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Da Prodi a D’Alema
(9-21 ottobre 1998)

Non ricordare il proprio passato, secondo un detto famoso, significa condannarsi a ripeterlo. Per l’Italia politica uscita dal collasso della Prima repubblica – probabilmente la peggiore di sempre – il passato è invece un ring dove i pugili si affrontano senza sosta, da soli e in gruppo, riunendosi e dividendosi, e con l’unico scopo di darsi una scarica di botte. Conservare la memoria dei fatti, oltre ad essere un utile esercizio spirituale, aiuta a comprendere il mondo in cui viviamo.

Con l’aiuto dell’archivio storico del Corriere, vogliamo ripercorrere gli avvenimenti intercorsi in Italia fra il 9 ottobre 1998, quando il primo governo Prodi cadde a Montecitorio perché Rifondazione comunista gli votò contro, e il 21 ottobre, quando Massimo D’Alema varò il suo primo esecutivo. Non vi sono retroscena, in questa cronologia, ma fatti, così come il più autorevole quotidiano italiano li raccontò ai suoi lettori.

Venerdì 9 ottobre – La Camera con 313 “no” e 312 “sì” nega la fiducia al governo e Romano Prodi si dimette. Scalfaro apre subito le consultazioni. In serata, Prodi parte alla volta di Bologna dichiarando: “Sono coerente, vado a casa. Non ho niente da recriminare, l’importante è non aver tradito il nostro lavoro”

Sabato 10 ottobre – Il segretario dei Ds raggiunge il premier dimissionario a Bologna. . Secondo la sintesi del Corriere, “Prodi respinge l’offerta di D’Alema: niente bis Il premier dice no a un governo con il sostegno di Cossiga: non sono uomo per tutte le stagioni Il presidente dimissionario, a pranzo a Bologna con il leader ds, si è tirato fuori: chi mi garantisce che la bocciatura non si ripeterebbe?”

Marco Minniti, coordinatore della segreteria, illustra così la posizione dei Ds: “Né larghe intese né esecutivo dei tecnici”. La “grande coalizione” (caldeggiata da Cossiga) gli appare “impraticabile”, così come la “ricucitura” con Bertinotti. E insiste per un Prodi-bis legato all’approvazione della Finanziaria.

Domenica 11 ottobre – Da Bologna, Prodi lancia la sua sfida: “Non sono un saltimbanco, non faccio trucchetti. Basta con il trasformismo che ha rovinato l’Italia”. Si tratta, secondo il Corriere, di “un’accesa requisitoria contro gli alleati tiepidi, che gli hanno proposto il Prodi bis e dunque di calpestare la sua coerenza”. L’indomani il Corriere scriverà nella sua nota politica: “La soluzione della crisi si complica. Scalfaro propende per un esecutivo tecnico guidato da Ciampi o Dini o uno istituzionale con Mancino. Cossutta ha fondato il suo Partito dei comunisti italiani, annunciando che ‘i gruppi comunisti di Camera e Senato non saranno disposti a sommare i loro voti con quelli di Cossiga’.”

In un colloquio con Ferruccio de Bortoli, Cossiga avanza la candidatura di D’Alema: “Perché no? Ha i numeri per provarci”.

Vale la pena rileggere la nota dal Quirinale scritta, come sempre in modo impeccabile, da Marzio Breda: “I consiglieri di Scalfaro parlano di ‘crisi più complessa dell’intero settennato’ e stavolta non azzardano congetture ‘perché è possibile qualsiasi sorpresa’. Ora, poiché il presidente non vuole tenere a battesimo un governicchio con un orizzonte di pochi mesi (s’è ipotizzato un “governo a tappe”, che lavori prima sulla legge di Bilancio, e poi cerchi di tirare avanti verso il voto europeo e quello per il capo dello Stato), questo scarterebbe un reincarico a Prodi. Contro il quale, del resto, pesano anche i toni preelettorali, di un mite che scopre l’‘audacia’, di ieri a Bologna: chi si proclama ‘fuori dalla politica alla fiorentina’ come può galleggiare in una soluzione necessariamente machiavellica e appunto florentin? Bocciato l’esecutivo tecnico dal vice dei ds Minniti, non resterebbe che un esecutivo tecnico-politico, per Ciampi o Dini, ma il Picconatore ha già provveduto a cassare il primo nome. E, tenuto conto del no di Cossutta a “sommare i voti dei comunisti con quelli di Cossiga”, il Quirinale si trova ormai costretto a valutar l’idea di far scendere in pista lo stesso D’Alema, l’unico grande esponente della sinistra che dialoghi con Cossiga e che abbia dunque qualche chance per rendere praticabile quell’addizione. Scalfaro sa bene che il leader diessino non considera elegante (sarebbe quasi la prova di una congiura anti-Prodi) entrare subito a Palazzo Chigi, e che comunque non vuole bruciarsi su una prospettiva minimalista. E però sa che se salta pure questo scenario, non resta che quello di un governo istituzionale. Questa di mettere in campo le alte cariche dello Stato (Mancino e Violante, o anche il ministro degli Interni Napolitano, stando al vecchio analogo precedente di Fanfani), è l’extrema ratio, per il Colle.”

Lunedì 12 ottobre – La giornata è ricca di eventi. Così li riassume il Corriere: “Giovedì Scalfaro potrebbe dare l’incarico per il governo. Cossiga e lo stato maggiore dell’Udr hanno incontrato D’Alema e i ds. E hanno trovato un accordo: “Vanno evitate le elezioni e va dato al Paese un governo che vada oltre la Finanziaria”. L’Ulivo sta facendo pressing per il reincarico a Prodi che in serata è salito al Quirinale. Maccanico assicura: “C’e’ convergenza su questo nome”. Ma Prodi fa sapere che non accetterà i voti di Cossiga. Domani il presidente del Consiglio riunisce il coordinamento dell’Ulivo. Un’altra ipotesi che si sta affermando è quella di un incarico al ministro del Tesoro Ciampi”. La nota di Gianna Fregonara ha un titolo più esplicito: “L’Ulivo preme su Prodi, ma avanza Ciampi”

Angelo Panebianco scrive un editoriale per contrastare l’ipotesi di un “ennesimo governo del presidente, denominato ‘tecnico’ (se guidato, per esempio, da Ciampi o da Dini) o ‘istituzionale’ (se guidato da un’alta carica dello Stato)”, che sarebbe il segno del “fallimento della politica”. Le sue ipotesi sono tre: nell’ordine, le elezioni anticipate, la “grande coalizione” e l’incarico a D’Alema.

Franco Marini dà conto in un’intervista a Francesco Verderami dei rapporti con Prodi: “Gli abbiamo chiesto di restare a Palazzo Chigi: alle consultazioni dal capo dello Stato, tutti i gruppi del centrosinistra, a partire da quello del Ppi, faranno il nome di Prodi. E non lo indicheremo come fosse un atto dovuto. Pensiamo che l’approvazione della Finanziaria sia uno snodo decisivo”. Proprio l’idea di un “governo a termine”, però, non piace al presidente del Consiglio dimissionario (che finora non s’è mosso da Bologna). Risponde Marini: “Lo so che qualcuno ha storto il naso. Ma non si può far finta di niente: il governo è stato sfiduciato. Quello da noi prospettato è l’unico modo per sostenere le ragioni di un reincarico, è la garanzia di un obiettivo e di un percorso limitato. Perchè dopo la Finanziaria non ci potremo sottrarre a una verifica politica”.

Martedì 13 ottobre – Colpo di scena: come titolerà il Corriere il giorno dopo, “a sorpresa ci riprova Prodi”. Scalfaro affida un “preincarico” a Prodi alla fine del giro di consultazioni; il premier dimissionario accetta di “verificare se c’è una maggioranza”, ma pone due condizioni: la coerenza con il mandato degli elettori e la praticabilità in Parlamento. “Io non cambio idea“, dichiara Prodi, respingendo subito le condizioni poste da Cossiga (“Chieda esplicitamente i nostri voti, dica che la maggioranza del 21 aprile è finita e ci conceda di trattare sui ministri”). E l’Udr apre il fuoco: “Per noi ha già fallito”.

Scalfaro spiega così la sua scelta: “Il mio era un obbligo visto che i gruppi dell’Ulivo, dei comunisti di Cossutta e dell’Udr hanno indicato Prodi”. Cossiga pone a sua volta tre condizioni per aiutare Prodi: chieda i nostri voti, dica che la maggioranza del 21 aprile è finita e ci conceda di trattare sui ministri.

Mercoledì 14 ottobre – La giornata frenetica è così riassunta da Paola Di Caro: “Come sull’ottovolante, nella giornata più pazza che la crisi abbia finora offerto, Romano Prodi è stato il premier in pectore del nuovo governo, è stato giubilato, si è trovato a camminare su un filo sottilissimo e infine ha ricevuto un no definitivo dal suo interlocutore del momento: Francesco Cossiga. Muore così dopo ventiquattro ore l’ipotesi nata fragile del Prodi-bis: il Professore salirà al Quirinale per rinunciare all’incarico. C’è chi parla di un’ipotesi estrema legata al nome di Massimo D’Alema. Ma i più vedono due sole strade davanti a Scalfaro: un governo istituzionale guidato da Mancino o da Violante [rispettivamente presidenti di Senato e Camera] o il voto.”

Una conversazione con de Bortoli aiuta a comprendere lo stato d’animo di Prodi: “A tarda sera, al telefono, la voce del premier tradisce un misto di orgoglio, rassegnazione e rancore. Si ribella all’idea che lo accusino di aver tradito lo spirito del 21 aprile. Un Prodi Uno a Bologna che grida il suo “noooo”, con orgoglio e foga quasi elettorale, e un Prodi Due che accetta, poche ore dopo, il reincarico. ‘Era mio obbligo morale e costituzionale – scandisce, appesantendo le parole, – rispondere si’ ad una richiesta del capo dello Stato, fatta nell’interesse del Paese’.”

La nota di giornata di Verderami così si conclude: “Regna un clima da otto settembre al vertice dell’Ulivo, in quello scomposto bivacco di capigruppo che attende ordini dai propri leader, nelle urla sgrammaticate di Antonio Di Pietro che attraversano le pareti e lo accompagnano fino all’uscita: “Noi non facciamo saltafossi. Mettetevi voi d’accordo con il partito delle tangenti. Il Paese capirà che vi siete alleati con Gava, Scotti e Pomicino. Così l’Ulivo non c’è più. E tu Romano, non puoi calarti le braghe, perchè così gli italiani capiranno che ti sei calato le braghe. Come puoi farlo dopo il discorso di Bologna? Se tu lasci Palazzo Chigi l’Ulivo vive. Se ci rimani con i voti dell’Udr, l’Ulivo muore”.

Giovedì 15 ottobre – È il giorno della svolta. Prodi sale al Quirinale per rinunciare all’incarico. Secondo la ricostruzione dal Corriere “Prodi, costretto a lasciare, passa il testimone ad un Massimo D’Alema “emozionato”. A mettere in pista il segretario dei Ds sono i partiti dell’Ulivo. Ma lo vuole anche Cossutta intenzionato ad entrare nel governo e a superare la pregiudiziale su Cossiga. Veltroni dice di sì, Prodi gli augura buona fortuna. […] Con una riunione dei vertici dell’Ulivo Veltroni e Prodi danno la loro benedizione formale a D’Alema: “Penso che il progetto che io ho cercato di realizzare possa essere portato avanti da D’Alema per tutta la legislatura”, e’ la dichiarazione del presidente del Consiglio. […] Alle sei di sera, i capigruppo dell’Ulivo salgono al Quirinale per proporre D’Alema capo di un governo che dopo la Finanziaria verifichi le possibilità del proseguimento della legislatura.”

Venerdì 16 ottobre – Massimo D’Alema riceve in serata dal presidente Scalfaro un “pre-incarico” per formare il nuovo governo. Sintetizza il Corriere: “Il primo discorso da premier incaricato: “Ringrazio Prodi”. E sul lavoro che lo aspetta: “Parto controvento come in tutte le regate”. D’Alema alla prova, prudenza e tre appelli. Al Polo: dialogo sulle riforme. A Bertinotti: rifletta sulla Finanziaria. Ai cattolici: non abbiate paura.”

Sabato 17 ottobre – D’Alema comincia a Montecitorio le consultazioni per il governo: “Ci sono le condizioni per andare avanti”. In serata scoppia però un “caso Ciampi”: “Il ministro del Tesoro – scrive Gianna Fregonara –, che D’Alema ritiene una personalità essenziale per formare il governo, è tentato di non accettare l’incarico. Contrariato dall’evoluzione della situazione politica ma soprattutto indignato dagli attacchi di Cossiga. Per convincere il ministro del Tesoro a restare, almeno per l’approvazione della Finanziaria, D’Alema le ha provate tutte e può contare anche sulla diplomazia del Quirinale.”

Domenica 18 ottobre – Proseguono le consultazioni. “Dopo l’appello pubblico di D’Alema e le scuse di Cossiga – scrive il Corriere – Ciampi ha accettato di restare al Tesoro anche nell’esecutivo che sta per nascere. D’Alema risponde alle critiche dell’Osservatore Romano: “Non faccio polemiche con un quotidiano di uno Stato amico”. Il premier conferma che ci sarà un ministero per le riforme (forse affidato a Giuliano Amato). Polo contro Scalfaro: “L’arbitro gioca contro di noi”. Vertice dei centristi con Cossiga, Dini e Marini. Prodi: Con questa coalizione cambia la natura dell’esecutivo.”

Lunedì 19 ottobre – D’Alema sale al Quirinale per sciogliere la riserva. Ancora dalla sintesi del Corriere: “D’Alema è salito al Quirinale con il programma della sua maggioranza controfirmato dai capigruppo, e Scalfaro gli ha affidato il mandato pieno di formare il governo. Ultimo scoglio la distribuzione delle poltrone ministeriali: la lista dovrebbe essere pronta a metà settimana. I nodi da sciogliere sono Giustizia e Pubblica istruzione. Bassolino, sindaco di Napoli, è candidato al Lavoro. Sicuri Ciampi e Amato. Il leader ds annuncia un impegno per le riforme istituzionali. Il Polo accusa: “E’ un governo clandestino, ma sulle riforme si può collaborare”. Prodi critica la nuova maggioranza: un colpo al bipolarismo. E aggiunge: “L’Ulivo è una pianta resistente.”

Martedì 20 ottobre – Il cammino del nuovo governo è più complesso di quanto sembrasse all’inizio. Secondo la cronaca del Corriere, D’Alema “avrebbe voluto salire al Quirinale con la lista dei ministri ed evitare un’altra notte di richieste e trattative. Ma ha dovuto rinunciare in extremis e rinviare. Francesco Cossiga si è fatto negare al telefono per tutto il giorno, irritato per le proposte che il segretario dei ds gli aveva fatto la mattina: senza un ministero di prim’ordine, politico, l’Udr si sarebbe sfilata dal governo. In serata, dopo una riunione dell’Udr con il suo fondatore, si era diffusa la voce di una possibile astensione. “Astensione mai”, con questa dichiarazione Cossiga ha poi spazzato via ogni dubbio, anche perché intanto era arrivata l’assicurazione da D’Alema che dei tre posti all’Udr, uno sarà certamente di “peso politico”, e si concretizza nella Difesa per Carlo Scognamiglio. Sul cammino di D’Alema ora resta un ultimo ostacolo: il ministero della Giustizia, la cui assegnazione è stato il problema dei problemi. Il presidente della Republica è stato molto esigente sulla scelta. Tanto che ieri è stato un susseguirsi di designazioni e di ripensamenti: da Salvi, a Diliberto, a Flick.”

Mercoledì 21 ottobre – Massimo D’Alema giura al Quirinale nelle mani del presidente della Repubblica. Dopo dodici giorni, la crisi è risolta. Dal Corriere: D’Alema non nasconde le difficoltà e dice ai parlamentari ds: “Ho paura. È una scalata, restiamo uniti perchè rischiamo tutti”. E a Prodi: “Devi rimanere il punto di riferimento dell’Ulivo”.


3 commenti a “Da Prodi a D’Alema
(9-21 ottobre 1998)”

  1. Liutprando scrive:

    Fu un lustro infame.
    Ricordo dilberto che dal Lerner disse:” Con Cossiga non faremo mai un governo, è quello del Gladio”. Il giorno dopo era ministro della giustizia. Il peggiore di ogni epoca.

    Che schifo rimembrare quegli anni.

  2. loremaf scrive:

    INVECE, adesso è tutta una meraviglia !

    Visto il livello meglio sorvolare.

  3. un esule scrive:

    Alfano rispetto al salvatore della >Baraldini è oro.
    Comunque, ricordo voci di corridoio che dicevano che prodi non voleva fare la guerra alla Serbia, mentre d’Alema non ebbe esitazioni.
    Sbaglio?
    Che Prodi sia umanamente un cacasotto è lombrosiano, e che d’Alema un ambizioso anche.
    Ma che ci abbiamo guadagnato a bombardare la Serbia? Solo l’unico stato europeo dove l’attività economica si basa su contrabbando e prostituzione. Il Kosovo…

  4. [...] rileggere i giornali dell’epoca per rinfrescarsi la memoria: lunedì 12 ottobre, dopo l’agitato weekend bolognese, Prodi si [...]

  5. [...] l’incipit di Da Prodi a D’Alema (9-21 ottobre 1998) su The Front Page. Qui lo stesso argomento trattato da Davide Giacalone: Idee e Memoria. Silvio [...]

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