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Breviario del futebol

Bola (pallone). Vivendo da queste parti, confesso che per me è un mistero insondabile: ma è l’oggetto con cui i maschi brasiliani amano giocare di più.

Copa (campionato del mondo). Competizione nata per essere vinta dal Brasile.

Derrota (sconfitta). Innominabile, perché ingiusta, inconcepibile, indigeribile, indimenticabile. C’è uno spot alla televisione che domanda: dov’eri quando… Romario saltava più alto del mondo? Pelé faceva quel passaggio a Carlos Alberto (4° gol nella finale con l’Italia del ’70)? Dov’eri quando tutti qui piangevano perché l’Italia ci eliminava? E sullo schermo appare Pablito Rossi che corre a braccia alzate e festeggia il terzo gol nel mondiale dell’’82; subito dopo, i volti di brasiliani e brasiliane che sugli spalti, increduli, sgomenti, piangono come fontanelle.

Deus (Dio). Non si discute: da queste parti, tutti sanno che è un Soggetto che parla portoghese, indossa una maglia verde-oro, calzoncini azzurri e calzettoni bianchi. Una frase che spesso si legge sulle automobili è: Deus è fiel. Gli si perdona tutto, visto che lo si ringrazia sempre di tutto (e quasi sempre quel tutto corrisponde a quasi nulla), eccetto una cosa: che Si distragga quando gioca la Seleçao.

Dono (dono). Dono de Deus è quello che i calciatori brasiliani della Nazionale ricevono alla nascita. Ed essi, che sono gli eletti del Dio del Pallone, vengono considerati semidei. Li si perdona di ogni peccato, azione o omissione.

Futebol (calcio). Religione informale dello Stato federale del Brasile.

Goooooooooooooooooooooooolllllllllllllllllllll (gol) Orgasmo tropicale.

o Rei (Pelé ). Stanno passando una serie in tv intitolata I 50 maggiori giocatori di ogni tempo. L’Empireo del calcio. Naturalmente, un episodio è dedicato a Pelé. Si intervistano lui, e quelli che giocarono con lui, soprattutto in Nazionale. Quest’uomo è ancor oggi una legenda. Secondo alcuni, il più grande di ogni tempo in quella che fu la sua professione. Ma racconta la sua storia in modo umile, come se lui non vi avesse contribuito, letteralmente in questi termini: “Ho ricevuto un dono dal cielo. Mio padre mi disse che il mio dovere era usarlo e conservarlo. Per poterlo fare, dovevo curare il mio corpo, averne rispetto, e rispettare quello degli avversari. Credo di averlo fatto. Sono orgoglioso di ciò che sono diventato (un simbolo e un esempio da imitare per molti giovani brasiliani, l’ambasciatore par excellence dello sport brasiliano, ndr). Sono orgoglioso di essere negro. Nel corso della mia vita (oggi ha 69 anni, ndr) ho visto la condizione della mia gente migliorare costantemente. In ogni paese del mondo, anche in Svezia, incontri un negro (parla proprio così, dicendo ‘negro’, ndr) e lo trovi spesso inserito, rispettato, educato e colto, membro attivo della sua comunità. Sono orgoglioso di avere contribuito, per quanto il destino mi ha riservato, a questo miglioramento”. Dall’esordio a 17 anni fino al ritiro, 17 anni dopo, ha segnato 1283 gol in gare ufficiali. Sorride, ricordando il record. E ricorda con un sorriso condiscendente anche l’ansia che lo prese quando era arrivato al 999mo gol, e il millesimo tardava ad arrivare. Alla fine, lo fece tirando un rigore. Ride, quando dice: “Fu l’unica volta che andando verso il dischetto, mi tremavano le gambe”. Ha vinto tutto quello che c’era da vincere.  Lo speaker conclude l’episodio tv con queste parole: Pelè, mais dum nome, mais dum jogador.

Seleção (Nazionale). E’ l’orgoglio dei brasiliani. E’ venerata e amata più della Madonna. Rappresenta la materializzazione del sogno di decine di milioni di persone: evadere dalla favela, sia pure per una breve stagione. Infatti, la maggior parte dei giocatori sono di umili origini, e dopo, a fine carriera, quasi tutti vi fanno ritorno.O futebol è il mezzo più democratico ed equo, perché alla portata di tutti, per la promozione sociale. In questi giorni i grandi campioni del passato sono intervistati e mostrati in tv. Fanno tenerezza, e qualche volta francamente pena: ma non perché invecchiati. Spesso sono poveri, sdentati, mal vestiti. Ognuno però, con gli occhi che brillano, racconta di quella volta che c’era anche lui a indossare la maglia verde-oro, a rappresentare il Brasile, a essere il Brasile… E mentre raccontano la faccia rugosa si alterna alle immagini di quella partita, di quel gol, di quando lui era giovane, forte e famoso, e correva veloce, guizzando fra gli avversari, miracolo di tecnica e fantasia. A differenza di quanto accade da noi, quando la Seleção perde, tutto il Brasile piange  e si rattrista (letteralmente). Ma l’amore dei brasiliani per la loro squadra non si trasforma mai in derisione o odio. E in ciò io vedo una piccola lezione per noi italiani.

Torcida (tifoseria). Torcida significa torcersi, muoversi a passo di danza, agitarsi, scatenarsi. Sono andato al Maracanà, in occasione della partita finale del campionato brasiliano, partita che il Flamengo, squadra di Rio, doveva vincere (con una delle ultime in classifica) per conservare il primato in classifica e laurearsi campione. Quattro ore prima della partita lo stadio era pieno: 200 000 o più persone, oltre la metà erano femmine. Gli addetti ai cancelli quel giorno hanno fatto tombola: 100 o 200 reais ed entravi: il biglietto, in questi casi, è un optional. Si calcola che metà di quelli che lo avevano non sono entrati nello stadio.  Torcendo e gridando per quattro ore mi hanno rintronato come mai in vita mia. Alla fine del primo tempo, il Flamengo perdeva 1 a 0. Un silenzio tombale, interrotto da qualche singhiozzo femminile. Sembrava di  essere alla finale del campionato del mondo nel 1950, contro l’Uruguay, nel Maracanà appena inaugurato (che la Seleção perse 2 a 1, dopo essere andata in vantaggio nel primo tempo). Al gol del pareggio, segnato da Adriano, un inverecondo panzone che quelli del Flamengo ancora si ostinano a schierare in campo, la mia giovane vicina mi ha abbracciato. Al gol del 2 a 1, mi ha baciato e non mi ha mollato più. Dopo, ogni volta che la squadra avversaria attaccava, si aggrappava alla mia maglietta. Una volta si è girata, ha appoggiato la testa sul mio petto, e ha chiuso gli occhi per essere proprio sicura di non guardare se l’Atletico Mineiro segnava, come pareva dovesse fare. Da buon samaritano, l’ho tenuta stretta stretta, poverina, ben oltre la fine della partita. Naturalmente, sono diventato tifoso del Flamengo. Anche se ha la maglia del Milan, e io sono juventino. Dettagli.

Vitória (vittoria). Nirvana del tifoso, indotto dalla contemplazione della Seleção, durante e alla fine della partita. Si contano, tragiche seppur sparute, eccezioni.

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