La memoria vuota
di Romano Prodi
Romano Prodi scrive oggi al Corriere una letterina scanzonata e surreale, che pare giungere da Marte più che da Bologna, dove il Professore vive e attualmente lotta per la candidatura a sindaco.
È vero, concede Prodi, che ci furono “passaggi delicatissimi” nei giorni seguiti alla caduta del suo primo governo, il 9 ottobre 1998; ma lui, Prodi, non ne sa niente, proprio niente, fortissimamente niente. Se ne è forse dimenticato? O forse preferisce non parlarne? Macché: non c’era proprio, il Professore. E se c’era, dormiva. “Una volta preso atto del voto di sfiducia del Parlamento – scrive infatti il leader morale dell’Ulivo – sono uscito subito di scena, tornandomene a Bologna. Per questo tengo a precisare che in quei giorni ‘delicatissimi’ non ho avuto, né avrei potuto avere un ruolo poco trasparente o trasparente. Semplicemente non ho avuto alcun ruolo”.
Basterebbe osservare che nell’ottobre ’98 esistevano già i telefoni, e che passare un paio di giorni a Bologna non significa imbarcarsi per Sant’Elena. Prodi però non si limitò a tempestare di telefonate l’universo mondo, come del resto era normale che facesse un presidente del Consiglio disarcionato in cerca di rivincita; fece, altrettanto legittimamente, molto di più.
Basta rileggere i giornali dell’epoca per rinfrescarsi la memoria: lunedì 12 ottobre, dopo l’agitato weekend bolognese, Prodi si precipita a Roma proprio nelle ore in cui D’Alema è a Santa Severa per incontrare Ciampi. In serata sale al Quirinale per un lungo colloquio con Scalfaro, che gli dice con estrema chiarezza che non scioglierà le Camere e che cercherà invece in tutti i modi di dar vita ad un nuovo governo, con Ciampi o con Mancino.
È per questo che il giorno dopo Prodi “a sorpresa”, come titolano tutti i quotidiani, non soltanto accetta, ma chiede esplicitamente ciò che fino al giorno prima aveva sdegnosamente rifiutato: il reincarico. Impegnarsi a formare un nuovo governo non significa esattamente “non avere alcun ruolo” – a meno di non condividere integralmente l’affermazione berlusconiana secondo la quale il capo del governo in Italia non conta nulla.
Ma il “non ruolo” di Prodi continuò anche dopo il fallimento del suo tentativo, affossato da Cossiga; ed è un “non ruolo” che simpaticamente, secondo la natura del personaggio, dice e contraddice, fa e disfà. Giovedì 15 ottobre si riunisce il vertice dell’Ulivo. Sono presenti tutti i segretari e i capigruppo della coalizione. Presiede Prodi. All’unanimità, il centrosinistra decide di candidare D’Alema. È Prodi a formalizzare l’investitura: “Penso che il progetto che io ho cercato di realizzare possa essere portato avanti da D’Alema per tutta la legislatura”.
Ma bastano tre giorni e il Professore ci ripensa. Domenica 18 ottobre, mentre sono in corso le consultazioni, Prodi cerca di far naufragare l’accordo con l’Udr di Mastella e Cossiga dichiarando che “con questa coalizione cambia la natura dell’esecutivo.” L’indomani rincara la dose: “È un colpo al bipolarismo.” E’ l’inizio di una guerriglia che sfocerà la primavera successiva nella nascita dell’Asinello e culminerà nell’aprile del 2000 con la crisi del secondo governo D’Alema.
Quando D’Alema lascia palazzo Chigi, Prodi è felicemente seduto sulla poltrona di presidente della Commissione europea e Ciampi è al Quirinale.


Brutta pagina.
L’inizio della fine per la speranza di nascita di una forza riformista, in grado di parlare al paese, tenerlo unito con un programma di cambiamento reale, affrontare la globalizzazione e l’avvento della moneta unica.
Berlusconi era in gravissima difficoltà.
Gli Italiani, giustamente, non hanno mai perdonato il trasformismo, speravano nella “seconda Repubblica”, Di Pietro navigava alla “0,%, e si sono risvegliati nell’incubo del parlamentarismo più deleterio, con personaggi indecenti (Scalfaro primo fra tutti) che tessevano trame ed alchimie in totale spregio del voto popolare.
Il “grande leader” che si sacrifica accettando l’investitura da Presidente del Consiglio in quel modo e non dal suffragio delle urne è il principale responsabile di tutto ciò che è avvenuto (di negativo) e di ciò che NON è avvenuto dopo ( cambiamenti positivi).
Eravamo molto pochi ed isolati, in quel tempo,a considerare le elezioni anticipate l’unica via possibile di uscita per una democrazia, quando cade un governo sfiduciato in parlamento:continuo a pensare che il problema dei cento partiti comunisti, di Di Pietro, dei Verdi, ecc. ecc., avremmo potuto risolverlo grazie alla fiducia degli Italiani.
Forse, ancorchè pochissimi, avevamo ragione.
Berlusconi in difficoltà?
e chi lo ha detto o chi lo dice?
è la Sinistra che dovrebbe cambiare nome. per il PD ad esempio si potrebbe usare il nome LOST (Liberamente, Oggettivamente Sempre Tardi)
Chissà perché personaggi come Prodi si vergognano di quello che fanno o sentono. Dire la verità gli è impossibile perché vogliono apparire altro da quello che sono. Eppure non ci sarebbe nulla di male a dichiarare che era (giustamente fra l’altro) infuriato e che desiderava continuare a fare il premier. Ma non ce la fanno, è più forte di loro. Devono sembrare sempre e solo altruisti e al servizio soltanto del paese. Ma è proprio questo che li annienta come leader.
Dato che dei tanti misteri italiani non si riesce mai a venirne a capo, anzi, anni dopo nuove rivelazioni ingarbugliano ancora di più il groviglio, e dato che la non-libera stampa and non-libera magistratura vogliono fortissimamente le intercettazioni, che ne dite se si intercettassero pure i pensieri… reconditi?
Nel 1998 Berlusconi era in chiara difficoltà: erano i tempi della frattura ancora non ridotta con la Lega e di perdita di un pò di smalto di Forza Italia.
Tranquillo,Ciro: con questo centro sinistra Berlusconi ha ancora moltissimi anni davanti a se.
Rosy Bindi, Bersani, D’Alema,Serracchiani e bocciofila sono la sua polizza a vita.
[...] lettera di Prodi al Corriere e la replica di Velardi e Rondolino La memoria vuota di Romano Prodi. Qui Smemoratezze [...]
Superb ifnomraiton here, ol’e chap; keep burning the midnight oil.
oHX6TU bhrymhvpogan