche in italia. lasciando perdere il passato e i suoi misteri.

  17. Liutprando scrive:

    ‘i soldati caduti in Afghanistan e non uno straccio di ministro leghista che senta il dovere, per reputazione, di essere presente il 2 giugno…’

    Povero Roberto che non sente il dovere di non essere presente il 2 giugno (per me è stato un giorno di lavoro come un altro) per onorare i caduti in Afganistan. Caduti certo non per onorare queste istituzioni in chi ha urlato 10,100,1000 Nassirya, gode di laute pensioni e prebende. Vermi.

    ‘Si tratta di riprendere questo cammino, con uomini nuovi in grado, attraverso la politica, di cambiare le cose’.

    E tornare a quel che quella merda di socialismo aveva predisposto per noi.
    Quel che scrivo, lo scrivo senza mai essere stato di destra e solo per un poco, da molto giovane, di sinistra come troppi a quell’epoca. Poi sono guarito. Molti altri no, evidentemente.

  18. Pietro scrive:

    In fondo già Carlo Rosselli quasi un secolo fa affermava, con lucida visione, che il socialismo “è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente” .

    E’ mai possibile che in Italia ancora pochi sappiano cosa mai sia il liberalismo?

Che ne pensi? Commenta!

top