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Ma che diavolo significa “fondata sul lavoro”?

Ciò che si scrive all’inizio di una Costituzione è importante: indica il tono del testo, la sua origine culturale e politica, i suoi scopi. Prendiamo il preambolo della più antica e bella Costituzione al mondo, quella americana: “Noi, il popolo degli Stati Uniti, al fine di perfezionare la nostra Unione, garantire la giustizia, assicurare la tranquillità all’interno, provvedere alla difesa comune, promuovere il benessere generale, salvaguardare per noi e per i nostri posteri il bene della libertà, poniamo in essere questa Costituzione quale ordinamento per gli Stati Uniti d’America.” We the people – la fonte di ogni diritto, e il suo unico utilizzatore finale, è il popolo: nel 1787 fu un’affermazione rivoluzionaria (i francesi la copieranno), oggi continua a risuonare nelle nostre menti intasate di chiacchiere come un richiamo originario alla libertà possibile.

La nostra Costituzione non ha un preambolo; il suo primo articolo recita così: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” Se il secondo comma è chiaro, ed echeggia il We the people americano e in generale il pensiero liberaldemocratico, il primo comma è a dir poco una stranezza, e senza conoscere bene la storia d’Italia risulta addirittura incomprensibile, perché insensato. Che diavolo significa, infatti, “Repubblica fondata sul lavoro”?

Si tratta di un unicum verbale e concettuale nella storia delle Costituzioni occidentali. La Grundgsetz tedesca (1949) parla di “Stato federale democratico e sociale” (art. 20). La Costituzione francese del ’58 di “repubblica indivisibile, laica, democratica e sociale” (art. 1). Quella spagnola del ’78 di “Stato sociale e democratico di diritto” (art. 1). (Per ‘Stato sociale’ s’intende, com’è noto, uno Stato che interviene in campo economico per ridurre le differenze fra i suoi cittadini e per tutelare i più svantaggiati: ed è questa, secondo la dottrina, la differenza fondamentale rispetto allo ‘Stato liberale’.)

Per trovare il ‘lavoro’ nella carta d’identità di uno Stato dobbiamo volgerci a Est. La Costituzione sovietica del ’36, supervisionata da Stalin e modello di tutte le costituzioni “socialiste” che seguiranno, recita infatti nei suoi primi tre articoli: “1. L’Urss è uno Stato socialista di operai e di contadini. 2. La base politica dell’URSS è costituita dai Soviet dei deputati dei lavoratori […]. 3. Tutto il potere nell’URSS appartiene ai lavoratori della città e della campagna, rappresentati dai Soviet dei deputati dei lavoratori.” Lo Stato “socialista” non ha cittadini, ma soltanto lavoratori: è uno Stato fondato sul lavoro.

Il testo proposto dalla “Commissione dei 75” recitava, più correttamente, “L’Italia è una Repubblica democratica”. Soltanto nel secondo comma si introduceva il lavoro, e in una declinazione palesemente “socialista”: “La Repubblica italiana ha per fondamento il lavoro e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Togliatti propose più volte la formula “Repubblica democratica dei lavoratori”; il testo poi approvato, frutto di un evidente compromesso, fu preparato da La Pira e Moro, due democristiani destinati – e il secondo tragicamente – a giocare un ruolo essenziale nella storia del ‘cattocomunismo’ italiano.

Quando il testo approvato dalla Commissione arrivò in aula, il Pci tornò a riproporre la formulazione togliattiana; ma fu Fanfani, insieme a Moro, a presentare l’emendamento decisivo, poi approvato il 22 marzo 1947, che unificava i due commi del testo originale creando così lo strano ibrido di una Repubblica “fondata sul lavoro” unica al mondo. Fanfani, più che ‘cattocomunista’, era forse un ‘cattofascista’, considerato il suo passato entusiasmo per lo Stato corporativo: ma la sostanza non cambia, e di liberale in questo, come in molti altri articoli della Costituzione italiana, c’è assai poco.

Che cos’è infatti il lavoro? “Si possono distinguere gli uomini dagli animali per la coscienza, per la religione, per tutto quello che si vuole; ma essi cominciarono a distinguersi dagli animali allorchè cominciarono a produrre i loro mezzi di sussistenza, un progresso che è condizionato dalla loro organizzazione fisica. Producendo i loro mezzi di sussistenza, gli uomini producono indirettamente la loro stessa vita materiale” (così Marx nell’Ideologia tedesca). L’uomo è dunque il creatore di se stesso attraverso il lavoro, inteso come rapporto attivo con la natura. L’essenza dell’essere umano secondo Marx non sta nell’interiorità o nella coscienza, ma nell’esteriorità, nel lavoro inteso come rapporto attivo con la natura e con la società. Il lavoro non è dunque una condanna per l’uomo, come documenta la tradizione biblica e come milioni di lavoratori hanno sempre pensato, ma è l’uomo stesso nel suo modo specifico di farsi uomo: è dunque l’unica manifestazione della libertà umana, ovvero della capacità di formare la propria esistenza specifica. Questa libertà, tuttavia, è condizionata dai bisogni materiali e dai rapporti di produzione: da qui la lotta di classe, con tutto quel che segue.

Uno Stato liberale di diritto non può evidentemente fondarsi su una tale concezione del lavoro: i diritti naturali dell’uomo, secondo Locke e tutto il pensiero liberale e democratico, prescindono totalmente dai rapporti di lavoro, e anzi indirettamente li escludono, perché si fondano sulla proprietà, correttamente intesa come estensione e, per dir così, ‘materializzazione’ fisica e misurabile della libertà individuale, che è sempre e comunque incomprimibile da qualsiasi Stato o governo.

Lo Stato totalitario rossonero è invece fondato sul lavoro (e Arbeiterpartei si chiamava infatti il partito nazista), perché vede nella schiavitù della produzione materiale l’alleato più prezioso della schiavitù morale e politica alla quale esso lavora giorno e notte. Non per caso nelle dittature proliferano i campi di lavoro. Lo Stato totalitario condanna l’uomo alla fatica e al lavoro, proprio come il Padreterno nel giardino dell’Eden, per impedirgli di essere libero; nelle società liberali moderne, invece, il lavoro è una libera scelta, mai un obbligo, né una struttura sociale solidificata. Si chiama professione e libera impresa. E in nessun caso, com’è evidente, può essere costitutivo della cittadinanza.

per approfondire: Breve storia dell’art. 1

(2 – continua)


16 commenti a “Ma che diavolo significa “fondata sul lavoro”?”

  1. andrea lucangeli scrive:

    Magnifico, questo sì è parlar chiaro!
    (PS vallo a dire – quando Ti capita – al compagno Napolitano…)

  2. ELI scrive:

    che penso??
    ….penso che non sono riuscita a leggere tutta stà palla di articolo che hai scritto…. ma che per caso stò periodo non c’hai un picchio da fare???
    … secondo me il 1° articolo della costituzione è di una semplicità estrema da capire, mentre tu ne hai fatto un pippone indicibile.
    … mi permetto di darti un consiglio, fatti assumere da libero o dal giornale e da lì suggerisci al tuo presidente come modificare la costituzione!!!!!
    ahahahahah
    The fronte page… mah!!!!

  3. jules scrive:

    Da fan di locke presumo abbia scritto alla fine del seicento, e che sia difficile oggi prescindere dai rapporti di lavoro. Non ne prescinde neanche il marginalismo, neo o vetero, che resta ultra materialista. Che il ‘il lavoro è una libera scelta, mai un obbligo’ rimane un artificio teorico più o meno rispondente alla realtà. Un utopia così come la rimozione per via costituzionale degli impedimenti eccetera

  4. S-concerto scrive:

    penso che FB si sia ritagliato un ruolo assai scomodo, che in fondo era quello di D’Alema di fine anni 90, ovvero quello di modernizzare il pensiero del popolo di sinistra e renderlo più idoneo ai compiti di governo (infatti parlava di sinistra di governo, e non sinistra antagonista, come sembra buona parte del pd e dei suoi organi di stampa) ed ai mutamenti sociali (il ridotto peso del lavoro di fabbrica, l’incremento della piccola iniziativa privata e delle professioni, ecc). Chi non cambia, muore, come spesso si dice, ma se tocchi le vacche sacre (la costituzione, la libertà di informazione, i magistrati) ecco che l’accusa di infamia subito filtra, impedendo anche i più volneterosi di affrontare temi, forse imbarazzanti, ma essenziali. Ma, coraggio FB, come si dice a Napoli, ralle e ralle se scassano pure e metall. e grazie per queste informazioni sulle costituzioni ed i loro iter, cose non facilmente leggibili nella stampa di regime (antagonista).

  5. melechov scrive:

    Fr, lo dico con rispettosa gratitudine per l’ospitalità, ben conscio di esserti quasi coetaneo: attenzione ai furori pre-senili da conversione tardiva.
    Si diventa leggeri come i testimoni di Geova.
    Certi entusiasmi vanno bene al liceo, scandiscono le scoperte culturali.
    Dire che “nelle società liberali il lavoro è una libera scelta, mai un obbligo nè una struttura sociale consolidata, e si chiama professione o libera impresa”, è ingenuo come il “sol dell’avvenire”.
    Albanese, o Alex Drastico, ti risponderebbe con l’immortale “ma chi? ma come? ma chi cazz…?”
    Come minimo è una definizione che certifica l’assoluta illiberalità della struttura economica italiana, in cui ogni professione è in mano a confraternite medievali.
    Occorre ricordare i notai? I giornalisti?Gli avvocati? I politicanti?
    Addirittura i taxisti- fasci che minacciarono il ministro Bersani?
    Mi sembri Ostellino, che continua a magnificare il liberalismo italiano che non c’è, nè c’è mai stato.
    Il richiamo al lavoro sottolinea la dignità delle professioni produttive, certo scomparse nel post-industriale.
    E allora che facciamo?
    Al posto dei metalmeccanici inseriamo le veline, neo-produttrici di videocrazia?
    Siamo seri, via.
    Non facciamoci ridere dietro, basta già Giuliano Ferrara a fare il neo-convertito ogni due-tre anni.
    Falstaff, ad essere generosi, è lui: basta ed avanza.

  6. Guido Amadini scrive:

    Esposizione perfetta; concordo al 100%. Ora che non ci sono più le “Repubbliche Democratiche” dell’ est, siamo rimasti soli con questo concetto peculiare e bizzarro nella definizione della nostra democrazia. Il fatto stesso che si possa discutere se il lavoro sia scelta o condanna (direi che, in genere, è un po’ di entrambe), dovrebbe rendere palese a chiunque che il lavoro, pur essendo un fondamento di ogni società, non può essere un fondamento della democrazia.
    La garanzia di libertà tramite il lavoro è un concetto che francamente fà accapponare la pelle (ricordate “Arbeit macht frei”?).
    Leggendo le osservazione dei “contrari” non si può fare a meno di notare quanto siano perennemente rivolti all’indietro, verso un passato i cui simboli e slogan non riescono minimamente a mettere in discussione, figuriamoci poi ad abbandonare.

  7. Guido Amadini scrive:

    Eli, perchè non ci spieghi tu, in maniera concisa e no-pippon, cosa voglia dire esattamente il primo articolo della Costituzione? Sono sinceramente molto interessato a conoscere il tuo punto di vista.

  8. Luigi Rintallo scrive:

    Se proprio infastidiscono i riferimenti liberali, proviamo a leggere Tommaso Landolfi (da Rien va)sull’art. 1:

    “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”: ma bravi! Dicesse almeno sulla bontà, sull’intelligenza o che so io. Sul lavoro che non è neppure un che, ma un mezzo e per di più un mezzo inteso come indispensabile (benché non sia punto vero). Come dire: l’uomo è un essere fondato sulla necessità di mangiare e su quella di andare a gabinetto. Fondata su un mezzo indispensabile, cioè sulla schiavitù (e di fatto…!) Beh, ciò che i primi legislatori intendono lo capisco perfino io, che chiudo la mia mente alle bestialità pubbliche, ma non potevano essi almeno risparmiarci una tale stolta formulazione? “L’Italia è una repubblica democratica”, non sarebbe stato fin troppo, ahi quanto troppo? E i posteri? figuriamoci le loro risate: codesti nostri beneamati progenitori non avevano nulla di più nobile su cui fondare le loro repubbliche? (Anche se non saranno meno stolti nel redigere le costituzioni delle loro re-private)… Questa della Costituzione italiana è davvero la formula riassuntiva di alcune sciagurate ideologie. E del resto i magni si mettono d’accordo con se’ medesimi, poiché in pari tempo predicano la dignità del lavoro e, più esplicitamente, la redenzione da esso: donde si ricava ciò che tutti sanno, che il lavoro è cosa di per sé indegna. Vero è bensì che esso è necessario ai più: che farebbero i più se non lavorassero?

  9. loremaf scrive:

    La nuova trimviri: Tremonti, Sacconi e Brunetta direbbe :
    ” fondata sul lavoro degli altri “.

    Ora è nata una nuova corrente capitana da due ottime teste lucide e pensanti: il riformisto ossequioso.
    Sagaci1

    P.S. “Perchè il gioco è questo:
    Bisogna comprendere gli altri anche nel moneto in cui ti stanno uccidendo.
    Senza mai sottovalutare la forza sbilenca dell’ironia”

  10. alelanzetta scrive:

    questo livello di rincoglionimento della sinistra ex pensante inizia ad essere molto preoccupante… Che problema c’è ad affermare che una Repubblica Democratica dovrebbe essere fondata sul lavoro? ci dovrebbe essere magari i corollari: A-il lavoro dovrebbe essere pagato, bene, per quel che vale (scusate ma lavorando all’università italiana a gratis questa non è un’ovvietà!) B- se non lavori bene vieni licenziato (nonostante “er sindacato”).
    Caro Rondolino, che proponi?
    “L’italia è una Repubblica Democratica fondato sul potere di tuo padre”?
    “L’Italia è una Oligarchia Gerontocratica fondata sul leccaggio di culo”?
    A me l’idea del lavoro piace, altro che che idea sovietica, sopratutto se iniziassero a licenziare tutti quelli che scaldano le sedie

  11. Giovanni Franco scrive:

    Io direi di cambiare l’articolo 1 della Costituzione coon uno più attuale che potrebbe recitare così:
    “L’Italia è una Repubblica più o meno democratica fondata sui quiz.
    La sovranità appartiene alle oligarchie partitiche che la esercitano nelle forme più consone ai loro interessi.”

    Magari bisognerebbe chiedersi qual’è la ragione giustificatrice non solo dell’esistenza dell’essere umano ma anche della sua ricchezza. Forse il “lavoro”, non intriso da richiami a concetti pseudomarxisti, da una connotazione etica al vivere sociale potrebbe essere una risposta.
    Certo in uno Stato biscazziere con un concorso a premi che raggiunge i record delle somme che si possono vincere, che propaganda win for life, sistemazione a vita vincendo una schedina, beh, sì, il lavoro è un concetto estraneo al modo di essere dell’Italia.

  12. orione scrive:

    chi pensa che il lavoro, la fatica, la costrizione, il cartellino da tibrare siano il fondamento della cittadinanza è anche un po’ peggio di chi concepisce il cilicio, il sacrificio e il dolore come chiavi della trascendenza.

    si tratta di ideologie sado-maso utili a fondare regimi e/o stringere il giogo.

  13. [...] This post was mentioned on Twitter by Camelot, The Front Page. The Front Page said: Ma che diavolo significa “fondata sul lavoro”?: Ciò che si scrive all’inizio di una Costituzione è importante: ind… http://bit.ly/bGOAlN [...]

  14. [...] centralità del lavoro, evidente fin dall’art. 1, è davvero ossessiva. Come in Metropolis, tutto ruota intorno al lavoro, e il principio stesso [...]

  15. Liutprando scrive:

    ‘lavoro è una libera scelta, mai un obbligo, né una struttura sociale solidificata. Si chiama professione e libera impresa. E in nessun caso, com’è evidente, può essere costitutivo della cittadinanza’.

    In fisica, il lavoro compiuto da una forza su un oggetto, è la variazione di energia.

    Tutto è lavoro: camminare, mangiare, trombare, pensare, immaginare, divertirsi. In sintesi, vivere.

    Sicché il riferimento costituzionale ha un significato nascosto o politico. Il fatto che a redigerlo ci sia stato un criminale come Togliatti, avvalora questa ipotesi.

    Per cui, sì. Il vero significato di lavoro inteso come (WP) ‘un’attività produttiva che implica il dispendio di energie fisiche o intellettuali per raggiungere uno scopo preciso: procurarsi col proprio lavoro beni essenziali o beni superflui, o direttamente o indirettamente attraverso un valore monetario riconosciuto acquisito da terzi quale compenso. Nel mondo moderno l’attività lavorativa viene esplicata con l’esercizio di un mestiere o di una professione e ha come scopo la soddisfazione dei bisogni individuali e collettivi’ è, nella sua essenza una libera scelta.

    Se non fosse per lo Stato, in Italia, che lo rende una scelta sostanzialmente inutile.

  16. Liutprando scrive:

    up

  17. tanale scrive:

    ovviamente sono d’accordo con la tesi esposta nell’articolo, l’espressione fontata sul lavoro non ha senso, e ciò sia detto senza voler offendere né i lavoratori né (soprattutto e di gran lunga) IL LAVORO. Sarebbe stato sufficiente il richiamo dell’art.4 (La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
    Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, una attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società).
    Mi spiace per chi si straccia le vesti ma nell’art.1 è evidente il tentativo (solo parzialmente riuscito) di riecheggiare il dettato costitutivo di quei regimi che fondarono il potere assolutistico sopra un malinteso concetto del lavoro, che anziché concepire il lavoro come strumento essenziale per rendere l’uomo LIBERO, utilizzarono il concetto per giustificare un potere assoluto. Purtroppo non è ancora giunto il tempo per modificare l’art.1, lo si capisce da alcuni dei commenti…

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