Il passato che non passa

Ugo Mario Alfano aveva 28 anni, quando morì, nel 1942. In famiglia tutti lo chiamavano Mario. Da civile era un meccanico d’automobili. Richiamato alle armi divenne un motorista di aviazione. Volava soprattutto sugli SM-81. Bombardieri non pressurizzati, a forza di collaudi in volo si ammalò ai polmoni. Lasciò una moglie e un figlio di quattro mesi, che vide solo una volta (era di stanza in Libia), per una settimana.

Amedeo Alfano, detto Frolletti, fu chiamato alle armi nel 1943, all’età di 35 anni (era alto 1,48, quindi più basso di “pipetta”, e fino ad allora era stato esentato dal servizio attivo). Fatto prigioniero dai tedeschi dopo l’8 settembre, fu deportato in Germania e internato a Mauthausen. Servì come schiavo nelle fabbriche tedesche fino al 1945.

Rimpatriato, appena scese dalla littorina, dalla stazione ferroviaria (fondo valle), si fece sulle ginocchia tutta la strada fino alla Chiesa di S. Giovanni Battista, santo protettore del paese: un percorso in salita, sui sassi, di circa 2 km. Per spiegarsi, mi raccontò d’aver fatto un voto, quando, due giorni prima dell’arrivo degli americani, non rientrò nella baracca e si nascose. Ore di terrore interminabile, mentre udiva le SS che, prima di scappare, ammazzavano quelli che capitavano a tiro e bruciavano tutto nella stupida speranza di cancellare il passato.

Augusto Alfano fu un Alpino della Julia. Combattè in Grecia, Albania, Jugoslavia. Dopo l’8 settembre sfuggì a una retata dei tedeschi, e tornò a casa (a piedi e con mezzi di fortuna), vestito da prete: qualcuno gli aveva rubato i vestiti, o forse finse, e buttò l’uniforme. Un vecchio sacerdote, impietosito, alla fine quasi del viaggio (4 mesi) gli donò una tonaca dismessa.

Emilio Alfano tornò nel 1947 dalla prigionia negli Stati Uniti: era partito soldato per l’Africa all’inizio del ’40. Fu preso prigioniero in uno dei primi giorni della guerra: guidava un autoblindo da 2 tonnellate (cioè un’automobile con una mitragliatrice sopra). Mi raccontò che per proteggersi la caricavano di sacchetti di sabbia. Aveva vent’anni alla partenza, tornò che ne aveva 27. Ho ritrovato una sua lettera alla fidanzata dell’epoca, morta da tempo, scritta in dialetto, proveniente dal Canada e conservata da mia madre per più di 60 anni. L’ho consegnata ai figli due anni fa. Perché Emilio dovette emigrare in Argentina per cercarsi un futuro e i suoi figli e nipoti vivono là, a Mendoza, ai piedi della Cordigliera.

Ciò per quanto riguarda la famiglia di mia madre. 4 figli maschi, 4 figli in guerra, uno morto. Due figlie femmine, a casa, a far la fame. La famiglia di mio padre fu in qualche modo più fortunata.

Luigi Giardini prestò servizio in Aeronautica, nei ruoli tecnici. Si arruolò con l’Armata di Montgomery dopo l’8 settembre. Fu congedato perché ferito, dopo Cassino. Antonio Giardini fu chiamato alle armi nel 1939, fu inviato in Africa, scoppiò la guerra e fu preso prigioniero a Tobruk. Tornò nel 1947, anch’egli dal Canada.

Giovanni Giardini (mio padre) fu l’unico a sfuggire alla guerra. Un incidente, a 18 anni (1936) gli troncò tutte le dita della mano sinistra e lo rese inabile al servizio. Tuttavia, fu preso varie volte dai tedeschi presenti in paese (c’era un comando, retrovie del fronte di Cassino) e obbligato a vari lavori, fra cui quello di scavare rifugi lungo la strada statale 82 della Valle del Liri. Una delle vie di rifornimento del fronte, nel freddissimo inverno del ’43-’44. Fu mitragliato varie volte, ma se la cavò sempre. Il giorno che si fece sostituire da un amico, a pagamento, l’amico ci lasciò la pelle: accoppato da uno Spitfire o da un Grunmann, vai a sapere.

Quando nacqui, mia madre, Domenica Alfano, chiese alla levatrice di registrarmi con il nome di Mario Ugo, in memoria del fratello morto anni prima. Forse la levatrice dimenticò il secondo nome, forse fu l’impiegato dell’anagrafe. Fatto sta che fui registrato come Mario Giardini. Per anni la cosa fu uno spasso, per gli altri bambini, quando in Argentina frequentavo le elementari: laggiù due nomi sono il minimo indispensabile. Tre o quattro dotazione comune. Io ne avevo solo uno: un gringo muerto de hambre, pobre hasta en los nombres – povero perfino di nomi.

Perché anche questo fu la guerra: generò l’ultima ondata di emigrazione verso le Americhe e l’Australia. Mio padre, quinta elementare presa a 16 anni, nel 1934, si risolse ad andare in Argentina nel 1950, a 32 anni, facendosi prestare i soldi per il viaggio in nave. Da solo, come usava: ma in sei mesi ripagò il debito e riunì la famiglia. Mia madre fece il viaggio con me, ma passò venti giorni sempre a letto: soffriva di mal di mare. Altre donne, povere come lei, ma di buon cuore, si presero cura di me: avevo 2 anni.

L’Abruzzo è terra di alpini. Nella prima leva del 1940 tredici ragazzi, nati fra il ’20 ed il ’21, furono incorporati nella divisione Julia. Che, insieme con la Cuneense e la Tridentina, costituì l’ossatura dell’ARMIR. Dodici morirono durante la campagna. Uno tornò, congelato alle gambe, e morì a Civitella Roveto, suo e mio, paese natale. Medaglia di bronzo al Valor Militare.

Dei tredici che partirono con la Julia per la campagna di Russia, 2 avevano cognome Alfano, 3 Giardini. Il paese, nel ’40, aveva circa 3000 abitanti. E Giardini e Alfano sono i cognomi meno comuni. Tanto per ricordare ai molti che straparlano senza nulla sapere: della Julia rientrarono 6500 uomini (su 20 000), della Tridentina circa 7000 (se ricordo bene), della Cuneense solo 3.300.

Tutto questo grazie alle decisioni di un dittatore megalomane e della banda che, insieme a lui, era al potere da quasi vent’anni. Un miserabile che portò in guerra il suo paese sapendo che non era in grado di combatterla, e che non voleva combatterla. Per lo meno, non al fianco dei tedeschi. Ma a quell’assassino questo non importava: voleva “diecimila morti da gettare sul tavolo delle trattative”. Insomma, s’accomodava al vile ruolo di quei pesciolini che vivono dei rimasugli attaccati ai denti dei pescicani. Quelli veri.

Lui, invece, mandò quei poveri ragazzi (per lo più contadini, fabbri, muratori) in Russia a combattere d’inverno con le pezze ai piedi, o, nella migliore delle ipotesi, con stivali dalla suola di cartone. Al cimitero del paese ci sono medaglie d’oro, aviatori, alpini, fanti, qualche raro marinaio. Come in tutti i cimiteri d’Italia. Chi dobbiamo ringraziare? Quello spregevole individuo che rispondeva al nome di Benito Mussolini. Insieme, si capisce, con le migliaia di altri briganti della sua banda. Che, tutti insieme, fecero e rappresentarono il fascismo.

C’erano persone per bene tra i fascisti? E chi ne dubita? Molte lo erano? Certo che sì: in genere le persone per bene superano di gran lunga i malfattori. Ma sono i malfattori che portano interi popoli al macello, li sfruttano, li imprigionano, li torturano. E il giudizio non può e non deve mettere sullo stesso piano le opere delle persone per bene e le opere dei malfattori, se il giudizio serve a valutare l’esperimento politico.

Io, come milioni di altri, provengo da una famiglia che ha quindi un conto aperto con il (fasc)-ismo. Perché è questo totalitarismo che ci è toccato in sorte. Probabilmente lo avrei con il (comun)-ismo, se la mia famiglia fosse nata altrove. Siamo in credito, si capisce. Come milioni di altre famiglie: nulla di speciale nella mia; sono passate tutte, queste famiglie, attraverso la medesima tragedia. Ma è un conto che non sarà mai saldato, perché quello è un mondo che non c’è più. E’ il passato. Possiamo solo mostrarci  saggi, e  imparare dalle tragedie, e mutare il nostro modo di pensare e di agire, affinché non avvengano più.

La guerra è finita nel 1945: tre generazioni fa. Trovo incredibilmente cretina la posizione intellettuale di chi pretese, per decenni,  di matenere viva la contrapposizione e divisione della razza umana fra fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo, nella forma che assunse questa pretesa tra neri e rossi: ricorrendo alle spranghe, alle molotov, alla P38, alle bombe. E trovo altrettanto idiota la contrapposizione fra destra e sinistra di oggi: fatta solo di dileggio, insulto, odio perenne.

Anni fa, a Duxford, un inglese allampanato, reduce della RAF e prossimo ai 90, vestito da generale tedesco, nel giorno in cui si celebrava la vittoria della Battaglia di Inghilterra, mi disse: “I morti non hanno bandiere da sventolare. Ecco perché, ad anni alterni, io indosso la divisa inglese e quella tedesca, in questa giornata. Per onorare chi non ha più bandiere da sventolare”. Giustissimo.

Trovo di una imbecillità suprema e di una pochezza intellettuale che spaventa, il fatto che qui da noi, i vivi agitino ancora oggi quelle bandiere, quello che ne rimane, allo scopo non di ricordare , ma di perpetuare le divisioni, gli odi, le violenze, che a quelle morti portarono.  Siamo in molti a non essere, a non poter mai essere fascista, comunista, nazista, o condividere qualsiasi movimento o pensiero che si rifaccia all’idea di stato che avevano Hegel, Marx, Sorel et similia.

Siamo, sono, un uomo comune, come tanti, forse con più difetti che pregi, ma libero: ecco perché. Non diamo, non do, il mio cervello in comodato d’uso gratuito. Dunque non accettiamo, non accetto, che qualcuno pretenda di impormi, per il solo fatto di autoarruolarsi fra coloro che praticano la nobile arte della politica, come devo vivere e che cosa devo pensare. Grazie, faccio da me.

Ai politici chiedo solo di occuparsi del Condomio Italia. Tengano i conti in ordine. Spendano le nostre tasse nel miglior modo possibile. Non rubino, se gli riesce. Non voglio altro da loro, non permetto loro di obbligarmi ad altro. Dello Stato etico vadano ad occuparsi altrove. Hanno già combinato sufficienti guai nell’ultimo secolo. Non è dato scegliere dove nascere, ma si può scegliere dove vivere.

Questi ingegneri sociali erano mediocrissimi, come ingegneri, a qualunque ‘–ismo’ appartenessero. Bravissimi, però, come deportatori, torturatori, assassini. Per fortuna, tutti i loro castelli sono crollati. Finiti nella pattumiera della storia. Durante i lavori di costruzione e durante il crollo sono rimasti sotto le macerie decine di milioni di esseri umani. E non basta per dichiararsi antifascisti, anticomunisti, antinazisti, anti -ismi di qualsiasi colore e odore? Cos’altro ci vuole, per questi nipotini orfani inconsolabili di un qualche -ismo?

Ma viviamo in un paese in cui, se esprimi il parere che a trent’anni da Ustica l’unica cosa onorevole, per i rappresentanti dello Stato, è domandare perdono agli italiani per non aver saputo fare giustizia, trovi sempre il sottilissimo pensatore/trice di turno, quello dall’occhio di falco cui nulla sfugge e che guarda più lontano degli altri, quello che sa sempre tutto di ciò che c’è dietro le cose e mai quello che c’è davanti, ecco, proprio quell’esempio di cristallina buona fede, genio politico trasparente, che si crede perfino spiritoso, egli medesimo che salta su a urlarti che non hai capito un tubo, che sei un mentecatto, complice sprgevole di americani francesi o israeliani e che ti dovresti vergognare, povero essere privo di morale, che insulta per la seconda volta 81 poveri esseri umani (!). E se ti azzardi a sostenere che è moralmente rivoltante strumentalizzare una tragedia per fini politici (sport vilissimo praticato quotidianamente da milioni di italiani) o per costruire una carriera politica su uno che ci lasciò la pelle, ecco che un altro sottilissimo pensatore/trice salta su a darti del fascista e del coglione.

Già. Fascista… con quello che c’è nel passato della mia famiglia e di milioni d’altre famiglie come la mia?

Quando leggo questi insulti e osservo il pattern dei ragionamenti, mi incazzo, sì, ma mi viene anche da ridere e penso: adelante. Adelante, guevones. Continuate pure a dividere l’umanità in neri, rossi, gialli, verdi, destra e sinistra, progressisti e conservatori: categorie vecchie  di un mondo vecchio che non c’è più. Mi ricordate le donne del sud di una volta: morto il marito, lutto perenne, mai risposate. Un piccolo particolare: non siete le vedove, siete nate dopo che il marito era morto: un po’ stravagante, vestirsi a lutto, no?

Bravi, bravissimi, bis: costruite pure il futuro sugli odi del passato che vi adoperate a tramandare. Perché è odio, odio cristallino, non pura e semplice contrapposizione politica e confronto di idee. Si obbietta: talvolta sono giovani, non residuati del ’68, dell’URSS, o della Repubblica di Salò. D’accordo. Capisco che una certa qual massiccia dose di cretinaggine è built-in, cioè fisiologica, quando si è giovani. Ci siamo passati tutti, è un fatto naturale, non è un guaio. Lo diventa se non si guarisce. In milioni non guariscono.

Anch’io a vent’anni volevo, forse, cambiare il mondo. In meglio. Era il ’68. Ma le storie che avevo ascoltato e che in parte ho raccontato mi avevano vaccinato (forse a mia insaputa) contro ogni -ismo. Le idee sono buone o cattive, intelligenti o cretine, utili o dannose.  E la maggior parte delle persone sono buone (nel senso umano), non cattive, se riesci a conoscerle. Prescindere dal colore della maglietta politica servirebbe assai a rendere più civile il paese. Ma quelli che ragionano come me sono troppo terra terra per certi sottili pensatori e/o pensatrici….

Molti hanno la pretesa di cambiare il mondo: lo trovano del tutto sbagliato. Non solo da giovani, sarebbe comprensibile: ma anche da vecchi. E questo è meno comprensibile. Il guaio è che vogliono farlo a chiacchiere: basta avere ed esprimere posizioni eticamente “difendibili”, cioè sufficientemente generiche (esempio: pacifismo, ambientalismo, ecc). Insomma, la vita è una dura palestra, ma diventa facile, se si prescinde dal mondo reale. Ecco quindi che la politica diventa il regno del pensatore sottile. Fottere, promettere, parlare, e magari rubare, pensione dopo una legislatura, macchina perenne se per caso diventi presidente di Camera o Senato: si può desiderare di meglio dalla vita?

Ovvio, sul lungo periodo non funziona, non può funzionare, va tutto in rovina. E non è una rovina puramente economica: è una rovina morale. Ci vuol del genio per capirlo? Mah, a quanto pare, sì, in questo paese è necessario del genio per capire una cosa di un’ovvietà disarmante. Il mondo lo si cambia, lentamente, solo lavorando duro: non overnight. E cercando d’essere onesti, di trovare le ragioni che uniscono gli esseri umani, e ricordandosi ogni santo giorno che siamo tutti destinati a finire nello stesso posto.

Sono 65 anni che in questo paese non si fa altro che rimestare nel passato, contrapporsi politicamente su barricate ideologiche per difendere partiti ed idee politiche che non ci sono più, e che non torneranno. Milioni di individui vivono, lottano, parlano, sparlano, pontificano, insultano (e qualche volta passano a vie di fatto) e non si accorgono d’essere come gli ultimi giapponesi sperduti nella giungla a combattere una guerra finita da decenni.

Sarebbe troppo chiedere di voltare pagina, di smettere di battersi per affermare un -ismo contro l’altro, e di dedicarsi a costruire o a ricostruire il Paese, invece di perdere tempo, soldi, pazienza ed energie dietro all’archeologia politica? Ci sono così tante cose belle ed interessanti da fare, nella vita! Innumerevoli sono i mestieri e le professioni magnifici/che, gratificanti, onorevoli e preziosi/e, che permettono a chi li/e esercita di lasciare un mondo un pochino migliore di quello che si è trovato alla nascita.

Sprecare la vita per la politica, per questo tipo di politica, che usa questi metodi, e il linguaggio da caserma cui ormai siamo tutti assuefatti, è davvero una suprema idiozia.

Mario Giardini