Femministe in tacco a spillo

L’avvenenza è uno dei parametri – e neppure il più disdicevole – con cui in Italia si seleziona e promuove la classe governante. Berlusconi, con coerenza e trasparenza, fa recruiting sui book, nelle corsie di ospedale, nei gazebo elettorali. E che male c’è? Veltroni fece di peggio: intruppò nel Pd le giovani figlie degli amici di famiglia, negando agli outsider del suo più stretto entourage la chance di acchiappare l’ascensore per i piani alti del palazzo democratico.

Questo succede in politica ma anche altrove, in Italia. I capi si assicurano la tenuta al comando privilegiando la fedeltà e la contiguità familiare. All’università ci mettono i figli, le nuore, le amanti. Nelle aziende fanno dirigente chi garantisce di non offuscarne l’aplomb. È la logica padronale che, da noi, non è mai stata scalfita dalla cultura della leadership, propria delle civiltà evolute. Troppa fatica competere, rischiare…

Le donne del Pdl, come tutte le donne d’Italia, giocano con queste regole. Nel partito del premier funziona esattamente come nelle sue aziende. Cioè come in tutte le aziende e in tutti i partiti del nostro paese, dove i requisiti per il successo sono  funzionalità e compatibilità con l’assetto padronale.
Nel Pdl i suddetti parametri sono soddisfatti dall’adesione all’universo etico-estetico-politico del Cavaliere, cioè ai suoi bisogni personali che, in alcuni casi, sono anche i bisogni della maggioranza degli italiani. Nel Pd funzionalità e compatibilità sono genericamente più aleatori: il noto volto della Rai, ad esempio, è funzionale e compatibile. Il funzionario di partito che non ha mai fatto nella vita altro se non servire la ragion di partito, è funzionale e compatibile pure lui. Criteri arbitrari, appunto. Certo non meritocratici. Certo non ossequiosi di quel principio proprio dei sistemi democratici maturi che è la contendibilità del potere.

Le signore che hanno fatto carriera nel Pdl – le Carfagna-Gelmini-Santanché-Prestigiacomo… – hanno meritato le autorevoli poltrone che oggi hanno l’onere di occupare. Sono espressione e funzione ad un tempo del Berlusconi-volere perché quello è il volere loro, il loro sentire. Volere e sentire della maggioranza degli elettori. Volere e sentire osteggiato, legittimamente, dalle suffraggette finiane. Da qui le botte da orbi elargite a mezzo stampa in questi scampoli di esagitazione estiva.

Il problema di Berlusconi è che non ha stile. Non ha classe. Non ha gusto. Ha l’estetica dell’arricchito. Si tinge i capelli. Si fa di botulino. Veste come un pinguino. Gli piacciono le cose che luccicano, le cose appariscenti. Le signore con la mini, i tacchi assassini, la chioma tentatrice e le tette ben su. E questo alla gente fine – che non ha sollevato obiezioni alla consacrazione delle Gruber o delle Madia – semplicemente, repelle.

È l’estetica televisiva che – volgare o no – un suo senso ce l’ha. È un’estetica popolana, volgare – nel senso di cosa del volgo – dunque, a suo modo, democratica. E certo che col bello non ha nulla a che fare. Perché il bello – va da sé – è per pochi. Come per pochi è il ragionamento politico fine, il sofisma filosofico, la rettitudine morale eretta a modello.

Personalmente nutro sincera ammirazione per chi riesce a non farsi gonfiare i piedi dopo una giornata in tacco 12. Oltretutto vedo in giro che di eroine così, svettanti e decomplessate a infierire sulle femminee bassezze di chi oltre la zeppa non va, ce n’è sempre di più. Mi pare in fondo una magistrale esemplificazione delle vette empiree cui può giungere la femminea stoicità. Un po’ come il parto. Un male boia ed una felicità incommensurabile. Perché è questo che dà il tacco altissimo disinvoltamente portato: il senso più profondo di comunione con la propria femminilità. Chissà dunque che non abbiano davvero ragione loro, le pidielline in tacchi-a-spillo, a dire che lo stiletto non è né più né meno che l’apoteosi della libertà femminile.