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Che cos’è la libertà
quando c’è lo Stato?

Troppe leggi, leggi contorte, divieti, interdizioni, burocrazia inibiscono la libertà degli individui. C’è un tasso fisiologico di illiberalità in ogni struttura complessa. Il problema degli organismi statuali tuttavia è che tendono a strafare.

La limitazione della libertà, cioè l’abuso di un diritto naturale, in una civiltà liberale come è il Regno Unito, più che come un crimine pesa quanto un errore. Tant’è che al governo è stata mandata una coalizione Lib-Con, che sul ripristino della broken liberty si sta giocando una buona fetta di reputazione. I tempi però sono burrascosi – anche Oltremanica – e siccome la libertà, neppure lì, te la danno aggratis, il governo ha ritenuto opportuno non pretendere di poter fare tutto da solo. Ha pensato piuttosto di condividere il fardello della decisione con i cittadini, cioè i suoi datori di lavoro.

Il Vice-Primo Ministro, il liberaldemocratico Nick Cegg, s’inventa così Your Freedom, la piattaforma web della governativa libertà. Più che una Magna Charta 2.0, Your Freedom è una consultazione popolare, openissue-based. Un sondaggione, in concreto. Ma politicamente, uno strumento più sofisticato di quanto non appaia. In pratica l’utente – il citizen – va sul sito della libertà nazionale, posta un suggerimento, da un rating alle idee postate da qualcun altro e, visto che c’è, getta un occhio anche al programma di governo, già settato a Downing Street in direzione ‘libertà’.

L’obiettivo di Your Freedom – dice lo stesso Clegg nella video-presentazione – è capire dai cittadini quali leggi inutili o dannose siano da abrogare, quali le libertà civili da tutelare, quali regolamentazioni su imprese e terzo settore sia infine il caso di eliminare perché inibitrici di quella meravigliosa risorsa dell’individuo che è la sua capacità di creare, dal nulla, il nuovo. Il governo, ovviamente, i suoi progetti in proposito li ha già. Ma sai mai.

L’operazione Your Freedom – dal punto di vista della comunicazione – è parecchio astuta. Colpisce, in particolare, l’aspetto simbolico. Il concetto di ‘libertà’ – must valoriale della coalizione – viene naturalmente traslato dall’astrazione dell’idea alla concretezza del mondo reale – quello deli documenti d’identità, degli adempimenti burocratici, della discrezionalità del welfare: quella miriade di circostanze reali in cui il cittadino ha modo di provare cosa voglia dire vivere in una “libertà democraticamente condizionata”.

Se portato a rifletterci – come si propone di fare Your Freedom -, se messo in grado di creare un link tra la propria esperienza in una comunità libertofobica, e la possibilità di non dover pagare più così caro il suo minimo fee di cittadinanza, ecco che a quella specie antropomorfa che è il cittadino statosocializzato europeo la libertà si svelerà esattamente per quello che è: un bisogno primario. Il suo bisogno primario.

Ecco. Finito il giro su Your Freedom, il cittadino la libertà – e la sua limitazione – comincerà a vederla dappertutto. Al pub dove da qualche anno non è più permesso fumare, alla Bbc che campa con il suo denaro. Vedrà ‘libertà’ pure quando, portando a spasso il cane, si renderà conto che la passeggiata è stata filmata praticamente per intero dalle telecamere di sicurezza dislocate nei vialetti del parco. Vedrà come in fondo sia una questione di libertà anche il debito enorme che lui stesso e il figlio studente e l’altro figlio disoccupato si trovano adesso costretti ad onorare. E rifletterà di conseguenza a quali di queste pertinenze proprietarie si sente disponibile a rinunciare.

Gli verrà normale a quel punto convenire sul fatto che la libertà prima di tutto, ché il resto – lavoro, benessere, sicurezza, solidarietà, progresso – in una comunità libera viene da sé.

20 commenti a “Che cos’è la libertà
quando c’è lo Stato?”

  1. [...] Guarda Originale: Che cos’è la libertà quando c’è lo Stato? [...]

  2. un esule scrive:

    Non riesco a vedere come il principio espresso nell’ultima frase, seppure suadente, possa avere pratica attuazione.

  3. Liutprando scrive:

    Lo Stato e la libertà, pare siano antitetici.
    O, più che lo Stato, concetto astratto, lo sono gli statali, elementi ben più solidi.

    E’ il dover essere al loro servizio che il tutto si dissolve in una dittatura del pubblico.

    E’ tale che persino la maledetta costituzione appare, nei suoi principi fondamentali, una presa per il culo.

    Un banalissimo esempio che dà la il senso della sproporzione di ciò che lo Stato promette e ciò che realizza:

    Se scelgo un’attività lavorativa individuale, mi aspetto, dal primo articolo costituzionale, tutta la libertà possibile in quanto l’intera repubblica si fonda su questa mia scelta.
    E’ quasi un dovere morale annunciare alla nazione intera, avvisandola, che il mio lavoro è a disposizione.

    Mi serve un’insegna.
    Mai provato ad esporla a ‘norma di legge’? Domanda scritta con planimetrie, documenti firmati e controfirmati, consenso dei proprietari, progetti dell’insegna e del tipo di illuminazione, dimensioni, profondità ed altezza che rientrino nei parametri. Il tutto firmato ed asseverato da un professionista iscritto all’albo.
    Poi si consegna il tutto in comune e si aspetta che si riunisca la commissione edilizia per la delibera del caso, quasi mai favorevole; per cui l’iter prosegue nella variante suggerita, il rifacimento documentale necessario, e così per mesi e mesi, e non sempre a buon fine.

    Porcatroia, è un’insegna!
    Vadano a cagare Costituzione e Stato del cazzo.

  4. [...] 3 luglio 2010 di Kuliscioff per the Front Page [...]

  5. un esule scrive:

    la commissione edilizia e’ politica. I poveri impiegati comunali sono solo quelli che ci mettono la faccia.

  6. Liutprando scrive:

    ‘la commissione edilizia e’ politica. I poveri impiegati comunali sono solo quelli che ci mettono la faccia’.

    Per me, che ho la necessità dell’insegna, cambia qualche cosa?

  7. maurizio giorgio scrive:

    gli impiegati comunali non sono, quasi mai, poveri.

  8. sabina scrive:

    Liutprando: no infatti per te non cambierà mai niente, perché tutti hanno una necessità personale (ognuno ha la sua “insegna” da piazzare, difendere e ottenere). Se ad esempio ci si affidasse al buon gusto personale e al senso dell’”altro” di alcuni, i centri storici delle città sarebbero un insulto di insegne luminose, perché ognuno vorrebbere primeggiare con la propria. E siccome la mentalità è questa, né accenna a cambiare ma anzi, la burocrazia aumenta fino al ridcolo.
    Berlusconi ha elevato il principio dell’”insegna libera” a sistema politico. I cavoli suoi spacciati per bene comune. Ecco perché non avrai mai nessuno che si occuperà del tuo problema, ma solo una montagna di burocrazia. A meno che ovviamente non ti spunta quello della cricca, con il quale hai “femmine”, insegna e cotillons.
    Ti ricordo che è tipico delle grandi dittature l’eccesso di burocrazia.

  9. roberto scrive:

    La commissione edilizia non è “politica”, ma è spesso il braccio armato dei “poveri” tecnici Comunali, uno dei tanti paraventi dietro al quale si dilavano le responsabilità e non si capisce mai a chi tocca decidere.
    Se penso a una Banca ed ai direttori di filiale (poteri di firma ed autonomia funzionale,responsabilità civile e penale degli atti, come i dirigenti degli uffici tecnici), penso al nerbo, alla struttura portante dell’azienda;
    se penso ai dirigenti urbanistici, in genere salvo rare eccezioni, vedo grandi ostacoli alla libertà, all’economia, al diritto dei cittadini di fare cose lecite sulle proprietà.
    Per tornare al bell’articolo di kuliscioff, si può partire da un’insegna per stabilire quale potrebbe essere il giusto equilibrio fra la libertà individuale e la libertà di tutti.
    In un centro storico italiano, forse sarebbe opportuno esporre insegne che non sortiscano effetto “pugno in un occhio” rispetto al panorama circostante.
    Questa “limitazione” di libertà, compresa fra i principi della nostra Costituzione, nella fattispecie esaminata può senz’altro essere capita e condivisa da tutti.
    In merito all’art.1,Liutprando doverosamente nota un’enorme buco nero fra principi e prassi corrente.
    La colpa non è della Costituzione, ma anche nostra, che eleggiamo Sindaci da operetta, dalla protesta facile, che amano farsi ritrarre con la nonnina centenaria, con la pattuglia di Carabinieri, con la fascia tricolore (spesso indossata al contrario!) e la bandiera della pace esposta il Municipio.
    E che considerano più importante l’ufficio stampa, il gabinetto del Sindaco e la segreteria rispetto al cittadino che per cinque volte si vede respingere un progetto di insegna fuori dalla sua bottega.

  10. Liutprando scrive:

    Sabina: un’insegna rimane un’insegna anche quando gli si addebita onori di lotta politica che non ha.

    Basta una regola che ne stabilisca limiti di misura in relazione alla superficie disponibile, volendo esagerare, anche in parte lo stile se l’insegna viene posta in luoghi d’interesse architettonico.

    Il risultato di questo esasperato burocratismo è che alla fine tutti fanno quel che gli pare ed il comune fa finta di nulla.

    Risultato parossistico che ad apparati burocratici costosi corrisponde la completa inutilità.

    Il riferimento a Berlusconi non lo capisco.

    Non voglio che nessuno si occupi del mio “problema” perché son capacissimo di risolvermelo da solo.

    ‘Ti ricordo che è tipico delle grandi dittature l’eccesso di burocrazia’.

    Sono d’accordo. Liberiamoci dello Stato perché chiunque lo gestisca rimarrà una dittatura.

  11. sabina scrive:

    Nessuno si occupa né si occuperà mai del tuo problema, infatti.

  12. Liutprando scrive:

    Ovviamente il mio era solo un esempio.
    Ho problemi ben più gravi a cui lavorare, possibilmente da solo e senza dovermi difendere da chi mi vorrebbe aiutare.

  13. Liutprando scrive:

    @Roberto
    non è la costituzione che regola le funzioni degli esecutivi nelle diverse modalità?

    Per quanto possa essere elegante e ricca di valori rispetto al diritto, non è capace di realizzali. Dunque inutile. Dunque esautorabile.

  14. Un esule scrive:

    Vedo che spesso anche le persone con cui sono spesso d’accordo non hanno idea di come funziona la PA…. chi decide, al 99% sono sempre i politici.

  15. Liutprando scrive:

    ‘Vedo che spesso le persone (…) hanno idea di come funziona la PA’

    Vero, non si ha idea di come funzioni.
    Però abbiamo un’idea molto precisa di quel che ci costa.

    E’ la staticità del sistema, privo di ogni possibilità di correzione che ne fa un peso morto, una costante negativa.

  16. Un esule scrive:

    Il costo della PA e’ medio basso, hanno stipendi da fame, ma quello delle decisioni politiche molto alto.
    Liutprando. Lei sa, e non mi risponda a battuta, quale e’ lo stipendio del’impiegato che le le sta davanti all’anagrafe?

  17. [...] Le leggi da eliminare, le regolamentazioni inutili e dannose, le libertà civili da tutelare, la burocrazia da cancellare.  Puoi dirlo a Nick Clegg, sul sito del Governo. Hanno pure un programma di Governo. Ma non vogliono farsi sfuggire delle buone idee per rendere più semplice e fruttifera la vita dei cittadini delle imprese d’Albione.  (Via Thefrontpage) [...]

  18. Liutprando scrive:

    @esule
    La PA è un tumore ed un tumore è tessuto biologico che cresce a dismisura perché non riconosce la presenza di tessuti adiacenti.

    Se fossi uno della PA la penserei come te (permettimi di darti de tu, il lei è impersonale). Il problema della PA è il gran numero delle persone coinvolte e del ruolo che svolgono.
    Il problema della PA è intrinseco alle garanzie di cui gode.
    Tante persone, poco stipendio ma garantito a vita.
    Finalmente questo principio si sta rompendo proprio perché abusato.
    Io capisco la tua frustrazione nel non vedere riconosciuto il tuo onesto impegno e la tua professionalità ma la PA è diventata un problema economico e come tale va affrontato. Prima che la PA uccida quelli come me, cioè gente che vive del proprio lavoro senza garanzie e senza aiuti d’alcun tipo.
    Lo stipendio di un impiegato dell’anagrafe si aggira sui 1200 euro al mese più tredicesima, più ferie, permessi, malattie, liquidazione, pensione relativamente alta dopo un tempo mediamente (nell’ultimo ventennio) breve.

    Più della maggior parte dei lavoratori autonomi che agiscono nel mercato in concorrenza.

  19. Un esule scrive:

    Penso che un lavoratore autonomo non possa ricevere l’atto di nascita di un figlio…..

  20. Liutprando scrive:

    @un esule
    nella reciprocità ognuno ha un ruolo determinante; nell’eccesso dell’asimmetria ci si danneggia a vicenda.

  21. l'esule scrive:

    Capisco ma non sono d’accordo.

  22. Liutprando scrive:

    @l’esule
    Nulla di male. Se fossimo d’accordo non ci sarebbe ragione di discutere. La questione non è così ostica da risolvere.

  23. Mario Giardini scrive:

    Un esempio concreto di cosa siamo diventati in termini di burocrazia.

    L’anno scorso dovevo farmi autenticare una firma sul contratto stipulato tra la mia sas e la società brasiliana per la quale avrei dovuto lavorare. L’unica richiesta della controparte era appunto questa: certificare che ad apporre la firma fossi io (legale rappresentante della società).

    In circoscrizione mi hanno detto che loro autenticano firme solo per documenti indirizzati alla Amministrazione dello Stato Italiano.

    Dunque io sono io solo per la Repubblica Italiana. Non per i privati.

    Sono andato, per forza, da un Notaio, il quale, visto il documento, storce la bocca e dice: “Niente autentica. Il documento è in Inglese e in Portoghese. Serve una traduzione giurata all’Italiano”.

    Io faccio presente che il documento è sottoposto alla legge brasiliana e che una copia deve andare in Svezia, ecco il perché del portoghese e dell’Inglese, e che io sono io, e ciò che richiedo è appunto questo: che il notaio, passaporto alla mano, e con due testimoni di scorta che mi ero portato dietro, dichiari: “yes, Mr Giardini is Mr Giardini. This is his signature.”

    Visto che il notaio finge di non sapere o non sa veramente l’inglese, propongo di aggiungere una frase all’autentica: “Io notaio xx non mi responsabilizzo per il contenuto del documento firmato da Mr Giardini”.

    Nein. Nun se pò fa.

    Per farla breve. Traduzione del contratto all’italiano (dal portoghese, perché è la lingua che fa testo): 605 Euri.

    Tempo impiegato: 4 settimane.

    Diritti di bollo (per ognuna delle tre copie, circa 150 euri a copia. Una marca da 14,62 per ogni cento righe di traduzione). E fanno altri quattrocento cinquanta.

    Autentica: 75 euri a firma.

    I documenti sono in triplice copia.

    Faccio un assegno di 225 euri.

    Il notaio mi guarda e mi dice: “Altri 225, prego”.

    E mi spiega: “Triplice copia di DUE documenti, uno in corpo Italiano, e uno in Inglese-Portoghese”.

    Da ingegnere, non posso non esser knock-out: se la matematica non è un’opinione, neppure l’algebra può esserlo: due documenti per tre corpi fra sei docorpi.

    Con sei firme. Faccio un altro assegno da 225 euri.

    Totale di spesa: oltre 1500 euri.

    Per autenticare una firma.

    Tempo totale impiegato, circa 7 settimane: ho rischiato di perdere il lavoro, per il ritardo.

    Dovendo quest’anno firmarne un altro di contratto, ho fatto tesoro dell’esperienza.

    Sono andato in delegazione con un foglio con su scritto: firma di, nato a residente in, passaport xyz. Mi sono fatto autenticare la firma.

    L’ho portato al consolato brasiliano, che lo ha legalizzato (spesa: 20 euri).

    Traduzione legalizzata in Brasile: 25 riais, 12 euri.

    Firma del contratto in un Cartorio (Notaio Pubblico) in Rio, dove esibisco passaporto e firma legalizzata. Spesa: 40 riais (20 euri). Totale: 52. Tempo: 2 mezze giornate in Italia, 2 giorni in Brasile.

    E sono ancora troppi.

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