Come e perché la nostra Costituzione è poco liberale
Le due grandi culture che hanno dato vita alla nostra Costituzione – la cattolica sociale e la marxista – trovarono un solido punto d’intesa nell’idea che lo Stato, s’intende a fin di bene, avesse il diritto/dovere di intervenire nella vita pubblica ad ogni livello. È in questo senso che la Carta del ’48 non può dirsi liberale: è senz’altro democratica, ma alla ‘democrazia’ così come la intendevano la Dc e il Pci sacrifica senza timore molti principi liberali. Lo Stato, nella nostra Costituzione, può tutto; poiché si tratta di uno Stato ‘partecipato’, cioè democratico nelle forme e nei modi previsti dalla Costituzione stessa, il suo intervento risulta giustificato.
Ma è proprio questo il punto che separa questa visione dalla visione liberale: chiunque guidi lo Stato, e per quanto la maggioranza che lo sostiene possa essere ampia, vi sono àmbiti nel quale non è lecito intervenire. In altre parole, le costituzioni liberali servono a difendersi dallo Stato e dalla sua ingerenza; la nostra, invece, si regge sull’identità sostanziale Stato-democrazia-cittadini (quasi sempre trasformati in “lavoratori”).
La Carta, com’è ovvio che sia, riconosce anche numerosi principi liberali; ma l’impianto dei suoi Principi fondamentali ha un segno inequivocabile. I diritti del cittadino (o “lavoratore”) sono concettualmente e gerarchicamente subordinati alla collettività, si tratti delle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” citate nell’art. 2 o della “partecipazione di tutti i lavoratori” evocata nell’art. 3; lo Stato può/deve intervenire nella vita economica, sociale e civile per “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” (art. 3) senza che sia posto un limite a questo intervento; infine, il secondo comma dell’art. 4 sostiene addirittura che “ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.” Può darsi che vivere di rendita sia immorale, ma certo non può essere insostituzionale.
La centralità del lavoro, evidente fin dall’art. 1, è davvero ossessiva. Come in Metropolis, tutto ruota intorno al lavoro, e il principio stesso della cittadinanza (e dunque dell’uguaglianza di fronte allo Stato di diritto) è fatto implicitamente dipendere dall’essere un “lavoratore”. Non solo: l’unico diritto esplicitamente citato in tutta la Costituzione italiana è (art. 4) il “diritto al lavoro” – un diritto che non esiste nel pensiero liberale – mentre i “diritti inviolabili dell’uomo” – tutti quanti indistintamente, senza alcuna specificazione – sono soltanto citati nell’art. 2, e subito accoppiati, chissà perché, ai “doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”
Per capire come è articolata una costituzione liberale – una costituzione cioè che tutela l’individuo dalla collettività, dal governo e dallo Stato – è sempre utile rileggere i primi dieci emendamenti della Costituzione americana, il cosiddetto Bill of Rights (1791), che corrisponde, concettualmente, ai Principi fondamentali espressi nel primi 12 articoli della nostra Carta.
Il primo emendamento, il più famoso, vieta al Congresso (cioè allo Stato) di legiferare sulla libertà di culto, sulla libertà di parola e di stampa, sul diritto di associazione, sul diritto di rivolgere una petizione al governo. In altre parole, questi diritti sono riconosciuti all’individuo come naturali: nessuna autorità può conculcarli o limitarli.
Di particolare rilievo, e altrettanto famoso, il quarto emendamento: la prosa è settecentesca, ma l’argomento di stringente attualità: “Il diritto dei cittadini a godere della sicurezza per quanto riguarda la loro persona, la loro casa, le loro carte e le loro cose, contro perquisizioni e sequestri ingiustificati, non potrà essere violato; e nessun mandato giudiziario potrà essere emesso, se non in base a fondate supposizioni, appoggiate da un giuramento o da una dichiarazione sull’onore e con descrizione specifica del luogo da perquisire, e delle persone da arrestare o delle cose da sequestrare.”
Ma l’emendamento più straordinario – l’emendamento che mostra la dinamica della libertà, il suo movimento inarrestabile – è senz’altro il nono: “L’enumerazione di alcuni diritti fatta nella Costituzione non potrà essere interpretata in modo che ne rimangano negati o menomati altri diritti mantenuti dai cittadini”. È un’affermazione che manca in ogni altra costituzione al mondo, e che tuttavia contiene l’essenza del principio costituzionale stesso: per quanto si possa istituire un sistema di regole (e questo è senz’altro necessario), la libertà dell’individuo non può mai essere compressa.
Si potrebbe continuare a lungo; del resto, si tratta di testi e di tesi notissime. Le Costituzioni, si potrebbe dire, sono figlie di chi le scrive: e dunque non è colpa di nessuno se al posto di Jefferson abbiamo avuto Togliatti e De Gasperi. Ma sono anche madri di chi le legge: e non pare azzardato sostenere che gran parte dei problemi del nostro Paese – dall’inefficienza della pubblica amministrazione al costoso fallimento dello Stato-imprenditore, dalla farraginosità di leggi e regolamenti allo strapotere di sindacati e corporazioni – nascano dai principi scritti nella nostra Costituzione. Per questo, modificarne l’impianto con robuste iniezioni di pensiero liberale, ammesso che qualcuno ne sia in grado, sarebbe un buon servizio per l’Italia.
(3 – fine)


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“Per questo, modificarne l’impianto con robuste iniezioni di pensiero liberale, ammesso che qualcuno ne sia in grado, sarebbe un buon servizio per l’Italia.”
Per trasformarci in uno stato in cui, fino a qualche mese fa, una persona indigente non avrebbe avuto diritto a cure mediche di qualità, o uno stato che, in balia dello strapotere delle lobby economiche, ha fomentato colpi di stato e rivoluzioni, sempre per garantirsi rilevantissimi tornaconti economici…
Posso dire no grazie, caro Rondolino?
Non dico che la costituzione sia “Cattocomunista”, come se questo aggettivo fosse poi un insulto… semplicemente, ho sempre interpretato la vaghezza innegabile del secondo articolo come apertura, verso diritti che a mano a mano sarebbero stati interpretati come “inviolabili”.
Invece i diritti, caro Matteo, vengono costantemente conculcati. Grazie a qulle paroline, “fatte salve…” che tutti gli articoli di “diritti” contengono.
Faccio un esempio cretino.
Una delle battaglie di liberta’ finora perdenti in italia e’ il matrimonio omosessuale. Perche’? perche’ il sesso non ha solo un valore medico, ma anche fortemente sociale. Dal codice fiscale al voto si e’ suddivisi per sesso.
Se una persona potesse definirsi del sesso sociale che vuole….. Nessun matrimonio omo, solo matrimoni tra sessi sociali diversi…
Ma qui siamo nella fantascienza.
Sono sempre affascinato da come molti Cinquantenni e Sessantenni italiani, amino riempirsi la bocca di liberismo e pensiero liberale.
Questo dopo aver avuto un lavoro ed essere riusciti ad affermarsi nel cosidetto sistema illiberale italiano che a loro ha dato tutti i diritti lavorativi sacrosanti (garantiti dalla costituzione).
Ma ora che sono prossimi alla pensione, invocano per gli altri la flessibilità sul lavoro, la lotta al corporativismo ed altre belle cose.
“Ma qui siamo nella fantascienza”
E perchè dovremmo esserlo caro Esule?
Non è forse una delle fondamentali conseguenze del liberalismo quella della totale autodeterminazione dell’individuo…
Se ci stiamo proprio divertendo a dividere tra diritti e battaglie marxiste, socialiste, fasciste, cattoliche, liberali, credo che quella contro il matrimonio omosessuale, e quella contro il “sesso sociale” sia una battaglia prettamente Cattolica, non credi?
Ribadisco le mie affermazioni fatte nei commenti ai tuoi post precedenti (in attesa di una risposta), ovvero quelle sull’attualità di una cultura politica e giuridica attenta (oggi più che mai) ai doveri e non solo ai diritti. Per quanto riguarda l’osservazione che in ordinamenti liberali e liberaldemocratici i diritti fondamentali non sarebbero limitabili, mi permetto un’osservazione: esiste nella costituzione materiale di ciascuno stato un limite obiettivo che è quello dell’emergenza, in cui tutti i diritti inviolabili possono essere messi in forse dall’autorità statale. Di fronte alla necessità della “salute pubblica” a cedere (in periodi ovviamente limitati e controllati) è proprio la pretesa del singolo di esercitare illimitatamente i diritti che gli sono stati riconosciuti sulla carta. Pensate ad esempio alla legislazione (e alla giurisprudenza) scaturita negli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 che, determinando limitazioni temporanee anche forti ai diritti individuali, ha assegnato al potere pubblico il dovere e la competenza di preservare l’ordinamento da possibili ed eventuali attacchi. In questo caso solo la libertà di coscienza e quella di manifestazione del pensiero vengono considerate davvero intangibili.
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